Il Novecento e le sue ferite. Stone sosteneva che la prima vittima di ogni guerra fosse l'innocenza, in un suo vecchio film sul Vietnam; Menéndez Salmón racconta, in questo suo allegorico, atroce e toccante romanzo breve, che carnefice e vittima coincidono – la razza umana – e che chi ha assistito a certe atrocità è condannato alla disperazione, al male di vivere, a credere in una maligna predestinazione. Le eccezioni esistono: fanno letteratura. In tutti i sensi.
“L'offesa” è un romanzo che dovrà, è un auspicio e una sensazione, essere presto tradotto in un film. Un film che dovrà riuscire nella difficile impresa di risultare umanissimo, universale e incisivo raccontando la vita di un uomo e di diversi popoli europei in poche ore; sintetizzando l'esperienza della guerra, illustrando cosa significhi vivere al fronte e assistere a certe ingiustizie e certe atrocità, raccontando una ferita invincibile – quella di chi rimane in vita e non sente più niente, a un tratto. Menéndez Salmón andrebbe comparato col francese Marc Dugain, col Dugain del formidabile esordio “La chambre des officiers” (1999): là l'antieroe si ritrovava, orribilmente sfigurato, a vivere una vita inevitabilmente diversa, e tuttavia sapeva dimostrare una voglia di (r)esistere, di essere felice a dispetto di tutto, che non poteva che commuovere. Ma era un reduce dalla prima guerra. Il reduce della seconda guerra di Menéndez Salmón cambia identità, cambia nazione, ritrova l'ombra d'un grande amore, e tuttavia è vinto, è sconfitto. L'umanità ha testimoniato il male assoluto. Siamo marchiati a fuoco. Dobbiamo studiare nuove strategie per fronteggiare e sradicare il male.
“Ci sono corpi che si chiudono e corpi che si aprono; ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all'aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all'orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare a essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare a essere quel che è (...)? Può un corpo dimenticarsi di sé stesso?” (Menéndez Salmón, “L'offesa”, p. 61).
Kurt, ventiquattro anni il primo settembre 1939: il giorno in cui Hitler invade Danzica. Il giorno in cui comincia la Seconda Guerra Mondiale. Neanche ventiquattr'ore e arriva la chiamata al fronte. Lui è un sarto, non è tesserato per il partito, non discende da famiglia aristocratica. Il padre lo avverte: niente eroismo. Non farsi notare da chi comanda. Restare al proprio posto.
Si ritrova numero, al fronte. Consolato dal pensiero della sua Rachel, a casa. Deviato da carte, prostitute e alcol, nel tempo libero. Passano anni. Lentamente, lavorando come sarto negli intervalli, per rammendare le divise dei commilitoni, dimentica di tutto – della famiglia, forse della sua essenza – e passa da Montmartre all'Alvernia, infine a Nantes. Per ritrovare l'azione, per combattere in prima linea. Ma in prima linea assiste a una rappresaglia nei confronti del popolo ribelle, a una decimazione classica e atroce. Rimane sconvolto dal rigore algido e disumano di chi massacra cittadini inermi, incolpevoli. E smette di capire il tedesco. Cosa fosse essere tedesco.
“Kurt pensò a Erik Satie, a Pablo Picasso, a Jules Verne, alla parola FRANCE cancellata dai carri armati, ai vulcani dell'Alvernia, a Rachel, alle raccomandazioni del padre davanti al suo boccale di birra renana. Non si dava pace; non si dava ragione; provava soltanto un freddo atroce, dalla punta dei capelli alla pianta dei piedi, che lo trafiggeva come una picca un condannato” (p. 57).
E il suo corpo, da quel giorno, perde la sensibilità. Perde ogni sensibilità. Ricoverato e sottoposto a esami e cure, distaccato in toto dalla realtà com'era, rimane un enigma per i dottori. Scrive a casa, senza spiegare l'accaduto. Scopre che la sua Rachel è stata deportata. La sua sofferenza è ormai sovrumana. Ma non riesce a sfogarla fisicamente: non sente più il corpo.
Proprio mentre sembra si stia avvicinando la guarigione, complice un nuovo, platonico amore per un'infermiera, assiste a una nuova esecuzione; stavolta, non c'è un ufficiale amico a comandarla, ma l'apparente indifferenza del medico che lascia che i pazienti tedeschi, a eccezione di Kurt, vengano portati in un campo di calcio e fucilati. Kurt vivrà una vita altra, da quel momento in avanti. Con un'identità diversa... fermiamoci qui.
Menéndez Salmón è una delle felici sorprese della nuova stagione editoriale di Marcos Y Marcos, storico protagonista dell'editoria di progetto milanese. Confidiamo possano proporci, negli anni a venire, tutto il catalogo dello scrittore di Gijon. È cinematografico e paradigmatico; giovane ed europeo. Puro Zeitgeist. Splendida scelta.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Ricardo Menéndez Salmón (Gijon, Spagna 1971), scrittore spagnolo. Ha studiato Filosofia a Oviedo, collabora con quotidiani e riviste (ABC).
Ricardo Menéndez Salmón, “L'offesa”, Marcos Y Marcos, Milano 2008. Traduzione di Claudia Tarolo.
Prima edizione: “L'ofensa”, Barcelona 2007.
Approfondimento in rete: Booksblog / Wiki ES / Abruzzo Cultura / Rassegna Stampa IT /
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2008.
Menéndez Salmón Ricardo - Gridare - franchi
Commenti
Menéndez Salmón è una delle felici sorprese della nuova stagione editoriale di Marcos Y Marcos, storico protagonista dell?editoria di progetto milanese. Confidiamo possano proporci, negli anni a venire, tutto il catalogo dello scrittore di Gijon. È cinematografico e paradigmatico; giovane ed europeo. Puro Zeitgeist. Splendida scelta.
www.marcosymarcos.com/loffesa__recensioni.htm rass stampa IT
La sua è una scrittura che fa male...
sì, è stata un'esperienza estetica abbastanza al limite.
Perché scrive facile, e comunica concetti pesantissimi come niente fosse. E' sovraccarico di esperienza e sentimento, e tuttavia non è complesso né artificioso. Acqua che porta scheletri e sangue e terra a valle
l'avevi già letto? raccontaci...
letto ad urbino, ne scriverò.
Mi ha stupito la sintesi dei suoi capitoli, soprattutto i primi. Raccontare un orrore immenso in due pagine è quasi impossibile. e poi è un giovanissimo, mipare...
1971...
splendida scelta e anche questo libro tradotto molto bene.
Ci ho provato, ne ho scritto pure io. :)
Ripesco qualche pagina, dato che sono in ferie obbligatorie (dove sta andando l'Italia se anche nel pubblico impiego per risparmiare ci obbligano a stare a casa, mah!).
Una storia veramente difficile da decidere di affrontare, Gf, dico la verità. Hai fatto bene a scriverne e a segnalarcela (una nota ad Antonio B.: va bene scriverne anche tu, ma due recensioni sulla stessa opera lo stesso giorno... insomma, io sono un pò critica su questo modo di fare, una delle due non verrà letta, mi sembra normale anche se in realtà io la tua l'ho letta pure, però... vabbè, non prendertela eh).
Un autore classe 1971 che scrive di questi fatti, per la verità più che incuriosirmi mi inquieta (in senso positivo).
Ovvero: per quanto tempo avremo bisogno di rivisitare - narrrativamente - questo assurdo periodo della nostra storia prima di trovare pace (tutti)?
Non riesco a capire che tipo di critica si possa muovere a due recensioni sulla stessa opera, soprattutto pensando che la cosa che più mi interessa, prima di comprare un libro, è leggere più pareri in proposito.
Se realmente si vuole conoscere preliminarmente l'opera di un autore, si cerca quanto più possibile in giro, al di là del tempo e del luogo in cui è stato scritto. Parere personale.
Sull'argomento: è sicuramente troppo presto, forse impensabile, che si possa esaurire la voglia e l'impulso di scrivere su una ferita ancora così aperta. E' passato così poco tempo, e da un orrore così grande gli spunti narrativi saranno sempre tantissimi.
La novità del Salmon è questa. Che assimila alla decimazione per mano nazista, in rappresaglia, il massacro per mano partigiana di soldati nazisti, degenti in ospedale.
E questo mi sembra un signor passo avanti.
Come li identifica?
Come ragazzi di Lipsia, Berlino, Amburgo. Come, di fatto, era.
Non è un libro fazioso. E' narrativa allegorica della condizione umana.
"Allora capirono cosa avevano conquistato. Era giunto il momento di gridare a tutte le ore, senza cerimoniale, senza intervalli prestabiliti, senz?altro impulso che l?espressione del loro amore. Come i primi uomini, erano al di là delle parole".
Ricardo Menéndez Salmón è uno scrittore speciale.
La sua riflessione è profonda, ma è il modo di scrivere che arriva dritto al cuore.
Dopo il romanzo L'OFFESA, splendida fiaba in nero "che sembra recitata solo per te" (Marco Belpoliti, L'espresso),
la nuova raccolta, GRIDARE, offre dieci racconti sorprendenti.
Ricardo Menéndez Salmón
GRIDARE
traduzione di Claudia Tarolo
176 pagine, 14 euro
IN LIBRERIA DAL 26 MARZO
Dieci mondi diversi in cui si insinua il brivido dell'assoluto: a volte come un tremore che pervade tutto il racconto, a volte come un terremoto di cui vediamo le conseguenze estreme.
"In questi racconti, più che un'architettura stilistica, ci sono io"
Ricardo Menéndez Salmón
"Ambientazione cosmopolita, prosa impeccabile nella sua fattura classica che attinge a tutte le risorse dell'oralità"
El cultural
"Una prosa precisa, senza sotterfugi, che si offre nuda alla lettura"
Pájaros de papel
"Dalle prime righe Salmón ci ipnotizza con immagini da brivido. Ci coinvolge in un'atmosfera dove si mescolano la vita e la morte, l'estasi della felicità e l'agonia dell'amore"
Mercurio
Buona lettura!
Marcos y Marcos
a breve, l'articolo su "Gridare";).
questo è uno scrittore che voglio conoscere...ed attendo anche il tuo pensiero su "Gridare".
24/48 ore al max:)