"Temo che soprattutto mi manchi, e in modo totale, una visione del futuro. Io lavoro piuttosto con la bussola, e non solo ignoro i miei propositi e cosa voglio o di che parlare in ogni occasione, ma non conosco neppure la rappresentazione, per usare un termine che possa contenere sia ciò che suole chiamarsi trama, argomento o storia, sia l’apparenza formale o stilistica o ritmica, sia la struttura”.
Javier Marías scrive senza regole, senza premeditazione, senza attenersi a nessun canone prestabilito, piuttosto scegliendo di abbandonarsi ad una sorta di brainstorming, alla sua tempesta cerebrale e seguirne il passo impedendosi di ritrattare, tralasciare o modificare in corso d’opera. Non conosce il punto d’arrivo e neppure i traguardi intermedi, non i volti dei suoi personaggi e neppure il peso che avranno sul suo narrare. Ogni libro è un work in progress permeato sulla sperimentazione totale e su quel non sapere che gli consente di “vagare” nel testo, concedendosi quelle interruzioni, quelle divagazioni, quelle digressioni e quegli incisi che sono il sale del suo scrivere.
Dentro e oltre il plot che diventa pretesto, contenitore di pensieri altri. “Perché in fondo ciò che è narrabile in un romanzo è ciò che si può dire anche con poche e intercambiabili parole. I romanzi, tuttavia, sono soliti contenere molte parole, e queste, giustamente non sono mai intercambiabili”.
E allora contano poco gli accadimenti, nei libri del madrileno. Quel che veramente importa è tutto ciò che gravita attorno al fatto. Non il cosa, ma il perché e le innumerevoli implicazioni che ne derivano.
Juan, Luisa, Ranz, Custardoy, Berta, Guillermo, Miriam li scorderemo in fretta, resterà, invece, il ricordo delle lunghe parentesi e delle riflessioni di Marías che impongono lettura lenta e scardinano la mente esigendo meditazione.
“Un cuore così bianco” squalifica l’ansia curiosa del finale e afferma il valore di una narrazione capace di andare oltre il mero intrattenimento, sottolineando come la letteratura sia anche e soprattutto una forma di pensiero, giacché “esiste un’enorme zona d’ombra in cui solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare; di certo non per illuminarla o rischiararla, ma per percepirne l’immensità e la complessità”.
Raccontare diventa strumentale allo scandaglio interiore. È istigazione al ragionamento e al dialogo muto col proprio io.
Le pagine si aprono con un suicidio che resta inspiegabile ed inspiegato quasi per l’intero corso del romanzo. Ancora una volta come già in “Domani nella battaglia pensa a me”, l’innesco è la morte. Ancora una volta il titolo è citazione in omaggio a Shakespeare. Qui mutuata dal Macbeth e ripetuta ossessivamente tanto da fondersi col corpus della narrazione e arrivare a costituirne parte integrante. Torna il tema del sapere/non sapere esaminato nella sua natura pregiudiziale dei comportamenti più disparati. Ma qui l’attenzione dell’autore si sposta dal dubbio di un condizionale plausibile, al segreto. “Un cuore così bianco” utilizza la cornice del matrimonio per parlare, appunto, “del segreto e della sua possibile convenienza, della persuasione e dell’istigazione, della responsabilità di chi ha saputo, dell’impossibilità di sapere e dell’impossibilità di ignorare, del sospetto, del parlare e del tacere”. Ed è scrittura magmatica che procede in retrospettiva attraverso il ripetuto ricorso al flashback, rivelandosi in grado di offrire diversi livelli di lettura. Il più immediato, sicuramente quello che concerne lo sviluppo stesso delle vicende sentimentali dei vari protagonisti, legate mediante nodi fatti di omissioni, distanze e affinità.
Storie di coppie. Nuove, passate e sempre diverse. Juan da poco sposato con Luisa; Ranz e le sue tre vedovanze; Berta, e le vane sue speranze riposte nei compagni di una notte; Guillermo e le minacce della sua amante cubana. Ma Marías non si accontenta unicamente di raccontare e punteggia i fogli di preziose considerazioni personali che costituiscono la cifra stilistica del suo scrivere.
Disserta del matrimonio, dell’incerto, del valore stesso della parola, dell’atto del tradurre, della differenza tra dire e agire, del tempo, della morte, della memoria cristallizzata nelle fotografie e ne derivano righe dense, di una bellezza autonoma rispetto al corpus dell'opera. In più di un caso, vere e proprie massime che spezzano l’andamento della narrazione impreziosendola e dandole maggior spessore.
Perché “raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e quasi li nega”, ma raccontare i pensieri è raccontarsi. È fare del libro un ponte e un pungolo. È impedire il ricordo nitido della trama, in favore delle riflessioni che ne sono scaturite. È chiedere al lettore di superare la curiosità e trasformarla in occasione di introspezione. È voler tornare a smentire la tesi di Kundera che piange la morte del romanzo. È ribadire concretamente come “la letteratura ci permetta di comprendere un po’ meglio noi stessi e il mondo, che finiscono comunque per coincidere”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Javier Marías è nato a Madrid nel 1951. Ha insegnato negli Stati Uniti, a Oxford e alla Complutense di Madrid. Ha acquistato larga notorietà in Europa con alcuni romanzi di carattere psicologico: Domani nella battaglia pensa a me, Un cuore così bianco, L’uomo sentimentale. Tradotto in tutto il mondo e vincitore dei più importanti premi letterari, è anche traduttore e saggista.
(fonti: antenati – wikipedia)
Javier Marías, “Un cuore così bianco”, Einaudi, Torino, 2005
Titolo originale: “Corazón tan blanco”
Traduzione di Paola TommasinelliPp.326
Commenti
"La vera unione nei matrimoni e nelle coppie la portano le parole, più delle parole dette - dette volontariamente - le parole che non si possono tacere - che non si possono tacere senza l'intervento della volontà". (pag. 151)
"La lingua nell'orecchio è anche il bacio più convincente per chi si mostra restio ad essere baciato, a volte non sono gli occhi né le dita né le labbra a vincere la resistenza, ma solo la lingua che indaga e disarma, che sussurra e bacia, che quasi costringe. Ascoltare è davvero pericoloso, significa sapere, significa essere informato ed essere al corrente, le orecchie sono prive di palpebre che possano chiudersi istintivamente di fronte a ciò che viene pronunciato, non si possono proteggere da ciò che si presume stia per essere ascoltato, è sempre troppo tardi". (pag. 80)
"Un'istigazione altro non è che parole, traducibili parole senza padrone che si ripetono di voce in voce e di lingua in lingua e di secolo in secolo, sempre le stesse, che istigano agli stessi atti fin da quando al mondo non esisteva nessuno né esistevano le lingue e nemmeno le orecchie per ascoltare. Gli stessi atti che mai nessuno sa se vuole vedere commessi, gli atti del tutto involontari, gli atti che non dipendono più dalle parole non appena si realizzano, ma le cancellano e le isolano dal poi e dal prima, sono loro gli unici irreversibili, mentre c'è reiterazione e ritrattazione, ripetizione e rettificazione per le parole, possono essere smentite e ci contraddiciamo, ci può essere deformazione e dimenticanza. Si è colpevoli solo di udirle, il che non è evitabile, e anche se la legge non discolpa chi parlò, chi parla, costui sa che in realtà non ha fatto niente, anche se ha costretto l'orecchio con la sua lingua, la schiena con il suo petto, con il respiro agitato, con la mano sulla spalla e l'incomprensibile sussurro che ci persuade". (pag. 81 e 82)
"Ogni libro è un work in progress permeato sulla sperimentazione totale e su quel non sapere che gli consente di ?vagare? nel testo, concedendosi quelle interruzioni, quelle divagazioni, quelle digressioni e quegli incisi che sono il sale del suo scrivere."
> In linea con il miglior romanzo novecentesco. Kundera ci insegnò perché;).
"È ribadire concretamente come ?la letteratura ci permetta di comprendere un po? meglio noi stessi e il mondo, che finiscono comunque per coincidere?."
> Considerando natura, funzioni e potenzialità del linguaggio, può essere :)
Bella scheda e grazie per la dedizione all'autore - hai creato e stai aggiornando una voce importante dell'archivio.
3- Su Kundera, Marías è molto polemico. Per questo l'ho citato in entrambe le recensioni.
In "Domani nella battaglia pensa a me", il riferimento era implicito, mentre qui in "Un cuore così bianco" lo chiama in causa, manifestandogli apertamente poca stima.
"mentre sfogliava un libro (era di Kundera, uno sbaglio)" pag. 169 >"
"lei leggeva (non Kundera per fortuna)" pag. 176
E anche in appendice, ma più "velatamente"
"Gli innumerevoli tuttologi del nostro tempo esclamano da sempre:< Il romanzo è morto. La letteratura è morta.
Si direbbe abbiano posizioni diametralmente opposte, ma gli esiti della loro diversa teoria in merito alla morte o meno del romanzo, sono validissimi in entrambi i casi, con buona pace dei lettori che possono godere delle loro opere geniali.
Non sapevo di questa rivalità.
Credi nasconda segreta o inconscia fratellanza, da certi punti di vista?
E' singolare che uno scrittore intelligente come Marías non riconosca il genio di Kundera e anzi, pare si diverta a denigrarlo.
Secondo me dev'esserci una sorta di sudditanza psicologica. Forse è il suo autore di riferimento. Forse come ogni bravo allievo, vuole superare il maestro, smentendolo.
Negando con i suoi libri, la morte del romanzo riconosciuta dal boemo.
Forse Marías sperava in una diversa considerazione, da parte di Kundera, nei confronti delle sue opere.
Forse si è sentito ignorato, insultato, incompreso.
Forse ha la presunzione di pensare che, se Kundera si fosse dedicato alla lettura dei suoi romanzi, non avrebbe parlato negli stessi termini.
(Ovviamente sono tutte mie congetture, chissà qual è la verità)
Curiosa, questa vicenda. A parte i futuri sviluppi, impegniamoci a cercare qualche intervista o qualche dichiarazione in proposito nel web. C'è da scavare:)
Ecco il testo di una bella intervista datata 1988, appena inserita anche nei link a piè di pagina.
http://www.ilbolerodiravel.org/vetriolo/visani-intervistaMarias.pdf
Parla dei suoi autori di riferimento, dell'immensa biblioteca paterna, del rapporto scrittore/lettore, della traduzione e della sua pessima opinione sulla letteratura come impegno socio-politico.
Non menziona Kundera. Ma qui mi pare proprio si riferisca al boemo:
"Cosa cerca come scrittore?"
"Non m'importa molto la novità, neppure l'originalità; quest'idea del nuovo, che i libri dicano qualcosa di nuovo, che mostrino qualcosa di nuovo. Credo che si tratti di un'ossessione di questo secolo, l'ossessione dell'originalità, di fare sperimentalismi ad ogni costo. Gli sperimentalismi vanno bene quando li richiede l'opera stessa, non ab initio, per principio. Sembra che questa sia una piaga del XX secolo, che per fortuna in questi ultimi anni sta passando."
Chiamarla piaga è curioso.
Nel secolo di Joyce e Proust, nel secolo della Woolf e di Céline, di Selby e di Kundera, c'è stato un momento incantato in cui sembrava si volessero superare confini e limiti del linguaggio letterario - cercando stile, struttura e lingua nuova. Perché cantastorie non mancheranno mai, ma cantastorie con uno stile e un'intelligenza diversa servono come il pane. Pure nelle aberrazioni evidenti come il Finnegan. Forse ogni autore si trova a dover decidere, a un tratto, da che parte stare. Lo sperimentalismo gratuito - che so, Supereliogabalo di Arbasino, per dire - lascia il tempo che trova. Ma c'è un inventore della punteggiatura emozionale, uno del flusso di coscienza, uno dei saggi nel romanzo. Loro rimangono, le storielle le ritroviamo in tutte le librerie sino al magico momento del macero. Quanto mi piace quel momento.
Già. E' strano come atteggiamento. E' proprio strano. Anche perchè è lui stesso a scrivere che la letteratura deve andare oltre il mero intrattenimento, attaccando ad esempio, i libri di genere. I polizieschi in primis, tutta trama e poco altro.
Forse certe affermazioni, quando vengono fatte con tanta sicurezza, andrebbero lette al contrario. Non è un uso demoniaco, ma un suggerimento della prima psicanalisi. Le rivelazioni successive sono interessanti:)
Terrò a mente ;)
Molto interessante la recensione, immagino che il matrimonio sia un tema come un altro per trattare di scrittura (direi, da sposata da un po', che condivido assai poco delle idee SUL matrimonio di questo scrittore, almeno da quello che si deduce, mentre trovo da sottolineare le espressioni da te riportate sulla letteratura).
"Perché ?raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e quasi li nega?, ma raccontare i pensieri è raccontarsi."
questa è un passaggio molto bello che contiene un'innegabile verità.
Ti seguo sempre con entusiasmo!
Sì, il matrimonio è un punto di partenza per riflessioni più generiche. Sul tema in sè, ho idee molto astratte. L'esperta sei tu ;)
Grazie sempre per l'apprezzamento, Ilde.
Mi fa piacerissimo.
Tra una stretta di mano, la dedica sul romanzo e la folla della Fiera di Torino, ho provato a domandare a Marìas della questione Kundera.
Ha smentito di riferirsi a lui, nelle pagine dei suoi libri in cui nega la morte del romanzo.
Ha motivato la citazione esplicita in "Un cuore così bianco", dicendo che Kundera era, all'epoca della pubblicazione del suo romanzo, lo scrittore più in voga. Ricapitolando, Marìas scrive di una donna che si fa riprendere in un video con in mano un libro di Kundera. Lui in parentesi annota che è uno sbaglio. Stando alla sua risposta, si riferisce alla scelta della donna, non a Kundera. Rimprovera al suo personaggio di esibire nel filmato il romanzo del boemo, solo dare di sè un'immagine conforme alla moda del momento.
Uhmm non ho potuto replicare, ma non mi ha convinta.
I riferimenti impliciti mi sono sembrati abbastanza evidenti.
Quanto poi alla parentesi, offre più di un'interpretazione. Volendo dar credito alla risposta di Marìas, se davvero non s'intendeva attaccare Kundera, forse sarebbe valsa la pena argomentare. Bastava spendere qualche riga. La sua mi è parsa una scusa per liquidare l'argomento. Spiegazione facilona, ecco. Uno scrittore meticoloso come lui, alla sola ipotesi che qualcuno potesse leggere un'avversione a Kundera non corrispondente alle intenzioni, avrebbe dovuto sobbalzare. Fosse solo per l'importanza del nome scomodato.
Splendida integrazione.