Mastronardi Lucio

A casa tua ridono e altri racconti

Autore: 
Mastronardi Lucio

INTRODUZIONE

Questa edizione (Einaudi, 2002) ospita due libri precedentemente pubblicati da Mastronardi (Vigevano, 1930-1979): il romanzo “A casa tua ridono” (1971) e la raccolta di racconti “L’assicuratore” (1975). Assieme, è stato pubblicato il racconto “L’industrialotto”: originariamente apparso su “L’Unità” del 30 settembre 1962, fu integrato ne “Il meridionale di Vigevano” (1964) e successivamente stampato, a cura di Maria Antonietta Grignani, nei racconti riproposti in appendice agli Atti del convegno Per Mastronardi.     

A CASA TUA RIDONO e ALTRI RACCONTI

Scrive Tesio nell’introduzione: “La realtà di Mastronardi (…) non ha nulla da spartire con gli esemplari di una qualsivoglia etichetta neorealista. Il suo primo maestro è Vittorini, il suo mondo nasce subito «altro», difficilmente riducibile – tanto più se letto oggi – a una «variante» di «neorealismo in atto» (…). «Altro», perché immediatamente buffonesco, grottesco, certo zigzagante e incongruente, giocato su piani giustapposti, straniti e sghembi come clown” (p. VIII): e tuttavia non possiamo negare che la prima musa dell’autore sia la piccola borghesia e la classe operaia della sua Vigevano: una piccola borghesia patetica, oggetto d’una satira feroce e impietosa, descritta come classe uncinata al culto del denaro e irrimediabilmente segnata da complessi di inferiorità nei confronti di chi maneggia denari e influenza e incide sull’esistenza della comunità, a sua discrezione. Diciamo subito che la mistificazione detestabile di questo Novecento è stata la pretesa stessa di “realismo”: concetto che, non appena accostato all’idea di letteratura, stride e origina un ossimoro. Questa pretesa è figlia d’un’ideologia, e non dell’intelligenza: e ha macchiato non solo la narrativa, ma la critica e la lettura storico-letteraria dell’opera di diverse generazioni. Al punto che – a voler essere franchi – la raccolta di racconti “L’assicuratore” non può che apparire assai realistica e piuttosto fedele alla miseria spirituale, culturale ed etica della piccola borghesia, passata e presente, e del “proletariato” italiano a chi va sfogliando, nel 2004, questo romanzo: la questione, allora, è che questo “realismo” risulta sgradevole e non allineato a chi pretendeva impegno politico d’un determinato colore; ossia, faziosità e propaganda. Idee estranee a questo “L’assicuratore”, che è invece una intelligente, demistificante e provocatoria rappresentazione letteraria delle grottesche e paradossali ambizioni d’affermazione d’una classe piccolo borghese patetica e squallida; d’uno squallore appena attenuato dagli eccessi e dagli errori che sembra pretendere di sperimentare, persuasa di poter divenire quel che non è: è il libro di certi italiani di Lombardia dei foschi anni Sessanta e Settanta, estranei ad altra intelligenza che non sia mercantile, ad altra etica che non sia quella della “rispettabilità” rionale, invulnerabili al dubbio e all’autocritica: umanità nata per nutrirsi, proliferare, arricchirsi e scendere sottoterra in una volgare bara di lusso, senza aver conosciuto altro che l’ambizione, l’avidità, l’ignoranza: e una grettezza spirituale altrove inimmaginabile. Ecco allora sintetizzata l’attualità dell’opera del “documentarista di Vigevano” Mastronardi: mostra a questa nuova generazione miserie, nefandezze, contraddizioni e contrasti della generazione che, maturando, è diventata leghista o berlusconiana: esistendo in funzione del lavoro, della produzione, della scalata sociale; smaniando di possedere e di comandare, ma senza nulla avere, “dentro”, di diverso da un generico risentimento nei confronti dello Stato (ladro: per le tasse) e da una irresistibile invidia (di qualsiasi creatura abbia qualcosa di socialmente o economicamente “superiore” – per quel che vuol dire). Se questa non è sensibilità nei confronti del proprio tempo, e intelligenza mostrata nominando e ridicolizzando quel che era l’Italia negli anni della sua (apparentemente) irrefrenabile crescita economica, non immaginiamo cosa possa essere la sensibilità e l’intelligenza.

Ambientazione e vicende di questo “L’assicuratore” si fondano su quattro toni principali: grottesco, satirico, patetico e documentarista.
Il libro si compone di dodici racconti: nel primo, “Impiegato d’ordine”, il protagonista si presenta in un’agenzia matrimoniale, per incontrare finalmente l’anima gemella. Vive nella pensione della signora Doglie, in nero; al termine della storia, si troverà sfrattato per via dei pettegolezzi a proposito del subaffitto, e spiantato, perché saccheggiato dalle capricciose pretese dell’infermiera che la sorte – medium l’agenzia – ha sentito di riservargli.
Assisteremo alle vicende de “L’assicuratore”, borghese che s’impegna a mantenere e difendere il suo precario posto di lavoro, incappando in una serie di rovesci della sorte davvero memorabile, vittima dell’arroganza d’un ricco, della volubilità d’una stravagante, dell’astuzia e delle disgrazie dei meno abbienti: conclude la sua parabola sfogandosi con l’innocente moglie, casalinga non estranea all’esibizionismo. E ancora: “La ballata del calzolaio”, parabola dell’incompleta e sfortunata ascesa sociale d’un lavoratore che si trasforma in un piccolo imprenditore; “Serata indimenticabile”, tristo epilogo della passione di plastica d’un’operaia sognatrice, Olga, che s’innamora d’un cantante che è creatura d’impresari (oggi penseremmo: creatura catodica e figlia del marketing), che riesce a sfregiare la sua ingenuità e la sua innocenza con una facilità sconfortante. Ancora sfortuna e disgrazia nel nucleo famigliare piccolo borghese d’un giovane liceale, rimandato in latino e invitato, dai genitori, a farsi allievo d’un professore dal considerevole salario; in questo racconto, “L’esame”, nonostante il ragazzo viva nella stessa stanza dei genitori, diviso da una tramezza di compensato, e nonostante il conto in banca sia assai vicino al deficit, l’ambizione di questi onesti ed emergenti lavoratori è tanto grande da rinunciare a qualsiasi comodità pur di assicurare al rampollo la migliore istruzione possibile – ossia, “a livello” dei benestanti. Il padre economizza sul fumo e sulla benzina. Il professore gongola. Segnaliamo ancora “Dalla santa”, testimonianza della vocazione italiota al gabbo e alla credulità, vicenda d’una ciarlatana assai stimata nel suo paese, e “La sigaretta”, testimonianza dell’ossessiva cura dei piccolo borghesi nei confronti della rispettabilità e della “esemplarità” della loro condotta (un maestro elementare, che ha suo figlio tra gli allievi, viene pizzicato con la sigaretta accesa dalla direttrice: subita la stizzita reprimenda, va in tilt).

Negli altri racconti – si sarà ormai inteso – le aspettative del lettore a proposito dello spirito della narrazione e della particolare tipologia sociale dei personaggi non possono più essere tradite; Mastronardi dipinge questi spaccati della borghesia lombarda, manifestando una piacevole fedeltà al parlato (numerose le voci “italianizzate” dal dialetto, costante la tendenza a rispettare ritmi e intervalli dei dialoghi, spesso taglienti e incisive le battute), una singolare attitudine a mostrare debolezze, vezzi e decadenza morale, un talento totale nella rappresentazione delle sfortune e delle disgrazie del piccolo popolo lombardo.

Linguisticamente, registriamo voci incomprensibili al di là del fazzoletto di terra in cui sono ambientate le vicende: ad esempio, si descrivono occhi che “scarnebbiavano” (p. 97), si parla di alberi da “ressiare” e “scravare” (p. 119), si versano borsate di “tomere”, “misté della sua giornata d’incò” (p. 132), e via dicendo. Qualche nota in calce non sarebbe stata affatto sgradita, considerando che il volume è stato stampato col contributo del Comune di Vigevano e della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Passiamo adesso al romanzo: “A casa tua ridono”. Strutturato in tre parti, narrato alternativamente in prima e in terza persona (considerando il dibattito che, in quegli anni, aveva opposto in private lettere il calviniano mare “dell’oggettività” alla mastronardiana “soggettività dichiarata”, si troverà meno anomalo il doppio registro: cfr. Introduzione, p. V), narra delle vicende d’un giovane lavoratore, sorta di atipico Barry Lyndon (più ossessivamente vincolato a un’idea – “lavoro” e ricchezza, e meno vizioso) del nostro tempo, e di come conobbe fortuna e successivi rovesci del fato; “amori”, incomprensioni, complessi e Weltanschauung d’un mediocre ipersensibile che attenta alla “gloria del cummenda” bruciandosi e corrodendo per sempre il suo equilibrio e alterando considerevolmente la sua identità (si rifletta ancora sul passaggio I°-III° persona). Incontriamo il protagonista a partire da quella che definisce “l’ultima giornata” della sua adolescenza: qualcuno ha rubato l’orologio d’una sua compagna di classe: lei l’ha accusato: aveva ragione.

Pietro è competitivo: conosce invidia: conosce emulazione.
Desidera tutto quello che non ha: pretende d’essere quel che non è.

Il romanzo si distende, come s’accennava, in tre parti, descrivendo la parabola di questo lavoratore disgraziato e cinico, che viene licenziato per dodici volte, a causa della sua trasandatezza e della sua avventatezza (pure autolesionistica), conosce disperazione e amarezza sconsolata, fino ad assumere altro ruolo attraverso opportuna strategia “erotico-politica”: muta ruolo mutando compagna.  
“Normalizzato” dal lavoro, rimane ossessionato dalla povertà e non s’accontenta: deraglierà per avidità e opportunismo, fino a restare – come il lettore vedrà – vittima della sua (rinnovata o ritrovata?) sensibilità.

Vorrei concludere questa breve trattazione con un frammento del romanzo, legato alle primissime vicende del protagonista, che mi ha suggerito come prima reminiscenza l’hamsuniana “Fame” – con questa suggestione, assume forse altro senso. Ecco: “Oramai non mi vuole più nessuno. 
Nessuno mi prende più nella considerazione. 
E poi io non ho più la faccia di presentarmi. 
Passo la giornata tirarmi le dita.
E la giornata è lunga da finire.
Quando sono stufo di stare in casa me ne vado nella ringhiera. E sto studiare il comignolo del tetto davanti.
E quando sono stanco di stare sulla ringhiera vado nel cortile. Sto seduto sul rialzo. Lo sguardo fisso al tombino. E mi viene di pensare che se fossi un pittore io dipingerei solo dei tombini. E quando sono stanco dei pensieri inutili me ne vado nella chiesa. Mi piace essere immenso nel silenzio claustrale.
Ho trovato un lavoro che fa per me. (…)
” (p. 175). 

Da restituire ai contemporanei, per contribuire a illuminare le radici culturali e lo spirito d’un popolo. Che oggi pretende di dominare la nazione.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Lucio Mastronardi (Vigevano, 1930 – Vigevano, 1979), scrittore italiano. Esordì pubblicando “Il calzolaio di Vigevano” sul numero d’esordio de “Il menabò di letteratura” (1959). 

Lucio Mastronardi, “A casa tua ridono e altri racconti”, Einaudi, Torino 2002.
Introduzione di Giovanni Tesio.

Prime edizioni: 
“A casa tua ridono”, Rizzoli, Milano 1971.
“L’assicuratore”, Rizzoli, Milano 1975.

Approfondimento in rete: Prometheus 


Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2004.  Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788806164058

Commenti

Veramente molto interessante, sopratutto per me che recentemente ho letto "Il maestro di Vigevano" (ammetto, ripensando sempre al film di Petri con Sordi)

:). E' un pensiero giusto. Mastronardi è un altro che dovremmo continuare a analizzare e recuperare.

(e non solo per ragioni storico-letterarie o sociologiche. Ma in questo articolo ho il sospetto di essere stato fin troppo chiaro:) ).

Non ho letto ?A casa tua ridono?: Mastronardi mi dà troppo affanno.

Dopo il Maestro di Vigevano e Il calzolaio di Vigevano che si devono ?restituire ai contemporanei, per contribuire a illuminare le radici culturali e lo spirito d?un popolo?, come tu giustamente suggerisci, non sono potuta procedere nella sua lettura.

La scrittura ritorta, spesso feroce, di Mastronardi lascia trasparire un mondo interiore difficile, una difficoltà a vivere nel proprio ambiente e l'impossibilità di lasciarlo. Ricordo anch?io, come Luca, il film di Petri con Sordi, indimenticabile: Il maestro è lui, Mastronardi, triste, dimesso, a volte rabbioso con la vita e con i suoi simili. Le pagine dello scrittore fanno emergere i caratteri assurdi della realtà, le improvvise follie chiuse nella quotidianità di una piccola città che passa dalla vita contadina all'organizzazione industriale tra violenza, ipocrisia, prepotenze.

Ma la cosa che colpisce è la disperazione con cui Mastronardi descrive la sua città e le persone che la abitano, la repulsione per certe piccole manie, per le nevrosi del benessere e del denaro. La vita sembra rifiutarlo e Mastronardi rifiuta la vita, suicidandosi per annegamento nel Ticino nel 1979.

Grazie, Gianfranco, è un Autore degno di rispetto.