Il protagonista de “ Il gregario” è un ragazzo di 28 anni, laureato da due, di altezza, intelligenza e desideri medi. E’ un ragazzo piacevole ma non ha fascino, o almeno non possiede quel fascino che proviene dalla sicurezza di chi ha trovato il proprio posto nel mondo.
Nel racconto “Settembre” (in Poliuretano) era allo stato germinale (“non sono bravo a fare le sorprese e questo è uno dei cento motivi che non mi rendono un uomo intrigante, un uomo da sogno per i test di Donna moderna o Top Girl”). Oggi si è conformato, si è plasmato all’altrui volontà e si manifesta come “uno che ha sempre fatto quello che gli altri si aspettavano” (pag. 9), in un manifesto stato d’animo di “appresa impotenza”.
Il primo atto di ribellione, il dedicarsi alla pittura, è stato rimosso. Non si è rifugiato nella bellezza classica della Toscana, musa ispiratrice di ogni genere d’arte. E qui l’avremmo riconosciuto perfetto clone della conformità, del suo aggregarsi al mondo.
La critica del padre è stata più forte di quel moto espresso solo in potenza. Il dedicarsi alle copie attualizzate di Bosch era visivamente il primo passo della personalizzazione del suo mondo, all’autenticazione di se stesso come individuo. Vi ha rinunciato, nell’idea di esser privo di talento. Era quello il suo realismo? Sì, lo era.
I suoi giorni scorrono fagocitati nell’idea di realizzazione dei sogni del padre: nella farmacia prima e nella parafarmacia in seguito.
“Uno studente che si diceva disinteressato al denaro e interessato solo all’arte e alla bellezza, nei momenti liberi dipingeva e sua madre ed Ilaria erano le due uniche persone che lo incoraggiavano e soffiavano sul fuoco della sua convinzione”, (pag. 28).
Anche nei rapporti sentimentali si adegua: nei rapporti con la madre che vive spegnendosi giorno dopo giorno, senza null’altro trovare che il sacrificio di se stessa nell’essere stata madre prima e moglie poi; nei rapporti con Ilaria, fidanzata storica, il meglio che aveva trovato allora ma per cui e con cui non vive altro che un rapporto di “media” intensità emotiva. E’ solo la sessualità che si evolve tra di loro, nel suo meccanicismo, nel suo esprimersi senza infamia e senza lode, ma con il gelo di due persone che non comunicano. Non la lascia e non si fa lasciare. Non si parlano, non si affrontano, in un rapporto tiepido in cui si discute solo di viaggi nella semplice e lucida consuetudine: “senza niente da dirsi, vagando da una vetrina di agenzia di viaggi all’altra, sognando chissà quale vacanza. Eppure in quelle sere c’è una grande tensione fra loro, una tensione dovuta al fatto di non riuscire a dirsi nulla, ma di volersi solo lasciar scivolare i giorni addosso” (pag.12).
Manifesta un altro tentativo di ribellione quando, e rimarco finalmente, tronca il cordone ombelicale con Ilaria, o meglio, con la pigrizia del loro rapporto e si spinge oltre, a cercare la felicità tra le luci artificiali di un club e l’autenticità con Yulia, ragazza dell’est che può vendere solo illusioni. Il disincanto è in agguato. Cenerentola è morta da un pezzo. E lui non è il principe azzurro. “E’ il suo realismo”.
La realtà è questa. È lui che è cambiato, adagiandosi alla vita quotidiana dal mondo. Non è un inetto. Non è un alienato. Più semplicemente si è inserito nella vita quotidiana del mondo, prima di prenderne piena coscienza e non sa come affrontarne le piaghe. Ogni giorno è una lotta contro la corsa del tempo. I sogni sfuggono di mano; non si ha neppure il tempo necessario di concretizzarli nella propria mente. I sogni si spengono di fronte ad una realtà che non lascia spazio alle illusioni, né alla fantasia. Lui non ha sogni propri, ed anche se volesse rendere pienamente suoi quelli degli altri, del padre in primis, non trova altro che burocrazia, carte da compilare, note da registrare, clienti umorali insoddisfatti, rigidi ispettori che hanno acquistato spietatamente i connotati di una realtà alienante alla matrix e che riescono, in pochi frangenti, a spazzar via la fantasia, l’ingegnosità dell’inventarsi un lavoro giorno dopo giorno.
E’ tutto un mondo che si è perduto, oscurato dalle carte, dalle certificazioni, dal sistema creato dai teorici del tutto.
E allora questo mondo fatto di corsa non fa che acuire l’incomunicabilità, la difficoltà delle relazioni, l’approccio alla realtà. In qualsiasi contesto, affermo.
Ritorna, ciclicamente, il disagio della solitudine nella realtà sociale. L’uomo è sempre, fondamentalmente, solo in ogni epoca che si ritrova a vivere. E la solitudine dell’uomo è sempre creata dall’uomo stesso. Ne “Il gregario” la solitudine è grigia come quel paesaggio urbano ed extraurbano che trova spazio tra i suoi personaggi. Non c’è l’idillio catartico della natura, ma la fredda desolazione del cemento e delle luci artificiali.
Leit motiv di questa realtà desolante è il rapporto con il padre. Tra di loro scontri comuni, un’incomunicabilità di cui, in fondo non si riesce a spiegarne le origini. Sente il padre distante, vincente nel suo essersi realizzato, nel suo essere persona dotata della grinta necessaria per affrontare i problemi pratici, nel rapporto con i clienti, nel lavoro e con la stessa famiglia. Il padre ha saputo cosa volere dalla vita e se l’è preso, fosse anche solo una schiera di amanti succedutesi nell’arco degli anni.
Fin da bambino non è mai riuscito ad accettare queste presenze disturbanti accanto alla figura paterna. In ogni occasione si sente di dover raccontare tutto alla madre, di dover smascherare il padre, da un lato per ribellarsi a ciò che vede d’imperfetto nel padre stesso, dall’altro nel tentativo di scalfire il sonno della madre. E c’è in lui un continuo tentativo di salvare quella parvenza di famiglia in cui trova la realizzazione del suo realismo e l’ancora della sua felicità fasulla.
Ad un certo punto il destino è ancora in agguato e si mette di traverso. Il modello del padre si sgretola. La sua “parte di oro” non vale più nulla nel confronto con il passato (il rapporto padre-figlio che scopre nell’amico dell’università) e poi nell’evento culmine che si deve affrontare nell’impotenza, la malattia.
È ora di ricostruire i pezzi, il puzzle della sua intera esistenza: il padre che sceglie una sciatta amante non può essere il padre vincente che lui si è costruito nella sua mente; il padre che piange ed implora quando la moglie e, rimarco ancora, finalmente, si ribella e si allontana. È chiaro che non può che non riconoscere se stesso in quest’atto e nel rapporto consuetudinario con Ilaria.
Il padre che si ammala non può essere il vincente. Il padre non è poi tanto diverso da lui. Sarebbe potuto essere un medico di campagna, un uomo medio. In questo frangente si può abbandonare alla speranza della comprensione, a 28 anni, alla stessa età che aveva il padre quando lui è nato.
Anche nel momento più drammatico non riesce a pensare al peggio. È il suo modo di affrontare il dolore. Lo ha imparato da bambino e gli permette di sopravvivere. Si estranea, si allontana da se stesso, si concentra nell’uscire fuori da sé smaterializzando la sua intima essenza, quella che potrebbe percepire il male come provocato da mille punture di spilli, e ne osserva la scena come se guardasse qualcun altro subire. È un modo comune, per sopravvivere.
Fino a quel momento non era capace di vedere altro. Quell’astrazione da sé lo aveva privato dalla vista autentica. Tutto il suo mondo era diventato cupo, grigio, plumbeo.
“Tu ce la puoi fare, tu ce la puoi fare in tutto nella vita. Ma il punto è questo: vuoi essere un leader o un gregario?” (pag.171).
È allora torna là nel luogo dell’illusione, dei sogni, per ripartire da quel luogo che la memoria gli restituisce come autentico.
Non vi tornerà per ritrovarsi bambino, ma per salvarsi da uomo.
“Non scegliere. Non decidere. Ma accettare” (pag. 172).
Il romanzo di Mascheri è maturo. È pieno. È pregno di solitudine, quella solitudine ansiosa, illogica ed ipocondriaca che avevamo imparato ad amare in “Poliuretano”. Oggi c’è meno delirio e molta più autenticità nel suo manifestare il gelo dei sogni, la corsa fredda del mondo di oggi, della giovinezza che sfugge nel caos della burocrazia, nella mostruosità di un’integrazione selvaggia.
Non c’è morale; c’è un’inquietudine spiazzante che fa male e stride con il mondo delle illusioni, di chi eravamo e chi volevamo essere.
Nel grigio del cemento si sente forte il grido al mondo di fermarsi e ricominciare là dove i sogni si sono bruscamente arrestati.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Paolo Mascheri è nato nel 1978 e vive in provincia di Arezzo. Ha esordito con un racconto apparso ne Il colore viola (Limina). Del 2004 la raccolta di racconti “Poliuretano”. Il suo primo romanzo “Il gregario” (2008).
Paolo Mascheri, Il gregario, Minimum Fax, Roma, 2008.
MASCHERI in LANKELOT
Commenti
?Non scegliere. Non decidere. Ma accettare? (pag. 172).
"Nel racconto ?Settembre? (in Poliuretano) era allo stato germinale (?non sono bravo a fare le sorprese e questo è uno dei cento motivi che non mi rendono un uomo intrigante, un uomo da sogno per i test di Donna moderna o Top Girl?). Oggi si è conformato, si è plasmato all?altrui volontà e si manifesta come ?uno che ha sempre fatto quello che gli altri si aspettavano? (pag. 9), in un manifesto stato d?animo di ?appresa impotenza?."
> Ottimo rilievo. In questo frangente hai colto qualcosa che sospetto sia sfuggito a larga parte della critica. Chissà cosa ne penserà il Mascheri... (ieri notte gli ho segnalato il pezzo, mi sembrava molto contento;) )
"Ritorna, ciclicamente, il disagio della solitudine nella realtà sociale. L?uomo è sempre, fondamentalmente, solo in ogni epoca che si ritrova a vivere. E la solitudine dell?uomo è sempre creata dall?uomo stesso. Ne ?Il gregario? la solitudine è grigia come quel paesaggio urbano ed extraurbano che trova spazio tra i suoi personaggi. Non c?è l?idillio catartico della natura, ma la fredda desolazione del cemento e delle luci artificiali. "
> Altro passo decisamente indovinato e condivisibile.
"?Non scegliere. Non decidere. Ma accettare? (pag. 172)."
> Questa poteva essere un'ottima quarta.
"Il romando di Mascheri è maturo. È pieno. È pregno di solitudine, quella solitudine ansiosa, illogica ed ipocondriaca che avevamo imparato ad amare in ?Poliuretano?. Oggi c?è meno delirio e molta più autenticità nel suo manifestare il gelo dei sogni, la corsa fredda del mondo di oggi, della giovinezza che sfugge nel caos della burocrazia, nella mostruosità di un?integrazione selvaggia.
Non c?è morale; c?è un?inquietudine spiazzante che fa male e stride con il mondo delle illusioni, di chi eravamo e chi volevamo essere. "
> Ocio al "romando".
Ma le osservazioni le condivido in toto. Adesso facciamo un gioco. Come sarà il terzo libro di Paolo Mascheri? Proviamo a immaginarcelo, visto che siamo l'esempio dei suoi lettori totali - a suo tempo, avevamo avuto anche il racconto apparso sull'antologia di Limina, nella vetrina narrativa del .com...
Chi comincia?
(stanotte altrimenti ci provo io:) ).
E' molto bello l'archivio dedicato a Paul, sono convinto che crescerà ancora e periodicamente. E' un artista che pretende questo tributo di studio appassionato e analisi profonda. Davvero un grande artista.
Mi sento in dovere di ringraziare di cuore tutti i lankelottiani che hanno letto il libro, a questo punto. Ringrazio Gianfranco anche per la generosità e l'amicizia. Non è un minuetto. Ma ho avuto l'onore di leggere in anteprima i due libri di Franchi che usciranno nel 2009. E sono entrambi due libri bellissimi. Spero che abbiano il successo e la visibilità che meritano.
Grazie Paul, detto da te è un onore e una gioia.
Quando vorrai raccontarci del tuo nuovo libro saremo felici di gustare l'anteprima. E intanto...
proveremo a indovinarlo.
Qui su Lanke - come altrove - c'è grande attesa per il tuo nuovo pargolo, tienici informati:).
Ah... e se vorrai pubblicare qualche pagina sulle tue letture, da artista e non da critico, te ne saremo molto riconoscenti. Sapendo quanto leggi e come leggi, credo che ne deriverebbero delle belle sorprese.
Anch'io sono un fan della prima ora.
Mascheri è un grande.
questo libro merita di essere scavato a fondo, meditato, metabolizzato.
Franco, c'è Moravia allo stato superficiale, nel tratteggio dell'indifferenza e del conformismo alla normalità, del fallimento, della sconfitta, c'è il disagio e la crisi sociale, c'è la ribellione ma non si arriva alla distruzione, al male, non c'è il pessimismo estremo. Ci si ferma prima, per ricominciare. Ho, invece, visto Berto nella riconciliazione finale con il modello del padre.
Per il terzo capitolo...non so cosa immaginare ora. Mi piacerebbe un Poliuretano 2 :)
Moravia e Berto. Sono padri pesanti, nel Novecento italiano. Chissà se Paolo, in questi anni, è tornato sui suoi passi rivalutando le patrie lettere. Nelle interviste degli anni scorsi parlava sempre delle letterature straniere, per nominare dei punti di riferimento. Chissà...
prima o poi lo intervistiamo in veste di lettore.
Poliuretano 2?
mmm. Ammazza. Sì, potrebbe essere una trovata potente.
Respiro carveriano per una scrittura mascheri, postmoderna e consapevole e italiana. E' una possibilità:)
11. ho notato anche io dalle interviste, per cui gli accostamenti a Moravia mi parevano strani, ma ciò non significa che il tema sia sentito allo stesso modo.
12.
secondo me dovrebbe lavorarci su...magari non subito, ma la prima raccolta ha lasciato un segno di sospensione...
12, 13, probabilmente voluto...;)