Sfoglio il romanzo, dopo aver terminato la seconda lettura. Cerco di tornare sui miei passi: torno a camminare per le vie di Vienna, ascolto in una locanda la musica di un tenebroso violinista. Ha inizio il canone inverso del lettore: dopo l’incanto dell’adesione empatica all’anima del libro, il legame con la storia s’avvia al conto alla rovescia. Tra qualche tempo i dettagli andranno a perdere nitore; poi sfumeranno, infine saranno ceneri danzanti, e il colore d’un ricordo confuso – infine, poesia, perché non c’è altro nome adatto a definire la sensazione d’aver interiorizzato una storia, fino a giostrarla tra i propri sogni e fino ad orchestrarla nella dinamica disarmonia dello spirito.
E allora adesso voglio parlare di questo libro di ombre e sofferenza, e della solarità della vocazione artistica di Jeno e Kuno; della loro distante origine, e della totale convergenza nell’arte e nella rabbia del sangue.
Un violino del seicento è il simbolo della storia. Adesso andiamo a dipingere la prima scena del libro, apparente epilogo d’una vicenda vissuta nella ricerca d’un senso del passato, e nel tentativo di pronunciare la perduta verità. Il pregiato violino è appena stato consegnato al suo nuovo possessore, che va esaminandolo come se lo stesse riconoscendo. Strumento straordinario e sinistro; incarna, in un certo senso, una tela di Munch. Ospita una testa antropomorfa intagliata sul cavigliere al posto della tradizionale chiocciola, dall’espressione feroce e dalla bocca spalancata, in una posa simile ad un grido. Il violino d’un liutaio che poteva aver conosciuto gli abissi della pazzia: ed averli rappresentati in quella testa. Il nuovo proprietario, primo narratore della nostra storia, riceve una visita inattesa: è uno scrittore, violinista dilettante. Sembra esasperato: deve scrivere la parola fine ad una storia legata a quel violino: tenta di contrattarne l’acquisto, invano. Al termine della sfortunata trattativa si sente comunque libero da una sensazione che fino ad allora l’aveva assediato. Adesso può raccontare la sua storia. Siamo a Vienna, un anno prima, durante i festeggiamenti per il trecentesimo anniversario della nascita di J.S. Bach. Lo scrittore incontra un violinista tenebroso e di straordinario talento: nel silenzio d’una locanda, l’artista interpreta, esaudendo la richiesta dello scrittore, la Ciaccona di Bach. Il giorno successivo, torna a cercarlo nella stessa locanda: nessuno conosce quell’uomo. E allora lo scrittore vaga per le vie di Vienna, nella città che vive giorni di festa in onore dell’antico maestro; e, quando ormai dispera di poter incontrare quell’uomo – che sentiva sarebbe stato l’origine della storia sulla musica che da tempo doveva scrivere – si sente salutare. Il violinista ha con sé quel violino: quel violino che sta attraversando il tempo, e lega segreti di sangue e memorie di famiglie, e amori traditi e amicizie perfette. A questo punto il violinista decide di raccontare la sua storia: ha un testimone che potrà eternarla. Ed è la storia di un giovane che non aveva mai conosciuto il padre, e viveva per la musica perché quel violino era tutto quel che rimaneva del padre; ed aveva un talento divino, perché se la passione nasce dal dolore e dal sangue non può che avere il respiro della grazia di un dio, e niente altro ha senso nella vita d’un uomo che non sia vivere di quella passione: perché è la propria memoria, il proprio cammino, la propria vocazione - è appartenenza. Totale.
E allora non si osserva e non si ascolta neppure quel che accade intorno: è dedizione incondizionata, e fede – e segreta ricerca della verità, e unico richiamo col proprio passato: incarnazione della memoria perduta nell’adesione al sentiero di ricerca del padre. Musica: elezione e dannazione sublime.
Può esistere l’amore: ma lei è la musa eterea ed evanescente incarnata in un’altra violinista: è la dea che già cammina tra le note ispirate dei grandi del passato – è la nuova apparizione dell’albatros, che solo nel momento del volo solitario è incanto e armonia, e tra gli uomini si fa debole, si sgretola; già polvere divina, fragilità imperfetta di donna, suprema grazia di innocenza originaria. E l’amore è l’istante cristallizzato del sogno – volo dei due albatro nei cieli segreti degli uomini nuovi – una stanza e musica, e niente altro che due violini abbandonati alla poesia.
L’amicizia, se esiste, è elettiva. Elettiva: ed esclusiva. Arte, dunque: e fratellanza.
Nel destino d’una folgorazione, arte, amore, amicizia, la vicenda di Jeno sino all’improvvisa apparizione del canone inverso. Discesa nel regno che non si può pronunciare: e identità e memoria e sogno confuso, dolore infinito e apparizione dell’eternità. Immortalità dell’arte e dei sentimenti: sensazione del lettore è che il libro appena vissuto abbia il destino della grande narrativa - quello di attraversare il tempo, come un violino stregato d’un liutaio impazzito.
Romanzo impostato, strutturalmente, in maniera analoga alla “Variante di Lüneburg”: la storia è narrata, in analessi, da differenti narratori che si passano, per così dire, il testimone della narrazione mantenendola in prima persona e detenendo una presunzione d’onniscienza per via della pressoché totale non contemporaneità degli eventi trattati. Ulteriore analogia è rappresentata dall’agnizione finale: se nel primo romanzo di Maurensig il riconoscimento d’una identità era reso possibile dalla scacchiera e dalla posizione di gioco ribattezzata Variante di Lüneburg, qui la medesima funzione è adottata da un violino.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Paolo Maurensig (Gorizia, 1943), talentuoso narratore mitteleuropeo.
Paolo Maurensig, “Canone inverso”, Mondadori, Milano, 1996.
Lankelot, G.F., Settembre del 2002
Commenti
Non ho letto il libro, ho visto il film di Ricky Tognazzi ad esso ispirato. Pare che il film, da quel che invece leggo qui, incarni solo qualche vaga suggestione dell'opera di Maurensig. Comunque una pellicola pessima, ve la sconsiglio. Magari leggetevi il libro, che a quanto scrivi pare interessante.
Il film? Ricordo che lo stavano girando a Praga mentre io e tre amici ci trovavamo da quelle parti. Circondati da quella che, senza riflettori, sarebbe sembrata una parata nazista:).
Non era un film particolarmente ispirato, ma nemmeno eccessivamente disprezzabile. Il libro è altro mondo, naturalmente.