Dostoevskij Fëdor Michajlovic

Memorie dal sottosuolo

Autore: 
Dostoevskij Fëdor Michajlovic

“Ho i nervi sottosopra e non riesco ad avere il dominio di me stesso. I miei tormenti di ogni sorta sono adesso così pesanti che non voglio neppure parlarne. Mia moglie sta morendo, letteralmente. Ogni giorno c’è un momento in cui aspettiamo la sua morte. Le sue sofferenze sono spaventevoli e si ripercuotono su di me… Il racconto mi si allunga. Qualche volta ho l’impressione che non valga nulla, ma continuo egualmente a scrivere con calore; non so cosa ne verrà fuori…
Non so cosa sarà, forse una porcheria, ma personalmente ripongo in esso grandi speranze. Sarà una cosa forte e sincera; sarà la verità. Anche se cattivo, farà impressione. Lo so. Ma forse sarà assai buono…”
(dalle lettere di Dostoevskij al fratello Michail)


L’autore scava nel suo tormento, spurga le sue ferite mediante l’inchiostro che diventa al contempo rimedio ed ulteriore causa di sofferenza. Sceglie di dar voce al suo ricordare scrivendo, perché “sulla carta la cosa prende un aspetto in certo modo più solenne. Nello scrivere c’è qualcosa che s’impone a noi stessi, ci si sente maggiormente giudicati, si cura di più lo stile. Non soltanto: può anche darsi che dallo scrivere ne ritragga effettivamente un sollievo. Lo scrivere, in realtà, è una specie di lavoro. Dicono che il lavoro rende l’uomo buono e onesto. Ecco un’occasione per diventarlo”.
Partendo dall’autodefinizione di “persona malvagia e cattiva”, pertanto, Dostoevskij, forse nell’intento di dimostrare per poi contraddire la veridicità del proprio giudizio, traduce le sue memorie in forma di racconto: un racconto all’interno del quale narrazione e saggio filosofico finiscono col mescolarsi allo scopo di rappresentare l’intricato universo interiore di un uomo che, smentendo quanti attribuiscono a
Freud la paternità della nozione di inconscio, già nel 1865 indaga nel denso magma che costituisce il sottosuolo, in bilico fra i più disparati impulsi interiori. In netto contrasto con il razionalismo di stampo illuminista, in voga all’epoca, che pretendeva di ridurre l’uomo a un dato calcolabile e manipolabile mediante la logica del “due più due fa quattro”, il nostro disconosce “l’homme de la nature et de la verité” di Rousseau e dà voce ad un uomo diverso da quello noto fino ad allora, servendosi del “romanzo per mostrare l’antinomia di fondo dell’uomo moderno” (Czeslaw Milosz, premio nobel 1980).

Un uomo privo di certezze che ha abbattuto tutti i miti, non ultimo quello della Ragione, precedentemente impostosi sugli altri come unica soluzione di tutti i problemi e di tutte le angosce. Un uomo sofferente, ma consapevole, anzi sofferente perché consapevole, come testimoniano alcuni tristi passaggi del suo monologo: La sofferenza, questa è l’unica causa della consapevolezza. Vi giuro, signori, che l’esser troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia”.
Un uomo intrappolato nella solitudine e nell’incapacità di dimostrarsi “l’animale sociale” di cui dissertava Aristotele. Un uomo lacerato dal dolore, un dolore che lo porta all’odio verso coloro che si abbandonano comodamente al dogma razionalistico, contribuendo a renderlo inattaccabile proprio perché fondato su certezze così universalmente accettate.


“Loro sono tutti, mentre io sono solo…Loro non mi permettono di essere buono”.
Dalle affermazioni di Dostoevskij traspare nitido tutto il suo disagio, tutta la sua inquietudine per una diversità che lo spinge a rifugiarsi nel sottosuolo e a crogiolarsi nella disperazione per il vuoto che lo attanaglia. Disperazione in grado di trasformarsi in risentimento e rifiuto degli altri, dando origine ad impossibili sogni di rivalsa nei loro confronti.


Precorrendo i tempi non solo nella letteratura, ma nel modo di sentire proprio della sua epoca, dunque, l’autore traccia il ritratto di quello che in seguito conosceremo come “l’uomo folle” di Nietzsche, messo in ginocchio dalla mancanza dell’Assoluto. Dà vita all’antieroe, alla figura dell’inetto incapace di stabilire un qualsiasi rapporto con i suoi simili e, al tempo stesso, schiacciato dalla solitudine che lo obbliga ad uscire dal proprio isolamento e a tentare di avvicinare gli altri per sciogliere il gelo del suo esilio forzato dal mondo, con la conseguente necessità di dover subire, poi, l’immancabile e ripetuto fallimento senza riuscire a scorgere alcuno spiraglio di salvezza.
Neanche nell’amore autentico che pure non può non riconoscere come l’unica strada possibile per uscire dalla sua condizione, una strada che gli consentirebbe di non essere costretto alla lotta per ottenere il riconoscimento di se stesso, più volte cercato e mai ottenuto.
Una strada che però rifiuta come traspare dalle sue parole: Io non ero più nemmeno in grado di amare, giacché amare per me significava tiranneggiare e dominare moralmente. Per tutta la vita io non sono stato capace di figurarmi un amore diverso…”.
E proprio questa sua incapacità lo porta a sperimentare l’amarezza del rimpianto e la crudeltà del rimorso che lo inducono a scrivere nel tentativo di anestetizzare il ricordo, con le pagine del libro ad esprimere il vortice di pensieri che lo assillano avvolgendosi a spirale su loro stessi e stritolandolo nella morsa del suo dolore.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Fiodor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 1821, secondo di sette figli, da Michajl Andreevic, medico di origine lituana e aristocratico decaduto. Nel 1837 muore la madre affetta da tisi: la famiglia si disgrega completamente. Fiodor, su insistenza del padre, fa domanda d’ammissione alla Scuola Superiore di Ingegneria di Pietroburgo, dove dal 1838 al 1843 studia, lottando in segreto per difendere la propria vocazione letteraria. Nel 1839 muore misteriosamente il padre, forse ucciso dai suoi contadini che era solito maltrattare sotto i fumi dell’alcool. Si dice che, dopo aver ricevuto la notizia, Fiodor ebbe il suo primo attacco di epilessia, malattia che si presenterà più volte nel corso della sua vita Il 12 agosto 1843 Fiodor termina gli studi ed ottiene il diploma, il grado di ufficiale e un modesto impiego come cartografo in un distaccamento di Pietroburgo. Lo stipendio è miserabile ed inoltre comincia in questo periodo la sua passione per il gioco. Nel 1844, preferisce ritirarsi dal servizio presso il comando d’Ingegneria militare. A 23 anni è scrittore a tempo pieno. Il 25 aprile 1849, Dostoevskij viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l’accusa di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Il 16 novembre è condannato alla pena di morte mediante fucilazione, esecuzione che all’ultimo momento viene commutata in condanna ai lavori forzati in Siberia. Nel 1854, terminata la pena, viene mandato a Semipalatinsk, non lontano dal confine cinese, come soldato semplice. Là si innamora della moglie di un doganiere del luogo e dopo la morte di questo prende la donna, Marija Dmitrevna, come sposa. Il 28 gennaio 1881 muore a Pietroburgo, per il peggioramento dell’enfisema polmonare da cui è affetto. Viene sepolto nel cimitero del convento Aleksandr Nevskij, accompagnato da una folla immensa.

Fiodor Dostoevskij, “Ricordi dal sottosuolo” Feltrinelli, Milano, 1974.
Introduzione e traduzione a cura di Gianlorenzo Pacini.
Titolo originale dell’opera: “Zapiski iz podpol’ja”, 1865.

DOSTOEVSKIJ  in LANKELOT:
Dostoevksij Fëdor Michajlovic - Il sosia - franchi
Dostoevksij Fëdor Michajlovic - Le notti bianche - AngelaMigliore
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - Delitto e Castigo - marina monego
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - I Demoni - marina monego
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - I fratelli Karamazov - arpaeolia
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - Il giocatore - arpaeolia
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - L'Idiota - Fabiana
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - Memorie dal sottosuolo - AngelaMigliore
Dostoevskij Fëdor Michajlovic - Memorie dal sottosuolo - marina monego

Angela Migliore, febbraio 2005.


Originariamente apparso su Lankeolt.com

 

ISBN/EAN: 
8807821206

Commenti

Anche questo è un gran testo. e noto con piacere che la tua analisi, Angela, è puntualissima nel contestualizzare le suggestioni che spinsero D. a scriverlo. Azzeccatissimo è il richiamo alla paternità del discorso sull'indagine dell'inconscio, del quale Nietzsche, successivamente, ne amplierà maggiormente i margini. Freud arriva dopo, molto dopo. E copia parecchio di sana pianta senza mai citare le sue fonti originarie: Dostoevskij e Nietzsche, appunto.

Doestoevskij è uno di quei nomi che impongono studio, prima di arrivare a scriverne. Mi sono limitata ad approfondire gli spunti suggeriti nell'introduzione di Gianlorenzo Pacini e a riconoscere parallelismi tra il pensiero del russo e quello di altri uomini illustri. Il tema dell'inconscio, poi , mi sta parecchio a cuore e mi piace l'idea di togliere qualche primato a Freud. Grazie per l'apprezzamento, i consensi danno fiducia.

Anche a me il tema dell'inconscio sta parecchio a cuore; Nietzsche e Dostoevskij, non a caso, sono tra gli autori che ho più letto. Di Freud ne penso assai maluccio (ho letto parecchio anche dei suoi saggi, per dovere più che per curiosità), gli preferisco di gran lunga Jung.

Per ciò che riguarda l'apprezzamento... be', dovere. Quando si fanno di queste analisi letterarie è giusto farlo (ovviamente mi riferisco anche ad altri tuoi scritti). Anzi, mi dispiace di non averti letto abbastanza nel vecchio Lankelot. Sto recuperando sul nuovo:)

"Dalle affermazioni di Dostoevskij traspare nitido tutto il suo disagio, tutta la sua inquietudine per una diversità che lo spinge a rifugiarsi nel sottosuolo e a crogiolarsi nella disperazione per il vuoto che lo attanaglia. Disperazione in grado di trasformarsi in risentimento e rifiuto degli altri, dando origine ad impossibili sogni di rivalsa nei loro confronti".
Ecco, mi ricordo che il testo di Dostoevskij mi lasciò quasi senza respiro, quando lo lessi, per il senso di disagio e inquitudine che traspariva da ogni singola pagina.
Una volta chiuso il libro, l'ansia è rimasta per parecchie ore.
Molto bella la tua analisi.

L'ho letto anch'io e recensito a suo tempo, rimasi molto colpita dall'incipit: "Sono un uomo malato..sono un uomo cattivo". La tua analisi riesce a contestualizzare molto bene il testo, che è interessante, come tutto il Dosto. Naturalmente i miei preferiti restano i Karamazov e Delitto e castigo.

Sì ricordo la tua bella pagina, Marina.
Letto troppi anni fa Delitto e castigo, ma ricordo bene che ne rimasi affascinata. I Karamazov, invece, mi mancano. Il libro, col suo bel saggio di Freud sul parricidio, è ancora nel cellophane. Sarà perchè associo il romanzo alla personcina che me lo ha consigliato...

Antonio Anche per me il libro non terminò dopo aver ripiegato la copertina, ma non credo fosse ansia, la mia. Probabilmente tristezza, dovuta all'immedesimazione: ho avuto la sfortuna di riconoscermi in molte pagine. Scriverne mi ha aiutato a capirmi.