McCarthy Cormac

La strada

Autore: 
McCarthy Cormac

Arrivò a credere che nella storia del mondo
forse c’era più castigo che delitto ma non ne
trasse grande conforto…(La strada p.26).
 

Nella scrittura di Cormac McCarthy la parola torna ad essere quella che dà i nomi alle cose, agli esseri senzienti e non senzienti, a tutto quello che ci circonda. E’ il medium tra l’uomo e  l’universo o, per chi vi crede, tra l’uomo e Dio.
Da questo punto di vista, non vedo differenze nel suo lavoro narrativo, sia che si parli della  trilogia della frontiera costituita da Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, o del  grande affresco selvaggio di Meridiano di sangue, oppure  dell’opera appena precedente a La Strada,  che ha per titolo Non è un paese per vecchi.
Né mi convince chi vede nelle opere che si sono via via susseguite nella produzione dello scrittore, un disegno unitario, un progetto.
La fonte di tutta la sua narrazione va ricercata, a mio avviso, in un’intensità d’ascolto che per divenire parola esige la più assoluta attenzione. Non vi è dunque alcuna progressione temporale nell’opera letteraria di McCarthy, alcuna architettura, quanto piuttosto l’esito di quell’ascolto. Se poi il risultato della sua acutissima percezione acquista un disegno unitario,  ciò significa che quel disegno e non un altro, lo scrittore, resosi ormai quasi solo strumento, doveva tracciare.  E volendo poi unire tutti i punti di quel tracciato, esso non ha forma di freccia o di retta, quanto piuttosto quella di un arco, di un cerchio non concluso, che lascia spazio a nuove, impensabili narrazioni.
In nessun altro modo posso spiegarmi un’opera come La strada, poiché dopo aver narrato la post-apocalisse, cos’altro è ancora possibile dire?
Una grande scrittrice come Djuna Barnes, oggi poco letta, pone in un suo piccolo libro, una domanda che mi è spesso affiorata alle labbra, leggendo le opere di McCarthy.
Chiede la Barnes:
“Sentinella, a che punto è la notte?”.
A che punto è la notte nella narrazione di McCarthy?
Questa domanda è ancora possibile nel romanzo Non è un paese per vecchi. In quest’opera, che è un dialogo pressante  tra esseri umani affetti da totale autismo morale, l’ambiente o il contesto sono un dettaglio del tutto secondario. Non vi è più la Natura lussureggiante e feroce che viene descritta nei romanzi precedenti. Paesaggi da togliere il fiato per la loro insostenibile bellezza, cieli e tramonti sotto i quali gli uomini operano secondo il dettato della legge e della storia ma mai della bellezza. Uomo e creato scissi, l’un l’altro indifferenti e nemici. Grande è la potenza di McCarthy nell’esprimere ad ogni passo della trilogia e altrove, questa scissione, preludio della notte che verrà.

Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano…(p.   La strada).

Bambino: Tu sei coraggioso, papà?
Uomo: insomma, così, così…
Bambino: qual è la cosa più coraggiosa che hai fatto oggi?
Uomo: alzarmi da questo posto.

Nella post Apocalisse di McCarthy la natura è ridotta a relitto. I colori sono quelli del grigio e  del nero. Ovunque, nell’aria, svolazzano e si posano pulviscoli di cenere. L’atmosfera di questo mondo alieno è fredda. Ogni luogo, se ha senso parlare di luoghi, è inospitale. Sulla strada, procedono, superstiti del mondo distrutto, un Uomo e un Bambino, rappresentanti di tutti gli uomini e di tutti i bambini. Sono diretti verso l’oceano dove l’uomo spera che un barlume di sole e di calore ancora sussista.
L’uomo e il bambino fanno delle soste nel loro cammino. Davanti a un fuoco il padre lava suo figlio, gli scompiglia i capelli perché si asciughino:

Questo è mio figlio, disse. Gli lavo via dai capelli le cervella di un uomo. E’ questo il mio compito.
Tutto come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra…(p.57, ib.).

Oltre all’Uomo e al Bambino vi sono altri sopravvissuti. Ombre che si manifestano come orrori improvvisi, figure terrificanti e mute, creature che non sono regredite alla natura selvaggia ma sono andate oltre la natura, rinnegandola e rinnegandosi.
Sono i cattivi. Così l’Uomo spiega al Bambino perché deve temere quelle carovane di creature che a tratti capita loro d’incontrare lungo il  percorso. Creature rinnegate. Regredite alla condizione di rettile. Dedite all’antropofagia e a qualsiasi altra forma di orrore possibile.
E poi ci sono i buoni. L’Uomo e il Bambino sono buoni perché non mangiano le persone. Sono buoni soprattutto perché  portano il fuoco.
Ci sono altri buoni, oltre loro? Sì, dice l’uomo, ci sono altri buoni e noi li dobbiamo trovare.
In sintonia con i miti più antichi, è sempre il fanciullo colui che salva. Al momento, ad esempio, egli è l’unico ostacolo che si frapponga tra l’Uomo e la morte.  Dunque, l’Uomo ha il compito, compito che gli è stato assegnato da Dio, di proteggerlo, poiché se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato…(p. 4, ib.).

Il Bambino non nasce in una stalla come il fanciullo dei Vangeli.
Bei tempi, quelli, dove i messaggi celesti  piovevano da ogni parte, la stella cometa guidava i pastori, la natura  si riprendeva la benedizione di esistere e così pure ogni altro essere del creato poiché il Salvatore era nato. Anche a lui era toccato di dover scappare dagli orchi della notte ma, diamine…! Accanto al fanciullo c’erano Maria, Giuseppe, tutti gli angeli del Paradiso, i pastori, il bue, l’asinello, i re Magi. Il Natale del mondo che esultava per la nascita del suo Salvatore. 

Il Bambino della post- Apocalisse nasce in una casa di una città qualsiasi. Fuori, oltre le vetrate, si vedono bagliori di fuoco e devastazione. E la donna partorisce un figlio che vorrebbe immediatamente uccidere.
Partorisce in casa, con l’aiuto dell’Uomo che le fa luce con una torcia e usa una forbice per tagliare il cordone ombelicale.
Lui lava il bambino. “Questo è mio figlio”, dice.
I tre, una famiglia, ma non una sacra famiglia, si mettono in marcia, lungo la strada. La donna però non vuole procedere oltre. Non sopporta di continuare a vivere:

Se ne andò e la freddezza di quel commiato fu il suo ultimo dono. L’avrebbe fatto con una scheggia d’ossidiana. Gliel’aveva insegnato lui stesso. Più affilata dell’acciaio. Il taglio dello spessore di un atomo. E aveva ragione. Non c’erano argomenti. Quel centinaio di notti che avevano passato svegli a discutere sui pro e i contro dell’autodistruzione con il fervore dei filosofi incatenati alle pareti di un manicomio. L’indomani il bambino non disse nulla e quando furono pronti a rimettersi in marcia si voltò a guardare il punto in cui si erano accampati per la notte e disse: Se n’è andata, vero? E lui rispose: Sì, se n’è andata…(p.46,ib.).

Non si fa gran fatica a voler cercare simbologie in questa narrazione. Ma io credo che La strada non sia stata scritta con queste intenzioni. Certo, c’è una famiglia in fuga, ma non c’è nessun luogo dove andare, non una stella cometa che illumini il cammino, non una capanna per riposare. Tutto è stato cancellato. E quella che partorisce il figlio è la madonna di una notte che non si volge al giorno, dove ogni misericordia è impensabile, una madonna cieca di dolore, che non sopporta l’atrocità del nulla che ha davanti.

E se toccasse a lei dover uccidere il figlio perché non debba sottostare ad una morte orrenda?
Troppo vicina alla natura, la donna, per sopportare la vista della sua creatura che forse, già domani, non sarà più viva.
Tocca all’Uomo, a colui che ha fatto le leggi e la storia, e ha fallito, assumersi il compito di condurre il Bambino e con lui il fuoco.
I dialoghi che si susseguono lungo la strada tra Uomo e Bambino sono cristalli di luce purissima. Sono dialoghi semplici. Elementari. Ad uso principalmente del Bambino. C’è nell’asciuttezza di questo discorrere tra padre e figlio una quasi insostenibile potenza visionaria. Raccontare la post-apocalisse attraverso il dialogo elementare e tenerissimo tra un uomo e un bambino è frutto di uno sguardo che si è spinto molto lontano. Ma questa è appunto l’unica relazione possibile tra passato e futuro, ove è racchiusa l’ultima gemma di umanità che sia ancora rimasta.

…Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà nulla di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco…(p.64, ib.).

 
L’uomo e il bambino procedono nella loro marcia tremenda verso il mare.

Il bambino tracciò col dito (sulla cartina) la strada fino al mare.
E’ blu?
Il mare? Non lo so. Una volta lo era.
(p.138, ib.).

Il padre adempie fino all’ultimo al suo compito. La protezione nei confronti del figlio è implacabile. S’ingegna oltre ogni umana energia, per trovare i mezzi che li possano far sopravvivere: cibo, vestiti, acqua. Gli oggetti dei quali si serve per questa eroica sopravvivenza sono nominati uno ad uno, descritti in dettaglio. L’uomo li manipola con cura, li domina, li piega alle esigenze sue e del bambino. Paradossalmente McCarthy si sofferma con certosina precisione sulla descrizione delle cose ma tralascia di descrivere i tratti dell’uomo. Ha forse senso dare immagine ad un calco di creta? Ma l’ostinazione che lo contraddistingue rammenta la ferocia di un lupo pronto a straziare, dilaniare, distruggere chiunque possa mettere in pericolo la vita del fanciullo.
I due sopravvissuti raggiungono infine il mare. Non è blu. Ma questo, l’uomo se lo aspettava.
C’è sì, il rumore di risacca che lui ricorda e che per il figlio è un rumore nuovo. Non ci sono uccelli all’orizzonte, non un gabbiano. Soprattutto non c’è il profumo del mare.
Ma è lì che dovevano giungere. All’origine del creato. Al mare. 

Il compito è stato assolto. L’Uomo ha dato tutto il suo amore. Gli spetta la consolazione di morire.
Guardati intorno, disse. Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione…(ib, pag. 211).
E’ il momento del commiato: il bambino lo sa, non sono necessari grandi discorsi.

Voglio restare con te.
Non puoi.
Ti prego.
Non puoi. Devi portare il fuoco.(ib., pag. 215).

Note biografiche: Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto nel Tennessee, dove ha frequentato l’università abbandonandola due volte prima di entrare nel ’53 nell’Air Force e rimanervi per quattro anni.

Attualmente vive a El Paso, in Texas. Nel catalogo Einaudi sono disponibili: Il guardiano del frutteto, Figlio di Dio, Il Buio fuori, Meridiano di sangue, la trilogia della frontiera.(vincitore del National Book Award), e ancora, Oltre il confine, e Non è un paese per vecchi, portato sugli schermi dai fratelli Coen.
Con La strada (Einaudi ed. 2007), ha vinto il Premio Pulitzer 2oo7.

In Lankelot:

Renata Adamo, gennaio 2008

ISBN/EAN: 
9788806185824

Commenti

Nella post Apocalisse di McCarthy la natura è ridotta a relitto. I colori sono quelli del grigio e del nero. Ovunque, nell?aria, svolazzano e si posano pulviscoli di cenere. L?atmosfera di questo mondo alieno è fredda. Ogni luogo, se ha senso parlare di luoghi, è inospitale. Sulla strada, procedono, superstiti del mondo distrutto, un Uomo e un Bambino, rappresentanti di tutti gli uomini e di tutti i bambini. Sono diretti verso l?oceano dove l?uomo spera che un barlume di sole e di calore ancora sussista..

(bentornata, intanto, Renata.)

interessante. leggerò maccarthy, mi sembra chiaro.
gran bella recensione, intensa.

"Nella scrittura di Cormac McCarthy la parola torna ad essere quella che dà i nomi alle cose, agli esseri senzienti e non senzienti, a tutto quello che ci circonda. E? il medium tra l?uomo e l?universo o, per chi vi crede, tra l?uomo e Dio."

> Meraviglioso.

"Una grande scrittrice come Djuna Barnes, oggi poco letta, pone in un suo piccolo libro, una domanda che mi è spesso affiorata alle labbra, leggendo le opere di McCarthy.
Chiede la Barnes:
?Sentinella, a che punto è la notte??."

> A occhi chiusi, era un Adelphi. E dovrei esserci incappato qualche anno fa.

E aggiungo, quella battuta sulla sentinella echeggia sicuramente in Sgalambro. In un disco.

"Certo, c?è una famiglia in fuga, ma non c?è nessun luogo dove andare, non una stella cometa che illumini il cammino, non una capanna per riposare. Tutto è stato cancellato. E quella che partorisce il figlio è la madonna di una notte che non si volge al giorno, dove ogni misericordia è impensabile, una madonna cieca di dolore, che non sopporta l?atrocità del nulla che ha davanti."

> McCarthy ci avverte che non manca molto alla fine del nostro tempo? Che stiamo per demolire questa vecchia casa in decadenza?

(bellissimo articolo. grazie!)

uno scenario davvero inquietante, ma fanno anche una certa tenerezza quei dialoghi uomo-bambino, volutamente semplici e immediati.
*
?Sentinella, a che punto è la notte??.
La frase è biblica, Isaia 21,11: "Sentinella, quanto resta della notte?"

aggiungo, naturalmente un articolo molto ben strutturato.

Bel pezzo di articolo davvero.

Hai notato, Renata, quanto McCarthy si allontani da certi stereotipi narrativi anche quando si confronta con certi temi, per così dire, "di genere"? Se hai letto anche qualcos'altro, in particolare il penultimo "Non è un paese per vecchi" o "meridiano di sangue", avrai visto certi clichè crollare. :)

Per Paolo: sì, ho notato quanto lui si allontani da stereotipi narrativi. Sono pienamente d'accordo con te. Grazie per l'osservazione.
Marina: non sapevo che si trattasse di un passo della Bibbia. Bellissimo.
Gianfranco, tu mi carichi sempre. Tu sei così generoso...a presto con alcune osservazioni su di te...

"A che punto è la notte" è anche il titolo di un romanzo di Fruttero e Lucentini....

Per Andrea: è vero. E' anche il titolo di un romanzo di Fruttero e Lucentini. Ad ogni modo ora mi ricordo: il libro di Djuna Barnes è "Il bosco della notte", ed. Adelphi...Lankelot ha sempre ragione!
Vedo che ami Borges. Ho letto il tuo pezzo, curioso, originale, sparpagliato. Mi piace.

Borges. Non lo so se lo amo. Certo che per alcuni mesi è stato presenza costante nella mia vita. ti ringrazio per la lettura, eh.
qui: http://www.bombasicilia.it/rubriche/?page_id=228
nei vari numeri della rivista, ne trovi alcune simili, nel primo sicuro, anche terzo, sesto...poi basta...vabbé.
ciao, grazie ancora.
(il romanzo di F&L, prima o poi dovrò leggerlo, ce l'ho...eheh)

11. Attendo;)
Sarò offline fino a lunedì, se non rispondo è per quello. Grazie ancora per questa nuova condivisione. Viziaci.

se di solito il fine anno è tempo di bilanci, penso che questo libro sia forse il migliore che io abbia letto in questi dodici mesi. l'ho riletto quattro volte e tutte le volte trovo nuovi spunti. la grandezza è nella sua semplicità che diventa complessità. meraviglioso.

Ho finito da poco di leggere questo libro e devo dire che mi ha impressionato moltissimo. sono pochi i libri che in questi ultimi anni mi hanno lasciato un segno, e uno è segnalato in questa bella recensione, (che coincidenza) "la foresta della notte" (o bosco, l'originale è "Nightwood") della Barnes, e la prima parte della trilogia della città di K, che stilisticamente si avvicina molto a questo "La strada". Ho letto svariate recensioni poi, per vedere cosa avevano notato gli altri, e fra le due che mi sono piaciute di più c'è quella di sebastiano aglieco e questa, senza dubbio. Questa, poi, è l'unica che prende in esame il gesto della madre, che a me ha colpito molto, e prova a tracciare un simbolismo di natura religiosa. Io non so quanto ci sia di religioso in questo libro, che all'apparenza è quanto di più lontano, ma sicuramente c'è, tratteggiato con segnali più o meno evidenti, il conflitto bene/male, che poi ogunno può interpretare a suo piacimento. Ecco, anche la religione non sfugge da questa scarnificazione, la paura dell'uomo, che si riflette nella creazione di dei, qui diviene semplice rappresentazione di bene e male, e il primo è quello che sembra più insensato. di qui, la lucida scelta della donna di morire subito, di lasciare stare, l'intelligenza che capisce che in ogni caso non c'è nulla da fare, e molla. l'intelligenza in questo caso è la donna. dall'altra parte, bestialmente, l'uomo, puro istinto e sguardo fisso dinanzi a sé, cocciutamente, in nome dell'amore per il figlio, ostinato a tirare avanti il carretto dei giorni insensati che si riepilogano uno dopo l'altro. In questa enorme opera di pulizia, io ci ho visto la rappresentazione umana scevra di tutte le sue sovrastruture e riportata all'origine, assetata di bisogni primari. Quello che accade in quel libro è, in un certo modo, presente già qui, adesso, ai giorni nostri: il non sapere dove andare. l'atto più coraggioso che consiste nell'alzarsi ogni giorno, senza scopo. non c'è dio, non c'è nulla da raggiungere, non c'è meta, c'è solo viaggio, due criceti che girano sulla ruota senza sosta, idioti come una mosca che sbatte sul vetro, o una falena che cozza ottusamente contro la luce. tutto questo è già qui, adesso, nascosto dai bisogni indotti o costruiti (forse è un bene?) dall'uomo per non pensare che sia "solo questo." La nostra generazione "comoda", io credo, è quella che avverte maggiormente questo spaesamento, noi che non abbiamo una guerra da combattere, un ideale, una difficoltà nel reperire il cibo, che non crediamo più negli dei. i nostri bisogni sostituiti da noi stessi con altre cose, lontano da quello di cui abbiamo realmente bisogno: cibo, calore, luce, un riparo. Chi può accettare questo? spettri che vagano senza meta in un mondo che ruotando giorno dopo giorno si avvia verso la fine, come una trottola con i giri contati. così abbiamo inventato dei miti, degli dei, delle cose in cui credere e sperare, il successo, i soldi, la fama, oppure la solidarietà, il dedicarsi agli altri, o ancora l'amore, questa allucinazione che non ci fa sentire soli, che ci illude di essere in compagnia, questa allucinazione che la Madre, nel libro, rifiuta.
ricordo che lui le dice che morirebbe per lei, che la difenderà, che farà tutto per lei. e lei risponde: e cosa cambia? e il bambino? non cambia niente neanche per lui.
e alla fine, in effetti, cosa cambia?
Libro atroce, questo di maccharty, infarcito delle parole cenere, nero, pioggia, buio, freddo, che si ripetono come un mantra, e sembrano presagire che tutto è qui, adesso, nascosto da qualche migliaio di anni di sovrastrutture. come segnala Renata, alla fine rimangono un uomo e suo figlio, rappresentazione di tutto il genere umano, lui sta morendo, il figlio rimarrà a consumarsi nei giorni:

"Guardati intorno, disse. Non c?è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione?"

Avevate tutti ragione. di qualunque "forma" abbiate parlato.

salve vez, bentornato - e gran commento. Punto.

bella vez, sai che ho trovato un paio di foto della tua presentazione a bazzano? niente di che, sei seduto con della gente intorno, se ti interessa te le mando però. famme sapé

a voja:)
volentieri, sì. E' un bel ricordo, ci siamo divertiti (e tra l'altro direi che proprio quel giorno ci siamo finalmente incontrati di persona:) ).

tu non hai una faccia molto contenta nelle foto però, eheh. forse perchè avevamo bevuto poco? non mi ricordo, non mi ricordo niente ultimamente, mi dimentico tutto. però mi sembra che avevamo bevuto poco, forse tu eri stanco. entro 'n par de giorni t'ee manno. :)

be' ero 'n po' stanco, m'ero fatto 350 chilometri e altri 300 me li sarei bevuti di lì a poco:). E poi c'era quella vecchia signora che un po' mi urtava, meglio non fare nomi:))).

Sì, mi sa che abbiamo bevuto poco perché dovevo guidare...

Che vecchia? te lo dico che non mi ricordo niente. comunque ti andò bene, pensa che nacci abbandonò la discussione, o litigata, per esser proprio esatti. discussero di malati mentali, con una tipa, se non ricordo male. ah, le presentazioni che finiscono a schiaffi, non ci sono quasi più...

ma con me è difficile litigare, io sono dialettico e non sono mai del tutto convinto di avere ragione;).
Il Nacci ha il sangue più caldo del mio, chissà:))).
*
la tizia che dico era la passiga' (nun famme finì er cognome, che magari torna pure qui) col suo mattone repescato'

mother

Bellissima recensione, Renata. Complimenti.

Riguardo il romanzo (il primo McCarthy che leggo), sarà per il fatto che avevo grosse aspettative, ma mi sento di promuoverlo soltanto per tre quarti. E' scritto da dio, e ci sono alcune delle descrizioni più belle che abbia mai letto. La sua penna sembra registrare immagini come fosse una macchina da presa. Ma il meccanismo rende la lettura a tratti troppo monotona. In ogni caso, c'è nel fondo delle pagine un'umanità inaudita, con pagine davvero toccanti. Se da un punto di vista, quindi, la scelta di focalizzare la storia praticamente sulle sole figure del padre e del figlio da un lato rende un pò monotono il tutto, dall'altro riesce inevitabilmente a legarti emotivamente ai personaggi, arrivando alle ultime pagine del romanzo con il cuore in gola.

Comunque, all'interno del mio percorso di formazione come scrittore, devo molto a questo romanzo per avermi fatto assimilare un certo modo di strutturare i dialoghi. E in questo senso, è stato una porta di accesso ideale al mondo di Hemingway su cui mi sono riversato subito dopo la lettura di questo libro.

non vorrei dire un'eresia, ma i dialoghi, un po', non ricordano quelli dei primi libri di baricco? solo più asciutti ovviamente, privati di quella volontà di stupire col ragionamento intelligente. qui si spiegano le cose al bambino, e il bambino chiede risposte semplici, per "continuare" in un posto dove non ha senso continuare.
anche l'assenza di virgolette. ma forse ricordo male. eppure mentre li leggevo, i dialoghi di mccharthy, ogni tanto avevo come lo spettro di un deja-vu. magari distorco io. anzi, sicuramente.

anche io l'ho pensato. Ma ciò si spiega col fatto che Baricco è un appassionato di McCarthy. Lessi un suo articolo qualche tempo fa, dove palesava la cosa.

ah ecco. ma pensa te. non sono visionario del tutto allora. cosa è che non ti ha convinto del finale, giovanni? accennavi a una mezza delusione.

non è il finale a non avermi convinto (anzi!). Con l'espressione "mi ha convinto per tre quarti", intendevo dire che pur piacendomi non mi ha esaltato! Un po' per le aspettative che avevo (frutto di recensioni entusiastiche e dei consigli di alcuni cari amici), un po' per i motivi che ho riportato nel mio intervento precedente! :)

ok. :)

pochi personaggi. sai io a pagina 25 volevo interromperlo ho pensato che due palle saranno 200 pagine così? poi ho capito che potevano essere "solo", così. ha un che di ipnotico quella ripetizione della parola cenere, sempre le stesse situazioni, mangiare, bere, il freddo, muoversi. alla fine però rende, l'ho finito da tre giorni e ancora mi gira in testa. mi sembra davvero una cosa "definitiva". sono così infuocato perché l'ho letto da poco, poi mi passa. :)

"La fonte di tutta la sua narrazione va ricercata, a mio avviso, in un?intensità d?ascolto che per divenire parola esige la più assoluta attenzione". In questo romanzo trovo la frase perfettamente esplicante il testo, perlomeno per come l'ho letto io.

****

McCarthy per me è stata la più bella scoperta dello scorso anno. Mi manca solo "Meridiano di sangue e li ho letti tutti. Un grande narratore, tradotto credo mirabilmente perlomeno nelle edizioni da me lette. "Non è un paese per vecchi" è forse il romanzo più completo (nel senso più tradizionale del termine), quello meno lirico-evocativo e più sociologico-culturale, se vogliamo, questa la mia opinione. E' uno scrittore che credo si inserisca perfettamente nella tradizione dei narratori Usa sudisti, di cui secondo me volenti o nolenti il maestro, diretto o indiretto era e resta Faulkner."La strada" lo trovo un libro desolato e desolante, di pura animalità nei gesti e nelle parole, ma compenetrato da un amore paterno-filiale di rara ed intensa intensità. Bello, forse non per tutti e non sempre convincente, ma sicuramente dotato di sua luce.Certo a volte per l'ambientazione e una certa reiterazione può arrivare a sfiorare la noia. Ma si riprende sempre, con un dialogo, un'azione, una descrizione

***

26. - 27. Baricco è notoriamente (è stato perlomeno) un avido lettore di narrativa statunitense e l'unico romanzo dei suoi che m'ha del tutto convinto, "Castelli di rabbia", palesa evidentemente le ascendenze strutturali e contenutistiche di queste sue letture. Questo perlomeno quello che ho letto e visto,

****
P.s. complimenti al recensore che non avevo mai letto qui, almeno credo. Stile raffinato e strutturazione magistrale.

OT, sul commento 25:
Giovanni scrive:
"Comunque, all?interno del mio percorso di formazione come scrittore, devo molto a questo romanzo per avermi fatto assimilare un certo modo di strutturare i dialoghi".

> Lasciatemi dire che se un classe 1987 parla di "percorso di formazione come scrittore", nel 2009, avendo alle spalle la pubblicazione di qualche racconto e qualche poesia, entusiasta aderisco alla sua vocazione, nonostante manchi un libro suo in circolazione:).
Resta persuaso e farai grandi cose, GDB. Lo dico senza ironia, credimi.

31, il recensore è una recensora:
http://www.lankelot.eu/index.php/staff/226/Renata+Adamo

Renata Adamo. Sta con noi dai tempi del .com, ma scrive pezzi nuovi una tantum (che peccato!)

32 - grazie delle belle parole, Gianfranco! E' una frase, quella che citi, che ho scritto in manierara del tutto spontanea, poichè sempre, in ciò che leggo, cerco di assimilare, apprendere e comprendere qualche elemento che può successivamente tornarmi utile in fase di scrittura. Così, in questo caso, ho riportato cosa ho appreso da McCarthy!
Adesso, spero di farti leggere a breve qualcosa.
:)

così ti voglio;).
Non perdere questa fede nel futuro, e questa coincidenza tra identità e scrittura. E' la consapevolezza più fertile che esista al mondo, e nessuna delusione e nessuna sconfitta potranno mai indebolirla.
*
(la spontaneità è come la grazia. Qualcosa di raro e di inconfondibile).

E, non è un caso che il mio libro preferito, il romanzo che più ha segnato il mio animo, sia Martin Eden. ;)

Da Martin Eden a Fame e Chiedi alla polvere (Hamsun e Fante) il passo è sempre breve, e dà grandi soddisfazioni;)

33. chiedo venia, ma l'età mia ha i suoi pregi e difetti, compreso l'errore madornale :-). Pardon, al sito e a Renata Adamo

;)

Dopo aver letto Baol70 mi sono accorta che il mio pezzo sul libro di McCarthy "La strada" era stato onorato di altri commenti. Sono sempre felice quando è possibile il confronto...a questi livelli!
Belle le osservazioni di Ansuini, molto acute: anch'io avevo notato che la figura femminile, la madre, non era stata colta nella sua importanza, ovvero nel suo diniego della vita nel paesaggio ove lei e il figlio partorito erano immersi. Il dialogo è tra padre e figlio. Le figure femminili sembrano scomparse. Molto interessanti le tue osservazioni sul libro in generale. Ringrazio anche Baol di cui ho molto apprezzato la recensione su "Cavalli selvaggi" e Giovanni. McCarthy è forse l'autore che oggi riesce ancora a smuovere cose forti in me. E, da come leggo, anche in voi.
Ringrazio come sempre Gianfranco, Lankelot. Sei sempre generoso e cavaliere, perchè no? Mi piacciono i cavalieri e il modo elegante che hanno di porgere le parole e i gesti.
A presto con Kaspar Hauser, amico mio.

olè!

Il trailer del film, in uscita prossimamente: http://www.youtube.com/watch?v=_U_sNIlB7ak

Bah. Già troppe esplosioni per i miei gusti. Spero in un adattamento "onesto"... Spero che vengano rispettati tutti i silenzi e i pochi ma splendidi dialogi del libro. Spero nell'assenza di una colonna sonora. Ricordo un silenzio incredibile, nelle pagine di questo libro.

Il regista è tale John Hillcoat, che non ho mai sentito nominare sinceramente. A quanto leggo ha collaborato con Nick Cave e Inxs in alcuni video musicali. Mentre la sceneggiatura è dell'ancora più sconosciuto (per me) Joe Penhall.
Bah.

Joe Penhall non è così sconosciuto, mi sa.
http://en.wikipedia.org/wiki/Joe_Penhall