Martinelli Mario

Il granduca

Autore: 
Martinelli Mario

“Trovarsi lì, in mezzo a quei monti feroci, era tutt'altra cosa da quanto si era immaginato; e questo generava onde emotive di variabile intensità. Non era facile mantenere il governo della propria barca quando si affrontavano le più impervie; il rischio di venirne travolti poteva essere pesante. Così, sulla scia di una rotta senza meta, ma dalle incognite promesse, si svolgeva, di ora in ora più sorprendente, il cammino dell'uomo venuto in quel mondo a ritrovare il proprio passato” (Martinelli, “Il granduca”, p. 60).

Misteriose rune, feroci gatti selvatici, una montagna antica e inviolata: questi sono gli assi portanti del “Granduca”, nono libro del prolifico scrittore montanaro Mario Martinelli, jobrero. È un romanzo allegorico-iniziatico, a dispetto della patina emi-gialla. È la storia di Luino, che sembra un forestiero ma in realtà è semplicemente un emigrante che sta tornando a casa, cinquant'anni dopo. Torna parte in memoria del fratello morto, parte per riscoprire la sua essenza paesana e montanina. Torna a guardare quei colori che non aveva mai dimenticato: il giallo sprigionato dalle betulle sotto il sole, il rosso dei boschi tra la Val Scodella e la Val Larga, a dare vita a un'armonia catartica.
 
Torna in una terra, quella della Corte, che ospita più camosci e caprioli che esseri umani: poche case ma molto dignitose e molto spartane, come lo spirito di chi le abita. Torna, per fronteggiare questo suo passato come fosse una cima leggendaria, quella del Grosserherzog. Nessuna croce in cima: “ciò aveva conferito al G. un significato simbolico di verginità, di purezza, di tabù; per la popolazione locale le antiche divinità pagane vi risiedevano ancora, come in una sorta di Walhalla, da cui osservavano con distacco le vicende degli esseri umani” (p. 11). In un certo senso è bello che rimanga vergine, che nemmeno il pensiero possa sfiorare certe altezze; può significare l'accettazione dei propri limiti, può significare la decisione d'amare la natura per ciò che è, senza doverla vincere, modellare, alterare, dominare.
 
Martinelli è sempre abile nel raccontare la serenità (sostanzialmente, l'atarassia) dei montanari, ed efficace nella descrizione di quanta quiete e quanta semplicità vada dominando e caratterizzando le loro vite. L'artista ci restituisce suoni famigliari (“scampanellare di padelle”) e odori peculiari (“il profumo della polenta”), ribadendo un antico Vangelo: “La montagna è per sua natura benefica, sta all'uomo impararne il linguaggio, ascoltare i suoi consigli, prestar fede ai suoi moniti, e seguire, umile, a capo chino, la sua guida materna” (p. 51).
 
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L'alpinismo – insegna Martinelli – nasce nel periodo del Rinascimento, rivelandosi qualcosa di diverso da uno sport. “Una filosofia, uno stile di vita, che porta a sperimentare la vicinanza con il cielo, i mistici momenti vissuti al massimo grado d'intensità, le estasi di profonda unione con il tutto. Le vette non solo danno all'uomo la facoltà di conoscere i propri limiti, ma lo assurgono a testimone del miracolo che permea tutto l'universo; gli offrono un assaggio del paradiso, a cui dovrà rinunziare al momento della discesa, portandone però il ricordo nel cuore, che lo accompagnerà per tutta la vita” (p. 91). Ma un montanaro non è un alpinista. Non vuole record, non cerca gloria. Cerca silenzio e pace; cerca, sempre, la voce di Dio.
 
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E questo è quanto. Concludo qui il mio viaggio nella narrativa di questo inatteso outsider della Vallarsa, felice d'averlo scoperto grazie al bel libro di Fiorenza Aste, “Il Montanaro”. Proprio come il protagonista del “Granduca”, anche Martinelli è tornato, dopo tanto tempo, nel suo paese, tra le sue montagne, per ritrovare sé stesso, e guarire dal male. Ha scoperto che una delle strategie del male era disintegrare i limiti: la montagna gli ha restituito il gusto dell'armonia, dell'equilibrio, dell'autocontrollo; e ha saputo farlo tornare ad amare la vita, con intensità e generosità almeno commoventi. Ne scrive, e quando ne scrive cura le nostre anime stinte dalla frenesia e dall'ipocrisia delle vite metropolitane. Ma voi non diteglielo. Non ancora.

 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Mario Martinelli (1962), scrittore e montanaro di Obra, Vallarsa.
 
Mario Martinelli, “Il granduca”, La Grafica, Trento 2007.
 
 
In Lankelot: “Il Montanaro” di Fiorenza Aste.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2010.
ISBN/EAN: 
9788886757584

Commenti

[martinelli, il granduca] E

[martinelli, il granduca] E questo è quanto. Concludo qui il mio viaggio nella narrativa di questo inatteso outsider della Vallarsa, felice d'averlo scoperto grazie al bel libro di Fiorenza Aste, “Il Montanaro”. Proprio come il protagonista del “Granduca”, anche Martinelli è tornato, dopo tanto tempo, nel suo paese, tra le sue montagne, per ritrovare sé stesso, e guarire dal male. Ha scoperto che una delle strategie del male era disintegrare i limiti: la montagna gli ha restituito il gusto dell'armonia, dell'equilibrio, dell'autocontrollo; e ha saputo farlo tornare ad amare la vita, con intensità e generosità almeno commoventi. Ne scrive, e quando ne scrive cura le nostre anime stinte dalla frenesia e dall'ipocrisia delle vite metropolitane

Per un momento leggendo

Per un momento leggendo "Martinelli" temevo fosse il regista omonimo.

Meno male che il nostro è invece un sensibile montanaro-scrittore.

L'aria di montagna a quanto pare fa bene: ho già conosciuto altra persona, un semi-montanaro, che, pur senza particolari studi alle spalle, è riuscito ad esprimersi al meglio in un'attività che si può definire artistica (nella specie la fotografia).

 

[lupo] Martinelli l'altro lo

[lupo] Martinelli l'altro lo conosco solo per un film - un film eccezionale, ingiustamente inesistente in dvd, un pezzo di storia italiana. Porzus. http://it.wikipedia.org/wiki/Porz%C3%BBs_%28film%29 Chi ha girato un film come quello avrà la mia eterna gratitudine...

E' girato in montagna. Si vede proprio che la montagna fa bene...;)

[Martinelli] Bellissimo

[Martinelli] Bellissimo commento, Franco. In profonda sintonia con il nocciolo del saper vivere di Martinelli.


E' proprio la natura così com'è a fargli da Maestro; tutto quel che c'è da imparare sta nel regolare il proprio fare, il proprio essere, sul pulsare eterno del giorno e della notte, del caldo e del gelo, del pericolo e della quiete, della vita e della morte.


Altro punto fondamentale: Martinelli è un montanaro, non un alpinista. Ci tiene a ribadirlo. Perché essere montanaro vuol dire vivere sulla montagna, e portarle amore e rispetto. Mentre l'alpinismo odierno è molto spesso puntato al record, e fa della montagna solo un oggetto di conquista. Non a caso si sono moltiplicate le morti in montagna, in questi ultimi anni: la fretta di record ti spinge ad andare in montagna senza ascoltare più quel che ha da insegnarti. Non sempre è il momento buono per salire; ma se hai fretta e non ascolti quel che la montagna dice, ti incrodi sul ghiaccio o ti tiri dietro le valanghe.

[fiorenza, martinelli] grazie

[fiorenza, martinelli] grazie ancora a te. E' stata una scoperta piacevole - è stato come respirare aria pura in montagna. Qualcosa di raro in letteratura...