Mesirca Giuseppe

Una vecchia signora

Autore: 
Mesirca Giuseppe
Inverno ’44. Nella sonnolenta provincia veneta, in un antico paesotto agricolo, vive Caterina, una vecchia signora austera e dispotica, inacidita dalla solitudine e dall’età. Ricca ereditiera, ha vissuto col padre fino a cinquant’anni e ha rifiutato ogni pretendente alla sua mano (e alle sue sostanze), dedicandosi all’amministrazione dei suoi beni e all’allevamento di cani e cavalli di razza. Abita in un grande palazzotto pieno di stanze insieme al vecchio servo Giovanni, ereditato dal padre, che mai l’aveva stipendiato pur avendolo utilizzato per molte mansioni (servo, fattore, cocchiere). In tarda età Giovanni aveva rivelato insospettate doti di domestico, tali da renderlo più abile di una cameriera di lunga esperienza.
Caterina ha modi bruschi e freddi, è piuttosto avara e conduce un’esistenza ritirata e chiusa, caratterizzata da abitudini fisse, piccoli riti che scandiscono il trascorrere del tempo. Per tenersi informata sulle ultime notizie del paese riceve ogni sabato, a orario fisso, alcune conoscenti, altre anziane signore che tratta come subalterne. Gli incontri si concludono con immancabili partite a briscola o a tresette e soltanto se la signora vince si degna di offrire alle ospiti un goccio di un vinello speciale, prodotto dai suoi vigneti.
Un giorno, nella vita regolata e monotona di Caterina, fa irruzione Aldo, un giovane diciassettenne, figlio di una sua lontana parente di Roma. Aldo è bello e pieno di vita.
“Aveva l’incarnato pallido, ma non del pallore del malato, indizio d’anemia, ma d’un misto d’ambra e di perla, una tinta incomparabile che la natura si compiace di dare alla pelle per conferire al viso un fascino maggiore, e, nello stesso tempo, per porre in risalto, dato il contrasto, le meraviglie dei lineamenti, come l’arco perfetto delle sopracciglia, gli occhi d’un bel marrone scuro, striato da tante pagliuzze dorate, e che sfavillavano entro il contorno delle ciglia lunghissime, e la bocca, d’un disegno tenero e insieme risentito, che se si socchiudeva soltanto un poco (e questo accadeva, si può dire, di continuo, come se le labbra fossero in perpetuo percorse da fremiti), rivelava denti di un candore ineguagliabile.” (p.46)
La vecchia signora, che aveva frequentato solo uomini rozzi e volgari, perlopiù anziani, rimane piacevolmente affascinata dal ragazzo e dall’allegro scompiglio che porta in casa, gli prepara buon cibo, un letto confortevole, si preoccupa per lui e diviene allegra come non lo era mai stata.
La presenza di Aldo conferisce “un non so che di vivace e di trepido” alla vita di Caterina, cui l’Autore dona tratti più dolci e affettuosi sotto la ruvida scorza.
Il ragazzo è un repubblichino, arruolatosi volontario nella milizia fascista, il suo distaccamento, con l’approssimarsi degli angloamericani, è stato trasferito dapprima a Firenze e poi a Padova, dove il giovane si è ricordato della lontana parente.
Aldo è “una ventata d’aria fresca” che sconvolge il piccolo mondo di Caterina portando “una straordinaria novità nei sentimenti”, lei si sente sicura con lui in casa, ma diventa gelosa soprattutto quando il giovanotto s’innamora di una coetanea, Tilde, una contadina piemontese arruolatasi come ausiliaria nell’esercito repubblichino per sfuggire a un’esistenza misera e faticosa. Sbattuta qua e là dagli eventi Tilde è infine approdata in Veneto.
Caterina tenterà d’insinuarsi tra i due con un finale prevedibile, da commedia.
Romanzo d’antan, ma piacevole, “Una vecchia signora” rievoca, a livello di trama, “Le sorelle Materassi” di Palazzeschi.
È uno spaccato di vita della provincia veneta e della borghesia paesana, chiusa nella sua ricchezza, abituata al comando e al possesso, incapace di comprendere le reali condizioni di vita dei contadini, poveri destinati a rimanere tali, “i poveri erano una razza speciale, avida e ingrata e bisognava guardarsi da loro con diffidenza”. (p.122)
Il tono è da commedia, anche se il momento storico è tragico e difficile. Inusuale la scelta di raccontare proprio le vicende di due giovani repubblichini, mentre si sottolinea il disgusto di Caterina verso il fascismo. Se l’adesione di Tilde alla repubblica di Salò appare dettata essenzialmente dal desiderio di sfuggire alla povertà, ben più convinto è Aldo, che partecipa a un rastrellamento di partigiani e afferma orgoglioso di averne uccisi cinque.
L’interesse di Mesirca non va però alle vicende politiche, in quell’angolo della provincia padovana la guerra è una lontana eco, è un misterioso aereo che vola di notte sul paese, è la carestia incombente, il mercato nero, il rastrellamento dei partigiani, tutti eventi che paiono non scuotere la coscienza del paese. Solo alla fine la guerra si fa sentire in modo più marcato, con il bombardamento, la cui descrizione è però funzionale allo scioglimento della trama.
I partigiani sono personaggi misteriosi e nuovi che, come i fantasmi, “commettevano ogni sorta di molestie ai danni dei tedeschi e dei fascisti” oppure si presentavano di sera a casa di qualche facoltoso e avaro proprietario per farsi consegnare il denaro.
Dal canto loro, i paesani si erano convinti che per tutta la guerra non ci sarebbe stato alcun bombardamento, l’atteggiamento generale è di noncuranza e di “sorniona fiducia”, è un mondo piccolo, chiuso e non interessato ad alzare lo sguardo oltre i propri confini, un mondo che Mesirca descrive molto efficacemente, con una prosa dai periodi lunghi, abilmente descrittiva, nella quale il paesaggio veneto e le sue atmosfere un po’sonnolente sono ben rispecchiati.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Giuseppe Mesirca (Cittadella-Padova 1910 – Galliera Veneta-Padova 1995) scrittore e saggista italiano. Finalista al Campiello nel 1967 con “Una vecchia signora”. Laureato in Medicina e Chirurgia a Padova, ha esercitato per tutta la vita la professione di medico condotto.
 
Giuseppe Mesirca, Una vecchia signora, Padova, Bino Rebellato editore.
Graficamente il libro è semplice, ma ben rifinito, le pagine sono cucite non incollate. Dice il colophon: Questo volume è stato stampato in caratteri “Garamond” su carta “Dull” delle cartiere Binda nella tipografia Bertoncello di Cittadella nell’anno 1967 a cura di Bino Rebellato editore in Padova.
 
Marina Monego, novembre 2009
ISBN/EAN: 
00

Commenti

un Rebellato!

Cra Marina,
sono piacevolmente obbligato ad intervenire, non tanto come lettore di questo libro (ricordo benissimo quando fu nella cinquina del Campiello: i miei buzzurri-burini concittadini, più inclini alla buris, o impugnatura dell'aratro, che alle lettere, ne comperarono 175 copie: un successo per l'editore casalingo Rebellato), ma perché oltre che concittadino ero amico di Mesirca (cognome boemo: un ufficiale austrongarico suo bisnonno aveva sposato una cittadellese). Colto, medico, silenzioso, raffinato e oculato collezionista di mobili e stampe antiche e moderne, passava in bicicletta con la sua coppola.
Ho fatto anche dei cambi con lui: in cambio del "fagiano" di Bartolini mi diede un Barbisan e un Viviani di cui era grande amico. Una volta ho portato nel suo studio una giovane nervosa amichetta poetessa e su richiesta della medesima l'ho tenuta abbracciata bloccata ferma (che situazione birba! Ma era di una bruttezza particolare) mentre lui con i ferri le estraeva uno spino dal dito...! Da esaminare sul piano dei livelli semiologici!?

Di Mesirca bisogna anche cercare e leggere il volume di racconti "Musica in piazza" -edito dall'amico/editore di tutti noi Bino Rebellato- fondamentale per conoscere la zona di Cittadella nella prima metà del secolo, dui cui Mesirca si può a ragione considerare divinità ctonia...
Non posso che esprimerti la mia riconoscenza per aver bene analizzato questo libro, delicato e probabilmete anticipatore di tutto un filone anche cinematografico, di teneri ma diffusi sentimenti oscillanti tra il ricercato e il nazionalpopolare.
Mesirca era fuori del tempo e nello stesso tempo un rivoluzionario.

Aggiungo un'altra cosa: a proposito di bombardamenti Cittadella fu vittima di un solo bomardamento notturno. Avevo pochi anni nel '44, il mio fratellino ne aveva tre, scappammo nei campi, arrivarono gli aerei, ci buttammo a terra. I nostri genitori (mi è struggente non ricordare quale dei due) ci coprivano con i loro corpi. Il fischio delle bombe non so più se lo ricordo benissimo. Una cadde a pochi metri da noi, ci coprì di terra, una lunga scheggia si piantò a un metro. Non voglio dire di più.

grazie Luciano per il commento e la condivisione dei ricordi, quello d'infanzia è molto toccante.
Che bello, hai conosciuto anche Mesirca. Tu hai moltissimo da raccontare, te lo dico sempre :)
Musica in piazza: non riesco a trovarlo neanche in biblioteca, almeno qui in zona, in altre parti d'Italia c'é.

(terribile e bellissimo il ricordo di Cittadella, professor. Grazie per la condivisione).

Grazie e complimenti per la scheda, molto chiara e ben documentata, e per la particolare scelta autoriale & editoriale, Marina.

a proposito, ma qual è l'etimo di "Mesirca"? Che significa quel cognome? E' un toponimo? Non sembra italiano.

come scrive Luciano nel suo commento il cognome è boemo, ma sinceramente io l'etimo non lo so.

:)Peccato che il libro sia reperibile solo in biblioteca. E non credo ovunque.

mi era sfuggita la parentesi. Boemo.
Grazie;)

Molto interessante quetso pezzo, un po' per vicinanza geografica (ma poi il Friuli a vicende e storie è così vicino e così lontano) un po' perché quei palazzotti pseudo-nobiliari me li ricordo bene a Este, Battaglia, altri borghi e cittadine. E mi ricordo i loro abitanti, figli di un'altra epoca davvero (i famosi conti F. che abitavano in un palazzo diroccato e bellissimo e si davano arie da grandi signori ma sapevamo la verità dalle donne a servizio che giravano per le case ...).

***

La descrizione dei partigiani è identica a quella che ho sentito fare a casa mia: la mia trisnonna era molto buona e ospitale, rischiò parecchio in quel 1944 quando non negava un piatto di minestra ai partigiani su un lato della casa e ai Cosacchi sull'altro...

***
Sul rapporto "signorotto-subalterno", molto tipico del Veneto di svariati secoli, mi vengono in mente i racconti di Caterina Percoto, che un po' ingenuamente, da figlia di un'agiata borghesia possidente, raccontava a metà-fine Ottocento la vita triste dei poveri contadinelli: a parte qualche racconto a tinte fosche, il modo di presentare la vita agreste è un po' bucolico, piuttosto lontano dalle effettive miserie che i contadini (suppongo i suoi mezzadri compresi) soffrivano...

?i poveri erano una razza speciale, avida e ingrata e bisognava guardarsi da loro con diffidenza?. (p.122)

era un sentire comune, lo è stato a lungo: mi ricordo che a Este chi veniva dalle campagne ("e brecane") veniva guardato dall'alto in basso ... I bambini che venivano dai posti un po' sperduti delle campagne attorno alla città erano sempre i primi a venire incolpati se accadeva qualcosa...

grazie Ilde per le belle osservazioni. Devo dire che la provincia veneta è proprio rispecchiata benissimo qui. Un po' alla volta cercherò anche altri autori di queste parti.

Il tuo scritto, Marina, è

Il tuo scritto, Marina, è come Aldo "una ventata di aria fresca".
Al contrato di Remo, beffardo nipote de “Le sorelle Materassi” che incanta e inganna, Aldo “conferisce un non so che di vivace e di trepido alla vita di Caterina, cui l’Autore dona tratti più dolci e affettuosi sotto la ruvida scorza”.                                 Una descrizione incantevole, come tutta la recensione. Questo tuo libro mi sembra abbia un qualcosa di raffinato. E poi leggo l’intervento del prof. Troisio e vedo che l’Autore era “Colto, medico, silenzioso, raffinato e oculato collezionista di mobili e stampe antiche e moderne…”.                                                                   L’impressione  è giusta, allora! Un libro semplice, forse, ma assolutamente non banale.
                                                                                                       “È uno spaccato di vita della provincia veneta e della borghesia paesana, chiusa nella sua ricchezza, abituata al comando e al possesso, incapace di comprendere le reali condizioni di vita dei contadini, poveri destinati a rimanere tali, “i poveri erano una razza speciale, avida e ingrata e bisognava guardarsi da loro con diffidenza”.                                      E’ interessante notare come nell’atteggiamento sospettosamente chiuso, autocentrico della protagonista sia racchiusa una parte del carattere tipico veneto, così attivamente produttivo proprio perché abituato a pensare solo a se stesso. Caterina in realtà non produce nulla ma è lei stessa il prodotto peculiare di questa cultura, quindi capace di mutuare e alimentare all’infinito questo processo.           
Buffo è il suo rapporto con il giovane parente, direi quasi una “Educazione sentimentale” al contrario, perché anziché aprire, chiude, anziché far evolvere, irrigidisce, anziché donare, prende.

Gradevolissima recensione. Grazie.

Raffaella

P.S. Ho cercato sempre di Mesirca “Musica in piazza”: Milano ne è sprovvista. Lunedì 7 gennaio sono andata alla fiera degli O Bei O Bei e ho chiesto a parecchi barroccini tale libro. Non lo conoscevano neppure.

commento sempre puntualissimo

commento sempre puntualissimo Raffaella: grazie!

Mesirca: dev'essere ormai introvabile, una rarità, credo che Luciano abbia i suoi libri, lui conosceva anche Rebellato e poi è un appassionato bibliofilo. Magari, quando torna, lo convinciamo a parlarci di altre opere di Mesirca. :)

I veneti: lavorano anche troppo, fino a rasentare la maniacalità e a mettere "i schei" al centro. Mesirca conosceva bene certe caratteristiche.

Buongiorno, mi sono trovata

Buongiorno,


mi sono trovata in questo forum in quanto cercavo su internet mio zio,il dott. Odoardo Mesirca e sono incappata in Giuseppe Mesirca, suo cugino. Mia nonna, Gina Gavazzeni, sposò in prime nozze Gino Mesirca, fratello del padre di Giuseppe. Una delle tombe Mesirca a Cittadella fu costruita proprio da mia nonna Gina,per la  prematura morte del giovane marito Gino Mesirca. Mio zio Odoardo ha 95 anni e Giuseppe mi pare fosse il cugino maggiore. Scusate l'intromissione ma non ho resistito: ho avuto un grandissimo piacere nel ricordare Giuseppe che ho incontrato solo una volta nella vita, da piccolissima, quando ancora abitavamo nel Veneto. Io non ho personalmente legami di sangue con i Mesirca in quanto mia madre è figlia del secondo marito di Gina Gavazzeni, ma mia nonna, con la quale ho condiviso parecchio tempo mi parlava spessissimo del suo primo marito, che credo non avesse mai dimenticato. Abbiamo degli album di fotografie del 1920/30 dove appaiono tutti i "cuginetti" Mesirca. Non so perchè ma il mio ricordo è che avessero un''ascendenza polacca, piuttosto che boema, ma forse ricordo male.


Senz'altro farò in moodo di acquistare il libro che avete così ben recensito,


liliana berruto

Intanto benvenuta, signora, e

Intanto benvenuta, signora, e grazie per questo suo intervento. Personalmente mantengo enorme curiosità relativamente all'etimo del cognome. Se riuscisse a scoprirne le origini mi farebbe un grande regalo:)

Marina, hai ricevuto visite;)

Marina, hai ricevuto visite;)

questa visita mi fa molto

questa visita mi fa molto piacere davvero, la ringrazio per le notizie e per òla condivisione dei ricordi, sig.Liliana. Il libro credo sia ormai reperibili solo in biblioteca o, per un colpo di fortuna, nelle bancarelle, sarebbe piacevole perà che l'autore venisse riscoperto e ridato alle stampe, specie nel Veneto, che ha così ben descritto.


[rebellato-marina] ecco un

[rebellato-marina] ecco un approfondimento di tuo sicuro interesse: http://www.maremagnum.com/articoli/?p=463

[Rebellato] Grazie, una

[Rebellato] Grazie, una lettura interessante. Di Rebellato mi ha parlato parecchio Luciano ovviamente. Certe sue edizioni devono essere davvero un ghiotto bottino, di quelle che in libreria stanno davvero bene.:)