Marks Howard

Mr Nice

Autore: 
Marks Howard

"Legalizzerei tutto. Per diverse ragioni. Vorrei che continuasse il commercio della marijuana, che venisse comprata e venduta, per quello che è: un'erba benefica senza nessuna proprietà dannosa. Le sostanze che creano assuefazione, tossiche o nocive, dovrebbero essere comunque disponibili ma accompagnate da informazioni esaustive e precise sui loro specifici effetti. Se questo è quello che la gente vuole fare della propria vita, vivere da malati o prendere le distanze dalla vita stessa, va bene, purché siano totalmente coscienti di ciò che fanno ficcandosi dentro. La società può permettersi di assistere quei pochi che, tristemente, pensano che non esista altra alternativa” (Marks, “Mr Nice”, p. 391). Così predicava Mr Nice.

 

Braccato, ma mai disperato. 43 nomi falsi, 25 società di copertura, 89 diversi numeri telefonici. Una quantità di facce e di acconciature abbastanza vicina a quota 43, nel tempo. Tre figlie. 7 anni di galera, e 10 edizioni – soltanto in Italia – del successivo memoir di una vita vissuta pericolosamente. Andata in fumo, diciamo. Ma non dissolta. Questa è la storia di Howard Marks da Kenfig Hill, villaggio del Sud del Galles, fisico laureato a Oxford e quindi pusher di erba, di fama (infamia?) mondiale, classe 1945. Un artista della clandestinità, del mimetismo e dell'illegalità: incapace di violenza, fedele alla sua formazione giovanile sessantottina e libertaria, la sua esistenza somiglia discretamente – e tuttavia l'epilogo dei suoi giorni è più solare, nel 2009 – a quella di George Jung (“Blow”, nel film del povero Ted Demme, 2001), re della cocaina. Ma con altro, e mondiale respiro; con altra, e internazionale serie di collaborazioni, diciamo così, non sempre istituzionali. Il romanzo autobiografico derivato è una potente fonte di informazioni, di divertimento e di denuncia. Di rabbia, anche, nei confronti dell'ambiguità della politica di certi Stati; che speculando sulle droghe sono diventati ricchi. E quella ricchezza non hanno perduto, e su quella ricchezza hanno fondato una fortuna.

L'ex uomo più ricercato della Gran Bretagna, trafficante di hashish con chiari legami con la mafia italiana, l'IRA e i Servizi Segreti Britannici, diventato “Mr Nice” grazie alla rubata identità di un certo “Don Nice” (ma è solo una delle tante: diciamo la più folkloristica), è un gallese, animalista post choc (incauta e involontaria bambinesca uccisione d'un gatto, in mare), giovanotto negli anni in cui l'Inghilterra era “il centro della cultura e della creatività degli anni Sessanta”; è il protagonista delle prime sperimentazioni di LSD, delle prime grottesche collaborazioni con le spie di Sua Maestà, della prigionia nella terribilmente democratica nazione a stelle e strisce (capitolo primo: angosciante). Tutte queste vicende aiutano a tenere viva l'attenzione durante una lettura, come dire, abbondante (oltre 500 pagine) e altrimenti non sempre edificante (personalmente non sono elettrizzato dalle fortune economiche degli spacciatori, pacifisti o meno che siano; né dalle trattative per sbarcare quintali di droga; men che meno, dalle notizie sulla quantità di denaro nelle loro mani. Capisco di essere poco popolare, quindi glisso).

Marks è un narratore onesto, in ogni caso, capace di raccontare il bene e il male delle sue esperienze. La questione LSD, in questo senso, è paradigmatica. Se inizialmente ne descrive gli aspetti positivi e divertenti (“I quadri sul muro sembravano essere diventati reali, i fiori nei vasi respiravano con un ritmo regolare e pesante e il disco dei Rolling Stones che stava suonando sembrava un coro paradisiaco, accompagnato da strumenti tribali africani. (...) Quando i Beatles sulla copertina dell'album Please Please Me saltarono improvvisamente fuori e si misero a suonare, fui costretto a dire che dovevo proprio andare” (p. 62), più avanti subito ne mostra la dark side: “I fiori non respirano più delicatamente, si tramutano, invece, in lupi mannari e in pipistrelli, e le allucinazioni si trasformano in minacciosi demoni. Non è affatto divertente e io sviluppai uno stato di depressione che mi era tutt'altro che famigliare (...) diventai introverso, scontroso, tetro con idee suicide” (p. 63).

È chiaro che il frammento pubblicato a inizio articolo assume, a questo punto, altra e limpida valenza. Antiproibizionista, e decisamente convinto della bontà e della qualità della marijuana, soltanto quella spacciava; il resto avrebbe tollerato a oltranza, senza mercificarlo, senza farne industria, senza rischiarci la pelle. Punto.

Vediamo come racconta l'Inghilterra della sua gioventù: ottimista, spregiudicata, rivoluzionaria. Giovane, e forse tradita o incompiuta:

La pena di morte era stata abolita, l'incitazione all'odio razziale era stata messa fuori legge, erano di moda le minigonne, il sesso era diventato ok, i poeti fumavano erba e Dylan aveva suonato la chitarra elettrica alla Royal Albert Hall. (...) Mick Jagger, col sostegno del Times, era uscito pulito da un'incriminazione per droga. Gli studenti (...) esercitavano il potere. Migliaia di persone partecipavano a dimostrazioni contro la guerra e per la legalizzazione della marijuana” (p. 72)

Perché, in un clima del genere, un professore di fisica si ritrova a spacciare? Spiegava abbastanza bene Formenti, sul Corriere della Sera: “Marks si ritrova a fare lo spacciatore quasi per caso. Mentre, assieme alla prima compagna, vive gli anni della contestazione e della controcultura, si rende improvvisamente conto che, smerciando occasionalmente parte della cannabis acquistata per consumo personale, guadagna assai di più che con il mestiere di insegnante appena iniziato. In questo modo comincia la carriera del più grande spacciatore del mondo, come è stato definito dalla DEA americana e dalla stampa inglese” (4 dicembre 2001). Forse c'è stato qualcosa di più profondo, che aveva a che fare con l'ambizione rivoluzionaria, col desiderio di cambiamento, con l'inquietudine. Difficile decifrarlo da un'autobiografia di vago sapere giustificazionista. Assieme, Mr Nice crede, s'è detto, nella cannabis. In questi anni, non pago dei diritti d'autore, ha fondato un partito per la legalizzazione della maria e in Inghilterra si smazza come può per cambiarne la percezione nella cittadinanza. Definirlo “crociato” è forse grottesco, ma in un certo senso è così, e così forse gli piace sentirsi. Un idealista d'una causa accidentalmente e ingiustamente clandestina, e illegale. Apparentemente.

***

Qualche curiosità. Terribili le pagine dedicate al meridione italiano, Campania (p. 248) e Palermo in primis (p. 249 e ss.). Risultiamo barbari che abitano una splendida terra. Non è la prima volta.

Nel libro non mancano interessanti notizie sui produttori della canapa, e sulle condizioni ideali per la sua coltivazione: “la canapa indiana tendeva a essere coltivata in quei Paesi particolarmente suscettibili di disordini politici, come l'Afghanistan, il Pakistan, il Libano, la Colombia e il Marocco, per nominarne alcuni, e che coloro che erano in grado d'esportarla erano, indubbiamente, uomini di potere all'interno di quelle società” (p. 134).

Buon viaggio.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Howard Marks (Kenfig Hill, Galles, 1945), ex insegnante di Fisica a Oxford, leader mondiale nello spaccio di hashish. Secondo Le Monde, è “Il Marco Polo della droga”.

Howard Marks, “Mr Nice”, Socrates, Roma 2001. Traduzione di Carla Dolazza.

Approfondimento in rete: Sito ufficiale di Marks / Wiki en / Urban75 / Rassegna stampa IT / Drive Magazine


Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2009.

 

ISBN/EAN: 
9788872020159

Commenti

Marks!

Notte amices.

bel pezzo e, diròtti, non sono del tutto in disaccordo con la prima citazione dal libro che hai messo. di tabacco e alcol conosciamo gli effetti anche indiretti (nel senso che colpiscono non solo chi ne fa uso, ma anche chi gli sta accanto - vd. fumo passivo - o chi si trova ancora più semplicemente ad attraversargli la strada - vd. guidatori ubriachi) eppure nessuno si sognerebbe di proibirli, piuttosto, se ne pubblicizza un consumo responsabile, o se ne rincara i prezzi d'acquisto.
L'opzione proposta da Mr Nice, oltre ad essere una proposta che porterebbe nelle casse statali miliardi, togliendoli forse alla mafia, camorra e via dicendo, che di (anche) quello vivono, metterebbe il consumatore di fronte alle sue responsabilità, accompagnate nella vendita da, diciamo, "Istruzioni per l'uso e sugli effetti", che è qualcosa che, il normale consumatore di sostanze (da alcol a droga), vuole evitare (appunto assumendo).

Ci si ubriaca o ci si droga per togliere le nostre inibizioni, per svarionare, per non essere più troppo responsabili di noi stessi...quelli che lo fanno per sperimentare...sono pochi...

Chiaramente, delle persone che abuserebbero ci sarebbero comunque, ma non sono del tutto convinto che il numero, rispetto ad oggi, si farebbe più grande.

Poi, certo, magari ci sarebbero le pubblicità che direbbero: drogatevi fino al limite, l'importante è che uno di voi rimanga sano per riportarvi fino a casa senza fare incidenti. Sono pubblicità che odio, sotto un certo punto di vista. Incitano chi sa di non bere, a bere di più di quanto farebbe. Mah.
vabbuò.

Hai ragione in questo senso: io sono dipendente da tutta una serie di droghe leggere e legali (caffeina, alcol, nicotina) che senza ombra di dubbio hanno effetti e conseguenze sulla mia lucidità e sui miei comportamenti, e quotidianamente vedo di disciplinarmi. Non credo conosciamo correttamente né effetti diretti né effetti indiretti, almeno: non del tutto.

Un giorno scriverò un racconto di fantascienza in cui caffé e alcol sono proibiti:).
*
Ieri notte non sono riuscito a rivedere "Blow", sono crollato di sonno. Ma una bella analisi comparata ci stava tutta (marijuana vs cocaina, uk vs usa) - se qualcuno di voi volesse prestarsi, dico che è un bel sentiero di studio e meditazione.

grazie AND!

(ma sulla legalizzazione delle droghe pesanti andrei cauto. Quando diventano "tollerate", pure "al di là della legge", si verificano tutta una serie di guasti da studiare. Che so: ci sono delle strade di Roma in cui devo badare alle siringhe per terra. Con tutta la tolleranza del mondo per gli eroinomani, c'è la b-side delle malattie del sangue che mi sembra peggiore del fumo passivo)

OT > Da Socrates:

"i figli di Marks comunque sono 5 ( quattro di cui nomina il libro e una spuntata dopo a 30 anni e passa, con una compagna giovanissima come lui che non gli aveva detto di essere incinta).

> condivido con voi, e saluto gli amici di Socrates.

4. Chiaro. Ma pensi che la situazione peggiorerebbe? Io credo di no, e credo anzi che potrebbe, almeno parzialmente, migliorare. Intanto, non ci sarebbero aggregazioni in strada notturne, con negozi di droga che facessero orario 9-18, che so. Non la compreresti alle 22, fo per dire, già sotto alcol, e forse non ti faresti per strada. Poi, certo, tutte ipotesi. Forse molti più giovani la proverebbero, ma mi sembra di aver letto che già oggi tipo il 70, 80% di ragazzini ha fatto esperienze (almeno per quel che riguarda la maria), in somma...
boh.

Diciamo che - al solito - servirebbe uno Stato e un popolo culturalmente differente. Forse - paradosso ma non troppo - una soluzione del genere avrebbe senso nelle grandi città, ma andrebbe a strapiombare nelle province e nei paesi. Prova a immaginarne le conseguenze sociali nei tanti campanili d'Italia...

NEW YORK ? Legalizzare la marijuana? Dopo avere eletto il primo presidente nero della sua storia e ratificato il matrimonio gay in ben cinque stati, sono in molti in America a crederci. E se in questa sponda dell?Atlantico la crociata all?insegna dello spinello libero non è certo nuova, negli ultimi tempi ha fatto passi da gigante.

CHI È NADELMANN - «Abbiamo realizzato di più in questi quattro mesi che non negli ultimi 20 anni», dichiara Ethan Nadelmann, il 52enne direttore esecutivo della Drug Policy Alliance, la più importante organizzazione per la legalizzazione della marijuana, deciso ad imitare la strategia perseguita dagli attivisti gay: varare leggi a livello statale, per poi giungere ad un codice federale. Il classico sballatone reduce da Woodstock? «Niente affatto», replica il New York Times, «Nadelmann ha una laurea in legge e un dottorato da Harvard». E tra i suoi sponsor annovera persino il finanziere di origine ungherese George Soros, le cui generose donazioni gli permettono di mantenere uno staff di 45 persone in ben sette città Usa, impiegate a tempo pieno per la legalizzazione.

AMMISSIONI E MEA CULPA - Eppure ogni americano sopra i 40 anni ricorda ancora la crociata lanciata da Nancy Reagan 25 anni fa al grido di «Just say no» («basta dire no»). A quell?era proibizionista era seguita la "mezza ammissione" dell?ex presidente Bill Clinton («ho fumato senza inalare») e poi il mea culpa del futuro premio Nobel Al Gore («ho fatto male a spinellarmi»). La vera svolta è arrivata col sindaco della Grande Mela Michael Bloomberg, il primo ad ammettere candidamente, durante la campagna elettorale del 2001: «Certo che l?ho provata e mi è pure piaciuta». Ma è stata l?amministrazione Obama, poco dopo l?insediamento, ad invertire la legge di George W. Bush che puniva l?uso della marijuana per scopi medici. Una pratica oggi legale in ben 13 stati americani. Chi ha spedito Barack alla Casa Bianca non si scandalizza della sua auto-biografia «Sogni di Mio padre», in cui confessa di aver fatto «uso frequente» di canne ed affini.

I SONDAGGI - E infatti un recente sondaggio realizzato in California rivela per la prima volta che la maggioranza degli elettori di quello stato è favorevole alla legalizzazione. Persino il governatore Schwarzenegger ha dovuto ammorbidire la sua posizione, un tempo rigida in merito. Ancora più sorprendenti i rilevamenti su scala nazionale. L?ultimo Abc-Washington Post ha scoperto che il 46% degli americani oggi è pro-spinello, contro solo il 22% del ?97. Tra i baby-boomer il sostegno è pressoché corale. E sarebbero proprio loro, oggi 50enni e 60enni, l?anima del nuovo movimento. «Negli anni ?70 i nostri genitori non avevano la più pallida idea della differenza tra marijuana ed eroina», spiega Nadelmann. «La mia generazione al contrario la conosce bene per averla usata, senza per questo passare alle droghe pesanti come sostiene qualcuno».

LE RAGIONI DEGLI ATTIVISTI - L?obiettivo finale è regolamentare l?erba, tassandola come l?alcol e le sigarette. «Oltre ad iniettare preziosi fondi nelle casse statali oggi depauperate», spiegano gli attivisti, «ciò eliminerebbe del tutto il dramma del contrabbando illegale». Una delle cause principali di criminalità violenta soprattutto al confine Usa-Messico. Eppure sono in molti a temere che la legalizzazione finirebbe per immettere sul mercato le nuove varietà di marijuana, spesso geneticamente modificata, ben più potente di quella in circolazione negli anni ?70. «Tutte balle - ribatte Nadelmann al Times - : la marijuana legalizzata sarebbe disciplinata dal governo. Che ne controllerebbe ogni suo minimo aspetto».

Alessandra Farkas
20 maggio 2009

(CORSERA)

Discussione interessante ma onestamente non ho idee chiare in merito.
Argomento difficile e ora come ora dovrei pensarci bene...però nonostante sia "salutista" vergine a tabacco, nicotina e droghe (bacco e venere sono fuori quota), questa idea di proibire la maria mi convince veramente poco.
Il fascino del proibito mi sa faccia più danni che mai. E incentivi un uso sconsiderato.

sottoscrivo. Soprattutto sul fronte delle droghe leggere. Ripeto, sul fronte delle droghe pesanti non riesco a immaginare come possa essere arginato un eventuale consumo della medioranza. Mi sembra una cosa un po' al limite dell'accettabile - conseguenze sociali in primis.