“Non potevi immaginarlo, Santiago Nasar, di dover morire proprio quella mattina. Non credevi proprio di poter finire in quell’orribile modo, viscere tra le mani, ansimante nella sabbia, boccheggiante corpo privo di forze accasciato sul pavimento della tua cucina.
Eppure tutti lo sapevano già, in paese.
Ma nessuno fece in tempo, nessuno riuscì ad avvertirti.
Moristi così, quella mattina, proprio dopo una nottata di festeggiamenti.
Strano e beffardo, alle volte, il destino.
Alle volte basta un nome pronunciato da una donna, due fratelli protettivi al limite della follia, una madre che sbarra, per errore, la porta che avrebbe significato la tua salvezza.
E finisti così, morto ammazzato, steso a terra come un vitello, affogato nel tuo stesso sangue”.
***
Il caso, la sorte avversa, la fatalità. E un disonore da lavare con il sangue.
Santiago era salito anche a casa, si era cambiato in seguito alla nottata di bagordi dopo il matrimonio di Angela Vicario e Bayardo San Romàn. All’alba, era sceso per andare a salutare il vescovo: durante quella camminata mattutina era stato anche avvertito da qualcuno in paese, ma non riuscì a salvarsi.
La sua fu una morte annunciata, già dalle prime ore della notte.
La voce cominciò a spargersi sin da subito per le strade del paese: Angela Vicario non era vergine, Bayardo l’aveva ripudiata, i gemelli Vicario esigevano una vendetta immediata. Come un piatto servito caldo, pretendevano di uccidere al più presto il maiale che aveva infranto l’onore della famiglia, squartandolo con coltelli arrugginiti che parevano scimitarre.
Ma facciamo un salto indietro nel tempo. Bayardo era ricco, ricchissimo, un uomo affascinante giunto improvvisamente in paese, e aveva deciso di sposare Angela Vicario, comprarle la bella casa del vedovo Xius e allestire un matrimonio spendendo una cifra enorme, appena quattro mesi dopo averla conosciuta.
Grande festa, quella del matrimoni di Bayardo ed Angela. Divertimento, vino a fiumi, canti e balli in quantità fino a notte inoltrata.
I novelli sposi si ritirarono, nella casa appartenuta al vedovo Xius, per consumare il loro amore.
Ma fu un sogno che durò pochissimo, appena il tempo, per Bayardo, di accorgersi di aver sposato una ragazza non più pura.
La ripudiò, non fece che questo, aspettando che la ragazza cacciasse fuori il rospo che aveva in gola.
Chi era il colpevole? Chi aveva violato il suo corpo e calpestato l’onore della famiglia? Due parole indicarono il responsabile: Santiago Nasar.
Per i fratelli di Angela, a questo punto, non c’era altra strada da percorrere, se non quella dell’assassinio di quel ragazzo facoltoso, appena ventenne, giovane slanciato dagli scuri capelli ricci e amante delle belle donne. E allora via, diretti alla bottega di Clotilde Armenta, coi coltelli affilati avvolti in carta di giornale, in attesa del ritorno di un uomo già morto nei loro programmi di vendetta.
Ma, benché nel paese la voce si stesse già spargendo, nessuno sembrò credere alla notizia fino in fondo, forse per incredulità, per mancanza di fiducia nelle promesse dei due gemelli o perché il battello del vescovo era ormai nel porto.
Anche lo stesso Santiago, dopo aver appreso la notizia della propria morte restò sbigottito e incredulo, ma non cercò di fuggire, non si allontanò dal paese e preferì rifugiarsi in casa: attraversando le vie che lo separavano dalla protezione offerta dalle quattro mura domestiche si sentì chiamato da mille voci, percepì numerosi consigli sovrapposti sulla strada da prendere, mentre le urla del pubblico del massacro gli intimavano di scappare dalle lame dei gemelli Vicario.
Ma era troppo tardi per salvarti, Santiago Nasar.
Una serie di pugnalate violente e brutali, necessarie per ristabilire l’onore perduto, ti strappavano a questa terra.
Un corpo inutile, il tuo, giaceva stremato a terra, una carcassa esangue ormai priva di vita.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, “Cronaca di una morte annunciata”, di Gabriel Garcìa Màrquez (1981), con il quale l’autore sudamericano sì è definitivamente affermato in tutto il mondo.
Uno stile asciutto, essenziale ma altamente descrittivo il suo, che permette di immergersi nell’universo narrativo e coinvolge incredibilmente, dalla prima all’ultima parola.
Lo dimostra il fatto che il lettore, sin dalla prima pagina, conosce l’epilogo della vicenda, la morte di Santiago Nasar: la sua è, appunto, una morte annunciata dal narratore onnisciente, dalla quale si risale, a ritroso nel tempo e attraverso vari avvenimenti alla sorgente, alla causa principale di questo assassinio. Montando, pezzo dopo pezzo, tutti gli indispensabili tasselli di questo mosaico.
In un universo estremamente variegato come quello di un piccolo paese colombiano, l’istanza narrante personificata nel cugino di Angela Vicario ci espone i fatti, partendo dalla fine e, accompagnandoci per mano lungo tutti gli antefatti, torna nuovamente al finale, nelle ultime pagine del romanzo quando, con una intensa e macabra descrizione, ci delinea gli ultimi istanti di vita del povero Nasar, di cui non sapremo mai la reale colpevolezza all’interno della vicenda.
I personaggi principali sono ben descritti, nei tratti fisici e psicologici, su tutti le figure di Bayardo, di Angela, di Santiago, dei gemelli e, contemporaneamente, possiamo immaginarci lo sfondo composto dagli altri abitanti del paese, la madre di Santiago, la fidanzata, gli amici, il padre della fidanzata, la cameriera, la stessa folla indistinta che mette in guardia e guida verso la morte il protagonista.
Attesa, fatalità e beffa, queste sono le prime tre parole che vengono alla mente, subito dopo aver terminato il breve romanzo: l’attesa di sapere come si svolge esattamente l’assassinio di Santiago, soddisfatta a poco a poco, con cerchi concentrici che si avvicinano progressivamente al tragico epilogo preannunciato all’inizio. La fatalità, il destino, che aleggia su tutta l’opera, muove come marionette i personaggi del racconto, tira i fili degli uomini allontanandoli o avvicinandoli a suo piacimento. La beffa è quella che riceve Nasar, forse colpevole, forse no, sicuramente vittima di un fato cinico che, attraverso un macabro gioco di coincidenze, si è preso gioco di lui, non permettendogli di vedere una realtà di cui già gran parte degli abitanti del paese era a conoscenza.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gabriel García Márquez (1928), giornalista e scrittore colombiano. Premio Nobel 1982 per la Letteratura.
Gabriel Garcìa Màrquez, “Cronaca di una morte annunciata”, Oscar Mondatori, Milano, 2001.
Antonio Benforte, 27 giugno ’05.
Recensione apparsa originariamente su Ciao e Lankecom
Commenti
credo che in questo romanzo Marquez abbia trovato il perfetto equilibrio tra la sua visionarietà definita realismo magico ed uno stile ed una struttura comunque originali ed inusuali nella narrativa contemporanea. Essendo un discreto conoscitore dell'autore, posso anche affermare che trattasi dell'ultimo vero romanzo degno di chiamarsi tale che il colombiamo ha scritto
(apparsa su ciao nel 2005? colpevolmente persa)
Lo confesso: Marquez mi piace, abbastanza. Questo Marquez mi manca, uno dei migliori per me è stato "Notizia di un sequestro".
Se baol70 ha ragione (l'ultimo M. non lo conosco) e la tua rec. lo confermerebbe, allora bisognerà riempire la lacuna.
(perdonami Antonio l'OT) >> Ciao Ilde. quello che citi è un ottimo scritto, ma assimilabile ad una cronaca romanzata :-). A disposizione per darti qualche chiosa al lapidario (ma non funereo, spero) commento. Devo dire che Marquez mi intriga, al di là dei pluricitati Cento anni che comunque almeno una ragione storica di esistere ce l'hanno. C'è questo e c'è anche prima, del colombiano,che va letto e magari riletto. Oddio, come in tanti altri casi. L'Assoluto, perlomeno in letteratura, non esiste, credo.
Invece devo confessarvi una cosa: il pluricitato Cento anni di solitudine l'ho iniziato a leggere lo scorso anno, ma non mi piacque più di tanto: non ci trovai particolari stimoli nella scrittura, anche un po' contorta - non lapidatemi, forse era un mio periodo no :) - lo richiusi e poi devo averlo prestato, perché non lo trovo più.
per baol70: sì, naturalmente. A me era piaciuto il romanzo, appunto. E avevo apprezzato I dodici racconti raminghi. Letture di tanti anni fa, comunque, tanti tanti... :)
io sono decine, se ti consola :-). però i racconti de "I funerali della mama grande", "Nessuno scrive al colonnello" (che ho recensito anche qui), "La mala hora" e l'Autunno del patriarca, egualmente meritano, per un motivo o per l'altro
l'ho letto parecchi anni fa, dop i "Cent'anni", è un bel romanzo, con quel leit-motiv "la mattina che uccisero Santiago Nasar...."
"Attesa, fatalità e beffa, queste sono le prime tre parole che vengono alla mente, subito dopo aver terminato il breve romanzo":
ecco qui centri gli elementi fondamentali.
Invece devo confessarvi una cosa: il pluricitato Cento anni di solitudine l?ho iniziato a leggere lo scorso anno, ma non mi piacque più di tanto: non ci trovai particolari stimoli nella scrittura, anche un po? contorta - non lapidatemi, forse era un mio periodo no :) - lo richiusi e poi devo averlo prestato, perché non lo trovo più.
Attendevo da tempo che qualcuno mi desse il "la" per tirare in ballo la questione "Cent'anni di solitudine": uno dei libri più noiosi che ho mai letto. Una lettura di cui all'oggi non mi riesco a spiegare l'immensità del successo.
Dare addosso a Màrquez è sconveniente, lo so. Quindi facciamo che anche io ero in un periodo "no" quando l'ho letto.
Ad ogni modo, per rimediare alla mia (evidente) poca sensibilità, qualcuno può indicarmi dove risiede il capolavoro?
Nonostante la delusione per i cent'anni, mi sono ri-avventurata nella lettura del Nostro: "L'amore ai tempi del colera". Se ne parla sempre troppo poco. Quello sì che è un capolavoro.