Mastrocola Paola

Una barca nel bosco

Autore: 
Mastrocola Paola

“Anch’io avrei avuto bisogno di un buon drenaggio. Sono stato, in tutti questi anni di liceo, una pianta a cui dovevano drenare il terreno. Possibile che non si siano accorti che ingiallivo? Ingiallivo e mi marcivano le radici. Ma niente, hanno continuato a innaffiarci. Facile: porti ogni giorno la tua bella pompa e giù acqua. Tutti livellati a bagno nello stesso terreno intriso d’acqua da far paura: tutti belli marci” (p. 180).

Questa la considerazione, alla fine del Liceo Scientifico, di Gaspare Torrente, ragazzino studioso, promettente, con l’hobby della coltivazione degli alberi in casa.
Il libro della Mastrocola risulta per certi aspetti ironico e divertente, di facile lettura e comprensione, per altri versi tragico e avvilente, in particolare laddove riflette le condizioni della scuola italiana e i livelli di mediocrità e ottusità raggiunti.
Gaspare Torrente è un ragazzo di tredici anni, originario di una piccola isola non precisata del Mediterraneo. D’intelligenza vivace, molto portato soprattutto per il latino, si trasferisce, su consiglio degli insegnanti, a Torino con la madre per poter proseguire gli studi al Liceo Scientifico.
Mentre il padre rimane sull’isola a lavorare (tra pesca e turismo), madre e figlio vanno a vivere presso la zia materna, vedova. Sarà lei a dire sempre a Gaspare che le sembra “una barca nel bosco”.
Per vivere la mamma di Gaspare apre una gastronomia e così il ragazzino cresce e studia tra odore di fritto, polpette e vasche d’insalata russa, vergognandosi un po’ e sentendosi diverso rispetto ai griffati, benestanti e spesso stupidi compagni di classe.
Il libro è diviso in cinque parti, corrispondenti agli anni di Liceo e poi agli studi universitari di Gaspare (s’iscriverà dapprima a Scienze della Comunicazione e poi a Giurisprudenza, dove si laureerà con una tesi su Rutilio Namaziano).
A suo modo, “Una barca nel bosco” è un romanzo di crescita e formazione, scritto dal punto di vista del protagonista, Gaspare. Il linguaggio cresce col narratore, ma è comunque semplice, a frasi piuttosto brevi, con alternarsi di considerazioni ingenue e riflessioni profonde ed originali.
L’autrice, che è insegnante e quindi conosce bene i ragazzi, ha il buon gusto di non scadere mai nella volgarità e di non far penetrare nel suo testo il turpiloquio, Gaspare è un ragazzino diverso da tutti gli altri e non riesce neppure a dire le parolacce.
Il primo impatto con la realtà scolastica cittadina è devastante per l’isolano Gaspare: non è alla moda (clamorosi i primi giorni di scuola: tutti i compagni, che calzano candide Nike, gli guardano le scarpe con la suola di para e i lacci. Non appena, con sacrifici, riesce a comperarsi le Nike, la moda è cambiata e si usano la Puma nere), non conosce PlayStation, pc e telefonino, non ha genitori ricchi e borghesi, è intriso di mentalità popolare fatta di antiche massime e proverbi, buon senso e rassegnazione: “la vita è quella che è, dice sempre mio padre, e quindi bisogna prenderla com’è” (p. 13).
 
La prosa riflette il suo disorientamento e il suo stupore per le novità con cui viene a contatto, ma anche la sua delusione per una scuola che Gaspare credeva impegnativa e che invece si rivela mediocre, lenta nell’insegnare (una settimana viene spesa solo per l’accoglienza ), incapace d’incoraggiare la libera iniziativa, l’originalità e lo spirito critico dei ragazzi.
L’appiattimento dei livelli è massimo e gli insegnanti sono dei mediocri, spesso in ritardo a lezione, non fanno che abbassare le richieste minime e semplificare gli argomenti (il latino dev’essere “agile flessibile”).
L’intelligenza di Gaspare finisce per venir mortificata e svilita, il ragazzo è un escluso, non fa amicizie, la sua cultura è decisamente superiore a quella degli ignorantissimi compagni, ma non viene minimamente apprezzata.
Per più di un anno Gaspare viene letteralmente ignorato dai coetanei. Considerato un “extraterrestre”, solo in seconda liceo inizia a venire parzialmente accettato, si adegua alle abitudini e alle mode dei compagni, distribuisce la traduzioni di latino a tutti, anche se la differenza di ceto sociale e di gusti si fa sempre sentire (a Gaspare non piace la PlayStation, non sa andare a cavallo, sua madre non può accompagnarlo e andarlo a prendere in auto a tutte le ore del giorno e della notte alle varie feste in ville lussuose sulle colline).
Pur di inserirsi Gaspare arriva al punto di studiare meno in modo da prendere voti più bassi ed essere al medesimo livello dei suoi compagni.
A parte la psicologa scolastica dell’Ora di Ascolto – una figuretta gentile cui Gaspare finisce per raccontare buona parte della sua vita, a volte però dicendole quello che lui pensa le faccia piacere – gli altri insegnanti non fanno che mortificare l’intelligenza di Gaspare, che rivela acutezza nel tradurre dal latino e grande desiderio d’apprendere.
Gaspare cresce tra due figure femminili: la zia Elsa, più protettiva, e la madre, sempre indaffarata a lavorare per la gastronomia, una donna semplice con qualche difficoltà a capire le esigenze del figlio e il suo desiderio di essere come gli altri.
Il padre è purtroppo una figura lontana, con la quale Gaspare desidererebbe parlare, ma che invece viene tenuto, per volontà della madre, all’oscuro di qualsiasi problema del figlio. Rimarrà un rapporto irrisolto e doloroso per Gaspare, un rapporto fatto più di omissioni e di silenzi che di dialogo.
Durante gli anni del Liceo, Gaspare fa amicizia con un unico ragazzo, un emarginato come lui, l’“avulso” Furio, di famiglia borghese, appassionato inventore e costruttore di pelouches.
Col passare del tempo Gaspare acquista sempre maggior consapevolezza di sé e capacità critica, si fa almeno accettare dai coetanei e finalmente conclude il Liceo. I suoi compagni vanno quasi tutti a studiare all’estero, compreso Furio; Gaspare finirà a Giurisprudenza.
La realtà universitaria non è però molto diversa da quella liceale: appiattimento, mediocrità e soprattutto cortigianeria e servilismo imperano.
Per potersi laureare Gaspare è costretto ad abbassare il livello della sua tesi, seguendo i consigli dell’assistente Svitiglio:
“Mi prende da una parte e mi spiega che il professore ha ragione, io nella tesi ci ho messo troppe idee, troppa originalità, cosa volevo, strafare? Mi spiega che bisogna essere più umili in una tesi, citare quelli più vecchi di noi con tanto di data e luogo di edizione e basta. Al massimo ogni tanto dire che la cosa anche a noi sembra così, che il tale o il tal altro, secondo il nostro modesto parere, hanno proprio ragione.
[…]
Svitiglio mi cancella tutte le frasi in cui siano espresse delle idee o anche solo se ne veda un barlume, e mi insegna due cose fondamentali: citare, cioè disseminare un buon numero di frasi altrui nella pagina; e ridire, in altro modo, le cose che sono già state dette dagli altri. È un vero maestro. Non so cosa avrei fatto senza di lui” (p. 201).
Il perverso meccanismo del clientelismo escluderà Gaspare da una brillante carriera d’avvocato e così, scartata l’idea di emigrare in Australia come gli era stato prospettato, messa da parte la laurea, il giovane finirà dietro il bancone del suo bar a preparare tramezzini e caffè.
E qui lo ritroverà il suo amico Furio, brillante ingegnere, che cercherà di aiutarlo e gli proporrà nuovi progetti per la sua vita.
In Gaspare però prevale ormai la disillusione, si accontenta di realizzare un’originalissima casa, progettata da Furio, su misura per i suoi alberi.
La conclusione è amara, così scrive Gaspare in una lunga lettera-confessione finale al padre: “Io adesso non ti so dire se sono stato bravo. Sono venuto qui a parlartene, proprio perché non lo so. Ad esempio non lo so se puoi essere fiero di me. Certo, quello che ho fatto non era quello che volevo fare. Io volevo fare il latinista. Ma non l’ho fatto.
Come spiegarti? Non so, la gente ha altro da fare, che se ne fa di uno che nella vita vuole solo studiare i suoi quattro poeti latini? Dove lo mette? Vedi, papà, non s‘è trovato un posto giusto….
E quando non trovi un posto alle cose, vuol dire che quelle cose sono…ingombranti. Il mio latino era una cosa ingombrante.
Quindi l’ho messo da parte, adesso è qui in un angolo, poi si vedrà” (p. 252).
Gaspare conclude che era meglio fare il pescatore come suo padre.
Forse studio e intelligenza gli hanno dato troppa consapevolezza, da parte sua Gaspare non ha avuto sufficiente volontà per realizzarsi, di sicuro ha trovato un sistema scolastico che non l’ha mai valorizzato, né aiutato.
Di fronte a un quadro simile c’é da augurarsi che l’istituzione scolastica non sia davvero così malridotta ovunque, che l’Autrice volutamente esageri e che vi sia ancora una speranza per la salvezza dell’intelligenza e dello spirito critico delle nuove generazioni.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Paola Mastrocola (Torino 1956), insegnante in un Liceo Scientifico di Torino, ha già pubblicato La gallina volante (1999), Palline di pane (2001) e il pamplhet La scuola raccontata al mio cane (2004).
 
Paola Mastrocola, Una barca nel bosco, Parma, Guanda 2004.
 
Marina Monego, luglio 2004
 recensione già apparsa su lankelot.com
 
 
ISBN/EAN: 
9788882463755

Commenti

Ho letto "La gallina volante". Non mi ha estasiato, ma piace questo suo stile frizzante, rapido. Notevole il suo senso dell'ironia. Riccorrenti anche lì critiche neanche velate al sistema-scuola. Un misto fra Starnone e la Gavalda, non so se li conosci

No, i due che nomini non li conosco, della Mastrocola ho letto solo questo libro, proprio prima che vincesse il premio Strega, e l'ho trovato simpatico. A dire la verità gli altri suoi non mi attirano molto, specie il pamphlet, ha l'aria di essere una cosa scritta di corsa sull'onda del successo di Una barca nel bosco.
Su La gallina volante ho sentito pareri simili al tuo comunque.

può darsi pure che ne scriva, vediamo. Starnone è stato un caso letterario ad inizio anni novanta (dai suoi libri è stato tratto il film "la scuola" con Leoluca Orlando). La Gavalda è un fenomeno francese. La prima raccolta di racconti (con stile molto simile alla Mastrocola)molto buona. Poi i successivi romanzi davvero troppo leggeri e scoordinati.

(e approfitto per dirti che siamo quasi concittadini. Venezia, per motivi sentimentali, è la mia seconda casa :-) )

bene! conosci Venezia allora! ;-)
Non ho letto Starnone ma ho visto il film "La scuola" e mi è anche piaciuto. Una mia amica insegnante dice che la scena del consiglio di classe rispecchia molto bene la realtà, con il preside che insiste per aumentare il numero dei promossi, visto che ormai il valore di una scuola viene valutato spesso dai genitori in base alle percentuali dei promossi. Orlando è fortissimo nella parte del prof.

Io evito la Mastrocola - per varie ragioni: non per questa ottima lettura - e penso appunto a quel che scrivete nei commenti e da quel che traspare nel testo, ossia la riflessione sull'istituzione scolastica. Tendenzialmente direi che - ma sono riflessioni antiche e irrisolte - la percezione dell'obbligatorietà distrugge tutto. Io ero adolescente insofferente nei confronti dell'autorità e degli ordini, e tuttavia - da atipico - sono forse l'unico dei miei compagni di classe che ancora ha contatti con qualcuno dei vecchi docenti. Significa che stavo ascoltando. La situazione - anche nei Licei Classici - è ben diversa. E' proprio l'istituzione-scuola che puzza di parcheggio di marmocchi perché qualcuno li guardi, non perché qualcuno insegni. E questo è colpa di: molte famiglie, molti partiti, molti programmi televisivi ad alta diffusione. Rimpiango non solo la Riforma Gentile, ma lo spirito che l'ha animata. Pretendo rivoluzione culturale. Passo e chiudo, e buona Mastrocola a livello borghese: del resto, almeno io, rivendico la mia borghesia;) (magari non nelle letture, non sempre o non più: almeno, un tempo era così)

Gf: sai che la riforma Gentile non me la ricordo più? Un mio prof al liceo diceva che la scuola (al mio tempo) era ancora quella gentiliana, adesso penso proprio di no, la stanno facendo diventare un grande mercato col perverso meccanismo dei debiti e dei crediti e del recupero debiti, in proatica cresciamo già gente con mentalità mercantilistica. Se ci pensi è aberrante.

Io ho un'esperienza di liceo...di montagna o quasi (eravamo una sezione staccata di Tarvisio, che per chi non sa, sta esattamente sul confine con l'Austria, noi 70 km più a valle) ma devo dire che ad esempio nelle materie letterarie (latino, italiano e soprattutto storia) ho avuto degli ottimi insegnanti che mi hanno incuriosito e incoraggiato, nonostante il frequente "ricambio" dato proprio dalla zona geografica. Ho avuto anche buone insegnanti di lingua straniera, mentre (e per uno scientifico era grave) il livello dei professori di matematica e fisica era davvero basso. All'università ho trovato quasi tutta gente motivata e preparata. Sono figlia e nipote di insegnanti che hanno sempre dato grande priorità al proprio lavoro, svolto con passione anche quando doveva scontrarsi con realtà difficili (pensate solo a Gemona nel 1979, tre anni dopo una catastrofe ci che costringeva in baracche umide - anche a scuola - e a convivenze decisamente poco favorevoli allo studio).
Quindi e per tornare alla tua analisi, cara Marina, non è proprio così catastrofica la situazione. Sinceramente non ho letto la Mastrocola, avevo il timore di un pessimismo che la tua interessante lettura in realtà ha confermato :))

Ilde: meno male! In verità vedo che anche i miei figli hanno trovato spesso, non sempre, buoni insegnanti e ho molte amiche prof. davvero impegnate, preparate e attente nel rapporto con i ragazzi. Ci vuole fortuna anche lì, certo l'istituzione in sé è sempre carente di finanziamenti e spesso affidata appunto alle abilità dei singoli. E tende molto ad abbassare i livelli in questi ultimi anni.
Come dico in chiusura, è possibile che l'autrice abbia volutamente esagerato, ma una base di verità c'é.

"mio prof al liceo diceva che la scuola (al mio tempo) era ancora quella gentiliana" > Sì, Marina. E così anche la mia. E mi sono diplomato nel 1996. E' dopo che hanno cominciato a devastare tutto.

per quanto mi riguarda la devastazione è cominciata prima. Sarà l'età. La scuola da tempo ha perso ogni connotazione. Borghese o proletaria. E' una massa amorfa, violentata da riforme su rifome che sformano, che si susseguono negli anni. Anzi, i risultati, si vedono :-). Pardon, intrusione

(perfetto. niente intrusioni, qui ogni scritto, vecchio o nuovo, è magma e pretende fuoco nuovo e respiro diverso. avanti!)

vedi, baol, anzi Paolo, il guaio è che tutti questi problemi, questa confusione di riforme, poi vengomo a pesare sui figli, su quelle che saranno le generazioni future e non è giusto , non è giusto, ma spesso ci si ritrova a non saper cosa fare, da che parte cominciare.
Io non credo che la scuola sia una massa amorfa, credo ci sia un certo caos, dovuto anche all'eccessiva autonomia data ai singoli istituti (esempio banale: autonomia su certi giorni di vacanza, chi fa festa a carnevale, chi aggiunge due giorni a Pasqua, chi dimezza le vacanze natalizie o le fa a rate e questo neanche per regione, per singolo istituto, pensa a chi ha figli in scuole diverse, sai che casino? Se ti vuoi muovere un po' uno dei due finirà per saltare uno o due giorni di scuola). E questo è il minimo, ultimamente con la Moratti ho visto gli insegnanti e i presidi disorientati, alle prese co questo orrendo portfolio (già il termine...) da fare, calato di colpo dall'alto, insomma non sapevano bene come regolarsi. Alla fine era un foglietto con un po' di simil-quiz.
Per non parlare del taglio delle già esigue ore di lingua straniera alle medie, ogni scuola ha cercato di rimediare come poteva, con escamotage vari, dando ai genitori la possibilità di scegliere un tipo di frequenza che in pratica annullasse gli effetti della riforma, ripristinando le ore tolte, per evitare il semi-analfabetismo. E via così.
Io sono convinta che un baluardo di insegnanti validi esista ancora e che gli studenti possano essere educati ed istruiti, solo tutta la struttura avrebbe bisogno di una maggiore valorizzazione e soprattutto di un maggior controllo su quegli insegnanti che il proprio lavoro lo fanno male o non lo fanno affatto. Certo è difficilissimo insegnare oggi, trattare con ragazzi e soprattutto con genitori spesso arroganti e presuntuosi, proprio per questo i prof. dovrebbero essere un po' "le truppe scelte" ed invece spesso succede il contrario. Inoltre si dovrebbe avere il coraggio di essere un po' più selettivi: basta mandare avanti tutti a pedate e a tutti i costi, abbassando i livelli per adeguarsi, per non avere problemi ecc. Non è obbligatorio che tutti si laureino e che la laurea vada così in svendita. Sono necessari e più che rispettabili anche coloro i che svolgono lavori manuali, ben vengano e si deve avere il coraggio di dirlo a ragazzi e genitori. Meglio un buon idraulico che un ingegnere disastroso, no?
Forse è un OT, perciò chiudo e spero me lo passerete.

vedi Marina, hai centrato un paio di punti per me cruciali.
1) Il corpo docente.
Dovrebbe essere un corpo scelto. Spesso è invece gente che è lì perché non trova un altro lavoro, poco stimolati, in strutture fatiscenti, senza nerbo ed entusiasmo. Io ho una concezione non elitaria ma "pregna". Parliamo di Lettere. Insegnare a scrivere, leggere, meditare. ma chi lo fa? o qualcuno di voi è stato così fortunato che ha trovato l'ago nel pagliaio? Io amo la letteratura perché ce l'avevo dentro, non certo per la scuola

2)I tempi mutati
ecco sì, sono cambiati i tempi. Tutti hanno indotta l'arroganza di sapere. Internet, la televisone: dunque non c'è più bisogno di scuola. La scuola, Marina, per i genitori che io frequento per lavoro, è solo un parcheggio dove allocare la figliolanza mentre si lavora. Non ce ne è bisogno, a loro modo di vedere. E sono la assoluta maggioranza

Forse sono furastico e tetro. parlo per esperienze vissute, comunque, anche se non ho ancora figli. E scusate il dilungamento, ma non credo che sia del tutto OT

Marina: "Non è obbligatorio che tutti si laureino e che la laurea vada così in svendita"

Pazienza per l'OT, ma questa frase è da scrivere a lettere d'oro sulle porte dell'università, benché io viva grazie al fatto che qualcuno in università ci viene. Ma che tristezza.
Io sono così stufa di dover chiamare "dottore" gente che non sa - a fine corso, addirittura dottorandi della facoltà di Giurisprudenza, cosa significa "chiusura dell'anno finanziario" (n.b.: lo so io che vengo da Lettere, perchè alcuni concetti dovrebbero far parte di un bagaglio culturale indipendente dal manuale studiato per l'esame) oppure che mi portano pile di ordinativi di libri ancora manoscritti perché non sanno neppure usare Word...

Questa è una delle grandi verità, un serpente che si morde la coda.
Alle medie arrivano i bambini che non sanno ancora leggere, alle superiori quelli che non hanno ancora imparato a memorizzare i concetti e all'università una massa di giovani per i quali l'esame consiste nello studio più o meno superifciale delle 50 pagine indicate per legge dal docente sul programma.
Che professionisti ne possono uscire? E che insegnanti?

E così via...

Ecco anche Ilde ha esemplificato concetti che condivido appieno anche se non per esperienza lavorativa

vi ringrazio per gli interventi, sono contenta sia scaturito questo fruttuoso scambio di idee.
Ilde: è verissimo quello che dici, alle medie si lamentano delle maestre elementari, alle superiori dei prof delle medie e così via. É dura davvero, soprattutto spessisssimo gli stessi docenti scrupolosi si ritrovano a parlare nel vuoto, perché non hanno il supporto delle famiglie, che magari hanno di tutto in casa, ma brontolano se vengono chiesti 10? per acquistare un libro.
*
Baol: che la scuola sia un parcheggio per molti lo si vede da come vengono disertati i consigli di classe....vabbé i Decreti Delegati ormai saranno vecchi, ma finché non si cambia e si ha l'occasione di incontrare i docenti e sapere cosa studiano i ragazzi penso vadano sfruttati.

cambiare. E' un verbo che adoro :-)

Io mi sono diplomato cinque anni fa, posso aggiungere la mia esperienza più aggiornata. Sono stato assai disgustato dalle scuole. Ricordo delle ottime elementari (eravamo in 9 in classe, in paesino spopolato); medie penose e ridicole: professore di italiano che ci dava "l'ora di lettura", vale a dire cazzeggio completo. Quando non veniva per niente. Riassunti dei classici da consegnare lezione per lezione - naturalmente tutti copiando dal solito alienato -, memorizzazione della definizione (e non scherzo) di qualche vocabolo nuovo trovato nelle letture a voce alta; interrogazioni fiscali con tre quarti della classe che prendeva voti penosi fino alla fine dell'anno, quando invece, miracolo, con una prova recuperavano tutti. Matematica, venivano seguiti esclusivamente i soliti due o tre, il resto della classe placidamente depennato. Non parliamo delle altre materie, situazione una più imbarazzante dell'altra. Unica eccezione Francese, che fioriva di una prof. illuminata e stabilmente in guerra con il resto dell'istituto. Delle medie ricordo Hesse e molta divulgazione scientifica, fumetti e altro. Lettura indipendente e straniata nelle ore di lezione, all'ultimo banco mentre ognuno si faceva i c. suoi.

Alle superiori situazione molto (per quanto difficile) peggiore che in precedenza: menefreghismo e disimpegno totale di un buon 40% dei docenti, anarchia istituzionalizzata, nonnismo e fancazzismo. L'unico risvolto creativo era quello spinto dalla strategia per annullare la noia tremenda di cinque ore di asfissia. Tranne prof di Italiano e Matematica: molto in gamba, diciamo che ho subìto, e non solo io, un'impennata rivelativa d'interesse per la letteratura e per la scienza a partire dall'ultimo triennio. Come al solito, spola tra primo e ultimo banco per cazzeggio o lettura quando anche il casino stuccava.

Università: mai stato costretto ad abituarmi a studiare più di cinquanta pagine in precedenza. Primo anno disastroso, completamente spaesato e impreparato strutturalmente. Recupero delle basi di metodo e inizio di una faticosissima bonifica del deficit. Gli studenti universitari, oggi, si trovano in un momento di forte crisi perché sopratutto sistema in transizione: i docenti sono proiettati al passato, il sistema spinge a tutti i costi per un futuro che velocizzi, dia una spruzzata qua e là di un po' di tutto. Quindi ho un programma di Letteratura Italiana di mille e cinquecento pagine che vale gli stessi crediti di uno di informatica che sono duecento pagine di elementi già noti a chi abbia un computer. Squilibri enormi tra mentalità e organizzazione dei docenti con le direttive (tra l'altro contraddittorie) del ministero, che vanificano il tentativo di parificazione del nuovo sistema con il vecchio, complicando inverosimilmente la vita degli studenti - e docenti, che si sfogano continuamente anche a lezione. Delle persone immatricolate nel mio anno, vale a dire quattro anni fa,  conosco solo un collega che abbia conseguito la laurea breve, quella, secondo loro, dei tre anni. Esami prima piccoli dilatati senza giudizio e altri fondamentali spezzettati e frammentati, magari tralasciando le cose fondamentali ma addobbando di materiale per niente utile alla formazione. Ma la questione si fa lunga e irritante.

Concludendo: fino ad ora ho contato soprattutto nell'autodidattica, e semplicemente è quello che sostengono anche le persone che sento e col quale condivido stessa condizione. Frequento solo lezioni obbligatorie, che continuo a percepire inutili, perché nulla aggiungono al materiali didattico cartaceo. Stimoli: non pervenuti, se non da libri assegnati e abbandonati. Suggestioni: non certo dalle lezioni o dai docenti, solamente dai colleghi, rari, ma che a volte trovi che veramente amano e non solo s'atteggiano a fruitori d'arte. Bilancio: l'università mi è utile esclusivamente come mappa organica del materiale, e come costrizione alle scadenze della mia imperterrita pigrizia; per il resto solo delusione.

ottima testimonianza Arpa, come sempre. Dovrei chiosare, ma semplicemente chiosando, e dunque va bene così

Il problema, sono sempre più convinto, è nella mercificazione della cultura, e dell'intelligenza. Dove il tempo è denaro, l'amore è superfluo, la quantità dei letterati ha da competere con la qualità. Una vergogna della nostra epoca, che peggiorerà, necessariamente, viste le politiche intenzionali. Ho un fratello sette anni più piccolo. Ne sento sempre di più demoralizzanti.

il problema è nella assoluta prostituzione del sistema alla politica. Guarda che difficilmente in altri paesi il sistema è così venduto. Qui, ad arte, si è svuotata di qualuqnue idea la classe dirigente. Quello che mi fa ancora dubitare é che nessun libro abbia in maniera chiara ed onesta esposto che non è questione di appartenenza politica, ma di Italia. In Italia si valuta e nutre l'ignoranza a fini politici (o pseudo-). Stop. perdonatemi l'ennesimo OT

Forse un fallout di mentalità politica e di valutazione delle arti materialista ed economicizzata, magari radiazioni d'oltreoceano. Di approccio ottimizzatore economico della formazione. E non c'è più spazio né impellenza di autentica passione.

Le ascendenze andrebbero scoperte e coltivate e insegnate a prendere il volo da sole quando ancora sono latenti e potenziali: nella fase delle scuole obbligatorie. Questo succede sempre più di rado e sembra sempre maggiormente per puro caso. Mi fa paura, perché vedo figuri in facoltà che proprio non hanno niente a che fare con la letteratura, che leggono tre libri all'anno e pure sbagliati. Che danno gli esami perché lettere non è diverso da giurisprudenza: Cristo, non deve essere così. Chi ha dentro arte deve trovare catalizazzione, gli altri facciano quello per il quale sono stati destinati, nell'affinità personale. Quello che è tipico della ottimizzazione di genere economico e appunto l'appiattimento, l'omologazione, l'oggettività che demolisce la forza del prerequisito insito nell'individuale. Prima non era così necessario studiare Dante, lo si faceva se privilegiati ma comunque venendo da un contesto propedeutico ad una certa educazione emotiva alle arti. Adesso a tutti è lecito leggere Dante in un'aula universitaria, senza provare nulla, sordi, e con la smania di studiare a pappardella e svere il titolo in tasca. E' uno schifo, come al solito democrazia e opportunità significa appiattimento e abietta omologazione ingiusta.

Mah. Io so che ogni volta che ho sentito qualcuno dire "ai miei tempi era meglio", genitori, nonni, zii, amici di genitori, mi è sempre venuto da pensare: ecco la solita solfa dei più vecchi che dicono che era meglio prima solo perché non c'è modo per provarlo, ché se poi andassimo a vedere....Il fatto è, però, che ora di tanto in tanto capita anche a me di pensarlo, almeno per quanto riguarda la scuola. Mi sto ancora guardando dall'andarlo a dire a chi è più giovane di me, ma prima o poi, lo so, mi sfuggirà. In fondo io mi sono diplomata che correva l'anno 2000, che già c'era l'esame di stato con tutte le materie e la terza prova e i crediti eppure, ora che rientro a scuola (saltuariamente e precariamente) come insegnante, ora che sono passati appena sei anni, mi sembra già tutto diverso e, se si può dire, peggiorato. Nel frattempo io mi sono laureata in lingue e letterature straniere e sto per terminare la famosissima (e costosissima) SSIS, mi hanno riempito la testa di tecniche di didattica, stili cognitivi e nuove tecnologie, roba bella e interessante che però funzionerebbe solo nei migliori licei, nelle classi omogenee senza problemi di alfabetizzazione degli stranieri e senza disabili. Ecco. Quello che volevo dire è che il mondo è un'altra cosa e non esistono (per fortuna) classi perfette con i prerequisiti massimi e la motivazione alta, che è difficile far amare la lettura in lingua originale di un racconto di Kafka se dieci persone su venti non conoscono bene nemmeno la sintassi italiana, che è difficile far riprodurre una conversazione a tavola in cui ognuno racconta di sé se nessuno è abituato a farlo nella vita di tutti i giorni e se l'educazione sentimentale intesa come l'abitudine a parlare delle proprie esperienze è un grande spauracchio. Boh, forse bisogna mettere nel pentolone tecniche e passione e fantasia e spirito di sopravvivenza, forse bisogna "bastonare" un po'i genitori. Non so, sono perplessa. E però non credo, come scrive la Mastrocola ne "La scuola raccontata al mio cane" che un'insegnante debba sapere tutto solo su quello che insegna e provare a trasmettere il suo amore per la materia, senza sapere nulla sul "come". Naaaa, non funziona. Forse una volta, forse all'università, ma non oggi e non a scuola.

guarda che quello che ha dichiarato apertamente di rimpiangere la scuola gentiliana non ha ancora 29 anni.....non è proprio vecchio....
credo che le affermazioni che fai siano vere, che tra teoria e pratica (scontro con la realtà pratica direi) ci sia una bella differenza, in ogni caso questo non è un buon motivo per non provare a migliorare con fantasia, tecniche, passione come dici tu.
Glisso sull'ultima osservazione della Mastrocola: mi sembra grottesca.
Alcuni genitori vanno richiamati al loro ruolo in alcuni casi (e te lo dico io che sono madre di due adolescenti).
Grazie per l'ottimo contributo.