Mazzocchini Paolo

L'anello che non tiene

Autore: 
Mazzocchini Paolo

Esordio narrativo di Paolo Mazzocchini, letterato classe 1955, “L’anello che non tiene” è una raccolta composta da cinque brevi racconti, un atto unico (l’umanissimo e blasfemo “La morte di Lazzaro”) e una favola metempsicotica. È un’opera dai toni elegiaci e malinconici, improntata a un equilibrio stilistico sommesso e compassato; è la trasfigurazione di una serie di sconfitte esistenziali, interiorizzate all’insegna quando d’un saggio e pericoloso fatalismo, quando d’un ultimo atto di volontà – naturalmente, distruttiva o autodistruttiva, come nel caso del racconto eponimo, de “Il rendez-vous mancato”, de “Atto d’amore”, de “La morte di Lazzaro”.
Spiace a chi scrive non avere conoscenza diversa dalla lettura di schede o di (sintetiche) recensioni a proposito dell’attività da pamphlettista del filologo di Castelfidardo; poteva essere interessante apprezzare la distanza tra il prevedibile tono satirico di quei libelli e quello, tendenzialmente irrimediabile a dispetto di qualche slancio pindarico, di questa opera in prosa. Contentiamoci intanto di registrare coerenza, coesione e uniformità nel registro narrativo, deliziose reminiscenze scolastiche (Lucrezio, Cicerone, Eraclito, Savonarola) disseminate con disinvoltura e senza forzare eccessivamente il tessuto del racconto, coscienza della decadenza e delle rovine dei sogni. Il lettore ideale è un collega e un coetaneo di Mazzocchini; questo libro farà la gioia di molti amareggiati e antieroici professori di provincia e non solo, pizzicando corde che ben conoscono: prima è disillusione, seconda rimpianto, terza presunzione, ultima è freddezza. Tutte le figlia solitudine, tutte solitudine esigono.

Ne “L’anello che non tiene” Giuliano, quarantaseienne, non sa decifrare le sue analisi del sangue ma sa ricostruire papiri carbonizzati. È un letterato fresco di distacco nella Scuola di Papirologia; non conosce l’arcano della componente monoclonale, conosce l’entusiasmo autentico e vivo del ricercatore: “Giuliano era infervorato come un bambino di fronte un regalo molto atteso. Lo spirito di un ricercatore, quando è sulle tracce di una scoperta, conserva intatto lo stupore e l’entusiasmo dell’infanzia, o dell’innamoramento” (p. 13) – questo passo, nella sua freschezza e nella sua linearità, mi sembra emblematico. L’epicureo letterato, dai pochi amici e dai piaceri dosati con misura, libero e sereno ma senza passioni da tempo, vivrà assieme il disordine della gioia della ricerca e dell’incontro con un amore. Attraverso un (imprudente) parallelismo profetico tra la sua sorte e quella di Lucrezio, assisteremo a un (fantastico) ritrovamento dell’epistolario di Pomponio Attico che sembrerebbe confermare la Nota di Girolamo sulla biografia lucreziana; la bella collaboratrice s’invaghirà della gloria e nel nome della gloria tradirà l’amante d’una notte di quiete sognata da tempo; l’incredulo (possibile?) papirologo cancellerà le tracce dell’antidoto, e di quel filtro d’amore s’avvelenerà. Chioso cifrando per non rovinare il piacere della lettura ai neofiti.
Intanto, il male implacabile avanza.

Ne “Il predicatore”, brano scritto “in memoria dei defunti anni Settanta”, il giovane Don Sergio – che leggeva Savonarola – vive l’esperienza della prima messa (primo sermone!) con intensità degna del suo illustre ispiratore; salvo concludere l’esperienza con un incontro misterioso e misticheggiante (cfr. “angelo sterminatore”, p. 45), testimoniando il pentimento del peccato contro lo Spirito (p. 44) del priore. Che forse priore non è; è la notte di Natale.
S’accenna – ondivaga notula – ai “preti rossi”; c’è un vago respiro antiborghese, più convinto nel successivo “Il rendez-vous mancato”, senza mai andare oltre una sobria memoria di appartenenza a qualcosa di terminato (ma non dimenticato) da un pezzo. Là s’accenna a sogni rivoluzionari e compagne di lotta, senza particolari possibilità d’equivoco: ma con l’atteggiamento di chi non tornerebbe indietro, se non per avere altro in cambio della scrittura, dello studio, del sogno del rinnovamento del sistema: amore.
Maturo professore ritrova, in un’allieva, l’ombra e l’incarnazione del suo incompiuto desiderio d’adolescenza: è la figlia della sua mancata ex, e a lei curiosamente racconta una giovinezza inesistente, alterata e migliorata, conquistandola idealmente con grandi lezioni in aula e grandi menzogne sul passato: sin quando la vagheggiata riunione con la giovinezza si dissolve, alla prima verità (figlia d’un bicchiere: succede) pronunciata, con tono assorto e lirico in contesto estraneo e discotecaro. L’epilogo è drammatico.

Altrove, in “Atto d’amore”, io narrante è una donna sfortunata (gran lettrice) che ha dedicato tutta la sua vita, la sua innocenza e la sua speranza, a un borghesotto viziato; un non-lettore, bancario dedito agli amici del Circolo, alle belle donne, al cazzeggio (cruciverba) e – di nascosto – al buon vino: ossia, un uomo normale, diciamolo, per chiunque sia diverso da noi letterati.  Accidentalmente, quella genia è in maggioranza assoluta. Purtroppo è evidente. La sfortunata dà alla luce un figlio (letterato di vocazione ostruita dal padre) e lo perde per via della di lui maligna borghesia: infine, quando lo scopre cirrotico (ah vizio assurdo), e quando ormai è pronto per divenire un grande lettore e uno splendido intellettuale, malato com’è e inservibile per le donne, lo punisce con la morte. Per alcol. Il racconto è inspiegabilmente dedicato a Kafka.

Ulteriore meditazione sulla morte nell’Atto Unico dedicato a Lazzaro e alla sua pretesa d’una sorte diversa dal suo Messia. Affamato di buio e di non è come appare e si dichiara, nel niente superbo avanza. Donec ad metam.
A questo punto, sarei tentato di suggerire che la favoletta “Metempsicosys” sia la chiave di lettura di tanto malessere e tanto disincanto; o che sia l’adeguato contrappeso. Potrei, ma questa è la semplice recensione d’un altro che vellica il buio, disperando per il tempo rubato ai libri. Saluto e omaggio l’esordio narrativo del professore, auspicando – naturalmente – qualcosa di simile a “non omnis moriar”. Non sarà una promessa, e forse nemmeno una benedizione: è una semplice dichiarazione.

***

Prima di concludere, qualche cenno alla biografia dell’autore, ricostruita e desunta partim dall’edizione esaminata, partim da qualche breve scheda pubblicata nel web. Mazzocchini, laureato in Lettere Classiche, alle spalle un dottorato di ricerca in Filologia Classica, insegna Greco e Latino nel Liceo Classico. Tra le sue precedenti pubblicazioni, si segnalano un’ampia monografia sulla concezione e sulla rappresentazione virgiliana della guerra, “Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano” (Schena, 2000) e l’edizione critica della “Titanomachia di Esiodo” di Leopardi (Salerno, 2005).

***

EDIZIONE ESAMINATA  e BREVI NOTE

Paolo Mazzocchini (Castelfidardo, 1955), filologo, saggista e scrittore italiano.

Paolo Mazzocchini, “L’anello che non tiene”, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2007.

Approfondimenti e divagazioni: Mazzocchini su la Sinistra, gli insegnanti e la nuova maturità / Recensione de “Studenti nel paese dei balocchi”  

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2007

ISBN/EAN: 
9788874183661

Commenti

È un’opera dai toni elegiaci e malinconici, improntata a un equilibrio stilistico sommesso e compassato; è la trasfigurazione di una serie di sconfitte esistenziali, interiorizzate all’insegna quando d’un saggio e pericoloso fatalismo, quando d’un ultimo atto di volontà

"non conosce l?arcano della componente monoclonale,"
> ehehehe! alla fine si leggono ad intuizione :-) e comunque ad ogni disciplina il suo linguaggio, anche la medicina ha i suoi arcani....

E' un passo, quello, effettivamente realistico e magari involontariamente molto divertente.

Trovo che i personaggi consacrati, (preti in particolare) siano tra i più difficili da trovar bene rappresentati, in genere li trovo poco credibili. Forse dovrebbero esser loro stessi ad autonarrarsi, ma mi sembra ce ne siano pochi col tempo di farlo, oppure si dedicano a scritti di carattere pastorale o saggistico o diaristico.
*
"un non-lettore, bancario dedito agli amici del Circolo, alle belle donne, al cazzeggio (cruciverba) e ? di nascosto ? al buon vino: ossia, un uomo normale, diciamolo, per chiunque sia diverso da noi letterati. Accidentalmente, quella genia è in maggioranza assoluta."
> un uomo "normale" secondo me non ha il vizio dell'alcool, che in genere cela qualche problema.
Sai cosa mi dà fastidio in letteratura? Che molto spesso il borghesotto noioso o frustrato sia identificato col bancario. come se le altre categorie fossero perfette. Si sa che la categoria bancaria è a rischio, ma insomma....

Forse è colpa de "La morte in banca" di Pontiggia:).
In realtà è il lavoro più sicuro e ambito da chiunque non abbia velleità artistiche; più stabile, ormai, di quello dei ministeriali, meglio remunerato e più consolidato.
Naturalmente non vedo particolare grigiore in niente, trovandomi nella generazione che il lavoro "vero" se lo sogna, di solito. Magari fino a vent'anni fa era diverso. Si potevano fare ironie. Adesso non è proprio il caso. Quindi, sono d'accordo.

(sull'alcol: vizio non è dipendenza; dipendenza è dramma. Vizio è bello, vale per tutto;) )

sono cambiate anche le banche, ci sono tutte quelle fusioni (le grosse fagocitano le piccole,) comportano tagli del personale oppure assumono anche lì a tempo determinato, i contratti a tempo indeterminato sono un miraggio pure in banca. Quanto alla retribuzione....a parte i tagli mostruosi del fisco cui non si può sfuggire, credi che paghino gli straordinari? Gli dicono di non segnarli nemmeno (non di non farli ovviamente). Il mito del lavoro in banca è definitivamente finito, appartiene al passato. E ci sono bancari che usano il lor tempo libero per dedicarsi alla creatività (si sfogheranno così?)musicale o scrittoria o di altro genere.

sai che non ho una netta distinzione tra vizio e dipendenza? In genere chi ha un vizio dice sempre che può farne a meno quando vuole (fumo, alcool e via così), ma è una pietosa bugia che maschera l'incapacità di smettere. Credo sia abbastanza comune, anche per piccole cose a volte, diciamo che l'esser eumano non è così forte come sembra a volte.

Sul vizio, è una questione di buonsenso. Credo di aver avuto una media di consumo degli alcolici da scandinavo, ma ho smesso non appena me lo sono imposto. Il discorso è che, appunto, era qualcosa che controllavo. Stesso vale per il consumo del caffè, che si può ridurre semplicemente disciplinandosi. Sulle sigarette non ho ancora deciso di smettere, poi saprò dirti. Ma se un giorno passo da 45 a zero significa che era solo vizio:).
*

quanto ai cambiamenti in atto anche nelle banche, non posso che allargare le braccia e ribadire tutta la mia raccapricciata rabbia nei confronti di questo Stato che ci sta distruggendo le vite.

Non ne sapevo nulla, un altro gioiellino uscito dal tuo scrigno, eh Franco?
:)

Quanto a vizi & dipendenze, sì, ritengo tu abbia abbastanza ragione anche se dall'uno all'altro il passo è breve per chi non abbia un carattere forte. Il vizio del fumo? Gran brutto vizio :)))

:).
La volontà è sempre determinante:).