GIOCARE COL FUOCO
Un romanzo non romanzato: “Non c’è bisogno di nessuna storia da raccontare. Le parole come le note, belle da sentire, in strutture meravigliose di architetti supremi e combinatorie disposizioni”, senza per questo dover necessariamente avere un plot di cui diventare schiavi.
Perché “Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere” (J.L. Borges) e Busetta pare concordare. Annuisce dalle righe del suo "Diario dalla stanza bianca e vuota", dove riconosce allo scrittore l’attitudine a costruirsi il proprio mondo ideale e a rievocarlo mediante le sue pagine, non già per necessità di raccontare, quanto per ridestare dall’oblio la memoria di castelli di carta e di penne lucenti al pari di spade da leggenda, ritrovando la via verso quella “terra privilegiata di sogni, che cresce ad ogni risveglio” e che rappresenta il proprio habitat naturale.
Da qui, il male di vivere. Perché “la vita ha quasi mai a che vedere coi romanzi” e “da uno che non sa vivere normalmente non si può pretendere che scriva cose che sappiano di vita normale”. La trama, pertanto, diventa mero espediente attraverso il quale consumare l’epifania di quella sofferenza mista all’insaziabile bisogno di consolazione di cui scriveva Stig Dagerman, in tal modo sottolineando l’incapacità di trattare in termini concreti con il mondo e il conseguente smarrimento generato dalla carenza acuta di significato da attribuire ai propri giorni, che distorce la visione della morte qui concepita come “unico modo per risolvere sensatamente la vita”.
La prospettiva del romanzo è senza dubbio egocentrica: nell’incrocio tra il proprio destino e quello dei restanti personaggi, il protagonista considera gli altri esclusivamente in funzione di se stesso, e perso nei numerosi buchi della propria intelligenza relazionale – i cui nomi corrispondono a ingenuità e fiducia sconsiderata, concessa con ingiustificabile fretta – si curva deluso su un foglio biancastro per mescolare il proprio dolore all’inchiostro, facendone autoritratto in tinta ironica. Busetta, infatti, stempera la tensione puntando su un umorismo agrodolce che sfocia, talvolta, nel cinismo di chi guarda al futuro col ghigno della più disincantata indifferenza: “Dal momento che mi sono piuttosto rassegnato alla perfetta latitanza (ammessa la sua esistenza – cosa già questa ardua piuttosto da ammettere) dell’Oste senza nome di questa cacchio di locanda grossa, ecco, dal momento che non si fa vivo nessuno, be’: per quanto mi riguarda io potrei essere già morto da un pezzo; giuro che non mi cambierebbe un granché. Né sono perfettamente sicuro d’essere vivo. Non ho nessuna irrefutabile prova di questo...”
Al pari di Dagerman, seppure in toni che qui sfiorano la goliardia, emerge un rapporto conflittuale con un Dio che, stigmatizzato, continua, però, a “meritare” quella maiuscola, segno di malcelato ossequio. È motivo ricorrente, più volte ripreso nel corso del romanzo, senza la rassegnazione affranta dello scrittore svedese, ma con tono fintamente scanzonato e tuttavia incapace di ridimensionare il disagio.
“Valeria, due cose mi mancano: L’amore. E Dio”.
Una sola frase che fissa con chiarezza indiscutibile e lapidaria lo smarrimento di un uomo lontano dai due unici centri propulsori di energia vitale: l’amore e la fede. Ne consegue la tristezza inconsolabile che spegne la voglia di restare al mondo e soffoca il tempo nel fondo di un bicchiere in grado di sbiadire la lucidità, regalando un’etilica allegria.
Lo stile è quello limpido del parolaio facilmente capace di districarsi entro il perimetro delle proprie pagine. Caratteristica fondamentale: la fluidità di scrittura che, priva di orpelli e barocchismi, scivola via leggera con l’incisività dell’immediatezza, consentendo l’immedesimazione totale del lettore, dinanzi al quale viene rappresentata la resa incondizionata nei confronti di una vita subita al pari di una tortura, di una pena da scontare. Non c’è tempo futuro, i giorni scorrono inesorabili, uno dopo l’altro e ognuno identico a se stesso, con l’insignificanza delle azioni quotidiane che si pone come scenario entro cui il protagonista agisce non allo scopo di raccontarsi, ma, cosa ben più difficile, di essere compreso.
Non c’è spazio dunque, per la storia: dialoghi e gesti servono unicamente da sfondo e lasciano trasparire la più autentica solitudine, concepita come prospettiva privilegiata al fine di indagare la natura inconsolabile del proprio dolore. Strumento principale dello scandaglio operato da Busetta diventa la forza della sua stessa prosa che, senza perdersi nel narcisismo compiacente comune a molti contemporanei, riesce a non banalizzare la semplicità, troppo spesso erroneamente associata ad una povertà di contenuti, traducendola, invece, nel più efficace codice espressivo in grado di dar voce alla dolorosa consapevolezza del proprio percorso borderline, con le pagine che, di volta in volta, registrano la precarietà di un io continuamente in bilico tra l’urgenza di riempire fogli che siano specchio del proprio sentire e il desiderio di tacere. Perché “uno che è scrittore di suo, non ha bisogno neppure di scrivere, forse tranne il caso in cui si voglia ricordare il proprio mondo in certi momenti di oblio... allora sì. L’ideale, a dire il vero, sarebbe quello di essere sempre uno scrittore, e non dimenticarsi mai il proprio mondo”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Marco Busetta è nato a Palermo nel 1979. La scrittura ha sempre fatto parte della sua quotidianità in una ricerca che mediasse linguaggi diversi e sintetizzasse il reale e l’immaginario. La poesia e le forme brevi sono il suo terreno ideale. Le stelle fisse che scorge appena spente le luci sono Borges e Zanzotto.
Marco Busetta, "Diario dalla stanza bianca e vuota", END/Gignod, 2006.
Prefazione di Simone Buttazzi, Postfazione di Angela Migliore
BUSETTA in LANKELOT:
Angela Migliore, aprile 2006
Commenti
Eccola qui. Ed ora tutti a Trieste.
(Riuscito persino il miracolo VERDANA)
Spettacolo!
Ed ora mi manca il libro nella testa, che comprerò balenando. Bella e centrata recensione, mi auguro esisterà in futuro il video della presentazione triestina, perdermelo sarebbe un peccato veniale, venale.
"La trama, pertanto, diventa mero espediente attraverso il quale consumare l?epifania di quella sofferenza mista all?insaziabile bisogno di consolazione..."
Splendida lettura.
"il protagonista considera gli altri esclusivamente in funzione di se stesso, e perso nei numerosi buchi della propria intelligenza relazionale ? i cui nomi corrispondono a ingenuità e fiducia sconsiderata, concessa con ingiustificabile fretta ? si curva deluso su un foglio biancastro per mescolare il proprio dolore all?inchiostro, facendone autoritratto in tinta ironica. Busetta, infatti, stempera la tensione puntando su un umorismo agrodolce che sfocia, talvolta, nel cinismo di chi guarda al futuro col ghigno della più disincantata indifferenza...": Eccellente.
Ecco, Angela, mi assicuro subito il libro.
Ti ringrazio
Raffaella
3. > Arpa: il tuo libro è già in viaggio, se ne vorrai altre copie rivolgiti ad End. Ma la tua copia è gia sul traghetto.
Quanto al video, invia supllica via sms al Buttazzi. Io stesso provvederò.
4. Raffaella: danke, e spero che quanto prima Marco venga qui a scrivertene direttamente: del suo libro, dei suoi significati e del senso.
Lo spettacolo vero, Franco, sta nell' avere visto nascere questo libro, in tutta la sua atipicità. Dal formato pdf divorato nonostante il fastidioso sfarfallio del monitor, alla versione cartacea. Il DIARIO vive!
Arpa, Raffaella la pagina non rende abbastanza giustizia al libro. Dopo averlo letto mi darete ragione.
?Dal momento che mi sono piuttosto rassegnato alla perfetta latitanza (ammessa la sua esistenza ? cosa già questa ardua piuttosto da ammettere) dell?Oste senza nome di questa cacchio di locanda grossa, ecco, dal momento che non si fa vivo nessuno, be?: per quanto mi riguarda io potrei essere già morto da un pezzo; giuro che non mi cambierebbe un granché. Né sono perfettamente sicuro d?essere vivo. Non ho nessuna irrefutabile prova di questo??
appunto. ; )
E' uno dei frammenti che meglio mettono in luce il cinismo ironico di Marco Busetta. Il Diario ti piacerà, sono pronta a scommetterci.
5. E te pareva il solido Baldassarre, con cammello sul traghetto. Segui il profumo al cocco e malva di Eliana, lascia una scia inconfondibile e tanto naif.
Non sta a me esprimere il sentore che il Diario sarà riportato nei sussidiari della scuola (Holden) tra una ventina d'anni. O della scuola holding. Per sabato ci vuole qualche volenteroso tra il pubblico che faccia le riprese, e qualcuno con un buon programma di cattura video che le sbatta su youtube - il mio perde un fotogramma su tre, il che fa fico finché non si tratta di ascoltare una traccia audio.
"Caratteristica fondamentale: la fluidità di scrittura che, priva di orpelli e barocchismi, scivola via leggera con l?incisività dell?immediatezza, consentendo l?immedesimazione totale del lettore, dinanzi al quale viene rappresentata la resa incondizionata nei confronti di una vita subita al pari di una tortura, di una pena da scontare. Non c?è tempo futuro, i giorni scorrono inesorabili, uno dopo l?altro e ognuno identico a se stesso, con l?insignificanza delle azioni quotidiane che si pone come scenario entro cui il protagonista agisce non allo scopo di raccontarsi, ma, cosa ben più difficile, di essere compreso"
beh mi pare tentatvo ambizioso, con una prospettiva dici "egocentrica" ma che coglie nel segno. Non capisco se ci siano tracce di un certo decandetismo pseudo nichilista riattualizzato ai nostri giorni. In ogni caso pare che sia il caso di leggerlo.
La scrittura di Busetta è atipica e accattivante. La sensazione è giusta, Paolo. E' proprio il caso di leggerlo, questo Diario.
Nella mia pagina avevo erroneamente scritto "Diario DELLA stanza bianca e vuota". Qui ho corretto. Resta, invece, sulla postfazione. Chiedo scusa.
4. mi sono assicurata il libro e l'ho letto:
Era inevitabile che il vincitore di un concorso così unidirezionale come questo (Il nostro bisogno di consolazione) fosse proprio uno dalla penna facile.
Ma, trattandosi di un gruppo intellettual-alternativo, non poteva in alcun modo trattarsi di un romanziere.
?Odio romanzare. Io padroneggio le parole, non le storie?.
Doveva per forza essere un altro tipo di narratore, uno che gioca con le parole, uno che ama divertirsi, uno per cui le parole stesse sono divertimento, sfogo, compensazione, nutrimento??. Consolazione, appunto.
Perché il punto è proprio questo. Per rendere la letteratura strumento efficace di liberazione dall?ansia di esserci in un mondo che non sempre è disposto ad accoglierci, non serve che essa sia evasiva. Alla generazione di giovani e meno giovani ma ancora capaci di emozionarsi, che hanno letto molto e si sono appassionati ?a ritroso? della letteratura, non serve più leggere di bei posti, o di avventure, o di evasioni amorose che emozionano il cuore ma non la testa. A chi ha letto di tutto e resta onnivoro, ciò che dà veramente consolazione è la bella scrittura.
Ecco perché mi è piaciuto il libro di Busetta. Diario di una stanza bianca e vuota è l?allegoria di una pagina bianca che anela ad essere riempita con stile. ?Non voglio trovare la bella storia: io voglio trovare me stesso, delle risposte a delle domande. Ma voglio soprattutto divertirmi? .
E mi rendo sempre più conto che, a chi mi chiede perché un libro mi è piaciuto, da un po? di anni rispondo sempre la stessa cosa: perché mi piace com?è scritto. Non perché mi piace la storia o cosa è descritto. La pura scrittura ha preso il posto della notizia, il gusto dello stile letterario ha annullato in me la curiosità del cercatore di informazioni, il ?come? lezioso dei manieristi ha prevaricato il ?cosa? dei materialisti. O degli studiosi.
A chi ha letto molto non serve più rincorrere il sapere, quindi rifugge i libri-cassetta, i libri-spazzatura, le strenne, i miti moderni, l?over 300.000 copie. Solo, persegue il bello o ciò che lo trascende. Solo, fruga come un pazzo per i mercatini alla ricerca dell?edizione di un libro fuori commercio, del libro di poesie che gli ricorda la sua infanzia o uno spartito di una musica che gli ha inciso l?anima, oppure rilegge i mozzichi di frasi che negli anni ha catalogato in una serie di files, come fa Busetta quando deve cercare qualcosa da portare al suo editore.
Mi sono illuminata quando ho letto questa frase del libro: ?Il romanzo deve innanzitutto piacere a chi lo scrive: il primo lettore è colui che scrive?. Ma come, mi sono detta subito, è il lettore chi è? Non conta nulla? Certo che conta, mi sono detta dopo, ma poi. Perché se leggere deve dare consolazione, allora anche chi scrive deve trovare sollievo o risposte o stimoli prima ancora che gloria.
?La presenza e l?ordine di ciò che scrivo non è gestito dal senso ma direi piuttosto dal suono che le parole possiedono. Il significato è una conseguenza, naturalmente corretta, di questo criterio costruttivo. L?istinto segue il bello. E il bello ha sempre senso?.
Magari di Busetta non dirò che ?mi è piaciuto come è scritto?, perché lascia aperte troppe falle e si ?manierizza? un po? troppo nel valorizzare il vero non-senso letterario, ma dirò invece che per me va nella direzione che cerco da quando il mio naso di lettrice si è messo a frugare in un?altra direzione e a prediligere la scoperta di un altro gusto: quello della bella frase che non cerca una storia.
Posso quindi dire quanta consolazione mi è venuta nel comprendere il perché della scelta su Marco Busetta: perché ha avuto il coraggio di scrivere senza voler fare il romanziere. Perché ci vuole coraggio ma anche fiducia estrema nei libri per lasciare che prendano vita da soli.
Raffaella
Raffaella, il tuo commento centra in pieno le ragioni per le quali ho preferito Busetta a tutti gli altri partecipanti al concorso. Ho smesso di inseguire la storia, cerco l'autore dentro e tra le sue righe. E una scrittura che abbia carattere. Cerco pagine che non descrivano, ma parlino. Perchè leggere è sete di bellezzaa e a volte il "come" è il "cosa", senza che ci si imbatta necessariamente nell'aridità del mero esercizio di stile. Ti ringrazio per la lettura attenta e per la preziosa analisi. Grazie anche a Franco per la segnalazione.
Raffaella, direi che hai centrato in pieno il senso della nostra scelta e l'originalità del libro di Marco, ciò che ha fatto in modo che lo scegliessimo tra tanti.
"E mi rendo sempre più conto che, a chi mi chiede perché un libro mi è piaciuto, da un po? di anni rispondo sempre la stessa cosa: perché mi piace com?è scritto. Non perché mi piace la storia o cosa è descritto. La pura scrittura ha preso il posto della notizia, il gusto dello stile letterario ha annullato in me la curiosità del cercatore di informazioni, il ?come? lezioso dei manieristi ha prevaricato il ?cosa? dei materialisti. O degli studiosi."
Fantastica quest'osservazione. Sai che col tempo mi sono resa conto di diventare sempre più così? Soprattutto non reggo più a ciò che è scritto male, la tolleranza è cessata in modo decisivo.
Grazie di queste centratissime osservazioni.
raffaella, sono onorato delle tue parole. e felice di avere arrecato un sollievo, anche minimo. le tue parole sono molto convincenti: è un libretto modesto, ma continuo a vederci uno spirito inaspettatamente attuale.
viva il come che diventa il cosa!
18. sì, sollievo e soddisfazione.
19. viva la sintesi perfetta
Raffaella
Non più disponibile su ibs.
che peccato.
Sì, un vero peccato. Anche perchè non riesco a reperirlo neppure su corpo12.