Massei Lisa

Insomnia

Autore: 
Massei Lisa
Primitivo contraccolpo: verità dove arranchi.
 
Egon Schiele. Dipinto di una fisionomia umana slavata di morboso, denutrita, come se mancasse un elemento primario all’alimentazione della psiche, intollerante a un misterioso componente, e per questo insolubile, della quotidianità. Occhi come fori neri che strillano senza passaggio di aria, gomiti ritorsi, pelle così fine ch’è possibile vedere l’impressionante carne fredda.
Questo testo non è frutto di una ricerca accademica. È parto di una identità sotterranea del sentire e di un valore del senso primitivo: primituro: estenuante maturazione di sé per annullarsi e ricongiungersi alla naturalità delle emozioni, distillate e scrostate da ipocrisia tabù; forse è proprio in questo carattere che collima la coralità con un Bukowski.
Appropriato l’uso del turpiloquio, per l’appunto nella linea della materializzazione dell’essenziale. La verità per Massei è soprattutto figlia del dolore, della sofferenza ch’è agnello da postribolo; luce che proviene sempre e solo dal basso, contornando le profondità dei volti.
 
Perfettamente condivisibile la chiara elettività del testo rispetto al panorama postmoderno depressivo con il quale si confronta più direttamente. Non c’è molto da aggiungere a questo riguardo: la maggior parte della letteratura che tratta di disagi e avvicendamenti borderline disponibile si ferma prima dell’intelligenza, all’inutile reciproco dello sfogo, affannandosi nella banalità e nella elementarità. Questo Insomnia è invece liquido amniotico magmatico che nutre in cattività i suoi protagonisti, incoscienza e una lucidità che si ferma e si consuma, si spreca, senza essere messa a frutto, per percepire la felicità che non è lontana, solo non immaginabile. C’è una rassegnazione adulta alla notte e alla circostanza della non-appartenenza a se stessi.
 
La Massei è molto brava a tinteggiare l’ocra e l’opaco, molto spesso ecco un culto per l’insoddisfazione, atto a nobilitare un percorso senza soluzione per chi non spera, ma semplicemente è cosciente della propria forza disperata. La forza di una adesione alla realtà, in un gioco con essa che tenga conto delle sue regole, a costo della perdizione, a costo del sangue aggrumato sulle borse degl’occhi. Ed ecco che onnipresente una ricerca della primarietà della alfabetizzazione essenziale del dolore e dell’ottundere, un vocabolario dei nuclei più intimi e miserrimi, vilipesi dalla incapacità di assorbire dosaggio d’amore; la droga della cupezza non è biasimo di una mancanza di autocoscienza, anzi, è la troppa constatazione dell’effimero insistere dell’ottimismo, dove l’intelletto e l’istinto sono solo uno stesso lamento sommesso. È c’è ancora una doppia anima, fin dalla copertina, personalità denudata e dannatamente presa a calci in culo dall’emozione, e invece con ancora una speranza, ancora padrona dell'interiore e non corrosa.
 
Personaggi che parlano di sé attraverso uno specchio che non riflette, ma distorce perfezionando l’immagine, dando il vero sentore dell’essenza. Individui che soffrono ma continuano a domandarsi, oppure hanno appena smesso di farlo. C’è una mancanza teologica che presiede, una religiosità dell’inconsapevolezza, un ateismo che nega la speranza della rivalutazione, di una resurrezione.
Anche lo stesso lessico non ha la pretesa di imporsi; come le sue storie dipana, come se fosse una foschia a scala di grigi, l’esangue, perché non sono le parole che danno senso ai silenzi, come rifoli di vento malevolo.
Interessante la visione della sessualità, il voler affrontare più volte la masturbazione, il coraggio di sfiaccare continuamente un’ipocrisia del non detto fra le parti e fra i ruoli. La presa d’atto che l’animalità è forse una tra le ricchezze e risorse più importanti, il sesso come espressione dell’io più disperata e divelta. Una sessualità che finalmente è scardinata dalla zavorra del pudico in falsetto, ma senza accennare a volgarità disarmoniche, ecco, con oculata intelligenza e dosaggio inquadrato.
 
Un libro che non si presta ancora a facili interpretazioni. Non è lecito applicare una critica freudiana canonica, né qualificare la componente propriamente privata e autonoma da quella empatica e speculare. Sono strade che diramano varie possibilità interpretative, ma questo importa vanamente. Ciò che sopravvive limpido, nell’interiorizzazione fragrante di questa peculiare lettura, sarà la lividezza di una prospettiva in ombra dell’anima; che più è accanitamente destinata a non comprendere e disperdersi, ma che già con la mutua corrispondenza con chi legge, saprà disfacersi come una morte senza dolore, tra un sonno dei vinti, tra un'aurora di una speranza invisibile ma, magari nell’idea, raggiungibile.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Lisa Massei (Cecina, Livorno 1979), scrittrice italiana.
 
Ha collaborato con varie riviste e fanzine, curando recensioni e interviste. “Insomnia” è il suo primo romanzo.
Ha pubblicato anche “Maybe” (Settembre 2004) per le Ed. ComixComunity, un albo fra racconto e fumetto disegnato da Oscar Celestini.
 
Lisa Massei, “Insomnia”, Edizioni Il Foglio, Piombino 2003.
 
 
Approfondimento in rete:
i
 
 
 
 
 
 
Arpaeolia, 18 febbraio 2006. Già pubblicato su http://blog.mrwebmaster.it/Arpaeolia.

ISBN/EAN: 
9788876060182

Commenti

Ho letto il libro: idee straordinarie, sofferte, descrizioni febbrili, incisive di donne in fuga da loro stesse, incapaci di vivere, in cerca di punizioni, di scarnificazioni. Il tutto descritto con lucidità sconvolgente.
Ma il turpiloquio no, quello non lo accetto. Lo scrittore, il grande artista non ha bisogno di usare certi termini volgari e inutili per descrivere il desiderio di morte, di distruzione, l'abisso di disperazione senza lacrime.
La tua recensione, Gianluigi, è bellissima: paragonare questo desiderio di rovina della Massei alla pittura di Schiele è geniale. E assolutamente vero.
Bravo!

Ritengo che non debbano esistere regole aprioristiche basate su gusti, soprattutto, di educazione morale, nell'arte. Solo alcune parole sono ambivalenti, la maggior parte d'infinita possibilità semantica; nessuna ancorata. Se spogliate, a regola d'arte, di eredità sgradevoli, parole possono rinnovarsi e abellirsi. Non porrei dei limiti forse - ma quel forse è fondamentale - inopportuni.

Il paragone con Schiele è consono, ne sono sempre convinto :) geniale però è esagerato, naturalmente.

Grazie per i bei complimenti, ne faccio tesoro.

"Non è lecito applicare una critica freudiana canonica, né qualificare la componente propriamente privata e autonoma da quella empatica e speculare. Sono strade che diramano varie possibilità interpretative, ma questo importa vanamente. Ciò che sopravvive limpido, nell?interiorizzazione fragrante di questa peculiare lettura, sarà la lividezza di una prospettiva in ombra dell?anima; che più è accanitamente destinata a non comprendere e disperdersi, ma che già con la mutua corrispondenza con chi legge, saprà disfacersi come una morte senza dolore, tra un sonno dei vinti, tra un?aurora di una speranza invisibile ma, magari nell?idea, raggiungibile".

> gran bella chiusura. Mi rimane solo un dubbio - ma è mai stato lecito o sensato applicare letture freudiane canoniche? E che senso può avere, dal momento in cui siamo coscienti che Freud ha letto gli esseri umani via simboli e personaggi letterari? Freud ha realizzato il gran sacco dell'arte prima e ne ha fatto scienza.

Credo che in alcuni casi, soprattutto a lui precedenti, possa offrire degli ottimi spunti e tendenze. Con le pinze, ma comunque pur sempre qualche chiave in più per la ricerca (resta di fatto che troppo abuso ne è stato forzato dalle critiche storicamente). Nel concreto, ricordo una bella freudiana sul Tasso. Notevole. Certo la psicanalisi senza sincerità mi sembra inefficace, e nelle lettere la menzogna...

Questa "questione della sincerità" è comune terreno di riflessione, vedo. Assieme alla questione della verità. Problemi non da poco, nemmeno quando vengono circoscritti alla letteratura. Personalmente credo nel linguaggio, non nella psicanalisi.

Ma non credi che la psicanalisi abbia delle legittimazioni solide, ormai? Ha sortito innumerevoli successi, molte di più semi-guarigioni ma quasi sempre miglioramento delle condizioni. Naturalmente non è scienza, e l'anima umana, fino ad adesso, non è scientifica.
Personalmente ho buone ragioni per ritenere la psichiatria, piuttosto, un grande mezzo di lotta contro la depressione e molte patologie psichiche, anche gravi e in altri tempi invulnerabili.

Non abbiamo molto altro, noi occidentali alla deriva.

Abbiamo l'arte, e abbiamo un linguaggio da perfezionare e raffinare. Una ricerca complessa ma necessaria.

ti ringrazio arpa per la recensione;)
lisa

http://www.lankelot.eu/forum/viewtopic.php?p=4768#4768 copertina e non solo > nel forum, il nuovo libro di Lisa Massei!