March William

Fuoco!

Autore: 
March William

"Tutti quelli della nostra corsia erano colpiti dal gas e dovevamo morire tutti. Le infermiere sapevano che non c'era niente da fare e la maggiore parte degli uomini lo sapeva...Di fronte a me, ce n'era uno che lottava, cercando di respirare. Il sudore gli correva sul viso e il respiro era fatto di faticosi singhiozzi. Quando l'attacco passava, si adagiava nel letto, esausto, e faceva una specie di gorgoglio con le labbra, come per scusarsi di aver disturbato la corsia; perchè ogni volta che lui lottava per respirare, tutti inconsciamente lottavano con lui; e quando si adagiava esausto, rilassavamo i pugni e riposavamo un poco anche noi." (Pag 49)

Questo è uno dei tanti lancinanti frammenti raccolti in "Fuoco!" dello statunitense William March, reduce decorato della Prima Guerra Mondiale, pubblicato nel 1933 e che scatenò subito le ire dei benpensanti, della Legione Americana e delle Associazioni Veterani di Guerra che lo accusarono di antipatriottismo richiedendone persino il ritiro dal commercio. Basta sfogliarne le pagine per comprendere il motivo di questa levata di scudi.

"Fuoco!" raccoglie le storie dei componenti di una compagnia dell'esercito statunitense impegnata sul fronte occidentale, ciascuno ricordato con nome, cognome e grado:

"Quando ho incominciato quel libro mi proponevo di raccontare la storia della mia compagnia, ma ora non lo voglio così. Voglio che sia la storia di tutte le compagnie di tutti gli eserciti. Se i personaggi e il linguaggio sono americani, questo è perchè conosco soltanto scene americane. Con nomi diversi e in ambiente diverso, gli uomini dei quali ho scritto, potrebbero essere francesi, tedeschi, inglesi o russi. Penso: Vorrei poter prendere queste storie e inchiodarle a un'immensa ruota, ogni storia a un raggio diverso fino a completare il circolo. Poi vorrei far girare la ruota, in fretta, sempre più in fretta perchè le cose che ho scritto prendano vita e siano ricreate, divengano parte di un tutto, mescolandosi e completandosi; prima confuse e indistinte, poi unite in un tutto composito, un interminabile circolo di dolore...Sarebbe il quadro della guerra. E il rumore della ruota, e il rumore della ruota, e il rumore degli uomini che ridono, piangono, imprecano o pregano, dei muri che crollano, del fischio delle pallottole, del rombo delle esplosioni, diverrebbero il rumore stesso della guerra..." (pag. 7, 8)

seguendolo dai mesi di addestramento, passando per gli interminabili mesi di combattimento, ed arrivando fino al sospirato ritorno a casa con tutte le sue tragiche conseguenze.

La Prima Guerra Mondiale fu un massacro a cielo aperto combattuto con tutti i nuovi ritrovati della Tecnica per conquistare un palmo di terra che sarebbe stato perso il giorno dopo, per raggiungere la cima di una montagna contrassegnata con una lettera e un numero, pigiati in trincee pulciose protette da filo spinato e mitragliatrici da dove lanciarsi all'assalto del fronte nemico con la speranza di scansare i proiettili e di raggiungere un cratere creato da i colpi di cannone entro cui ripararsi, sperando anche solo di non aver respirato del gas tossico che non avrebbe lasciato loro scampo.

William March non offre uno sguardo univoco su questa tragedia, le sue pagine sembrano infatti il resoconto di un becchino che raccoglie dalle labbra dei cadaveri abbandonati sul campo o nei letti d'ospedale le loro storie, una diversa dall'altra, tutte meritevoli di essere raccontate: il vile disertore che a casa ti avrebbe accoltellato alle spalle per due soldi, il disertore che è stanco di combattere una guerra senza senso e di rispondere a ordini che ti mandano solo al massacro, il ragazzo col cuore gonfio di ideali e che spera in un mondo diverso, colui che si trasforma in assassino perchè impazzito alla vista di tutti quei cadaveri, il letterato che cerca di sopravvivere grazie alle proprie letture, il timido che subisce tutto, l'ufficiale impazzito e quello che difende con la vita il proprio reparto, il rivoluzionario che vorrebbe combattere una guerra contro gli oppressori, il ragazzo che è partito per la guerra per una promessa fatta, il ragazzo che scopre il sesso grazie ai propri commilitoni, il ragazzo che non si capacita di come solo lui sia sopravvissuto.

Ma scordatevi lacrime facili o facili elucubrazioni politiche, qui sono i fatti stessi con il loro orrore a parlare, sono le storie di militari di schieramenti diversi che si affrontano e che si accorgono, nel momento di tragici incontri in cui è la vita di uno dei due ad essere in palio, di come le rispettive propagande hanno distrutto le loro vite,

"Un giorno nella foresta delle Argonne trovammo un soldato tedesco ferito. Era mattina presto e la notte prima aveva gelato. Il tedesco giaceva raggomitolato sul ventre. Doveva esser rimasto là tutta la notte, perchè quando lo voltai, non c'era brina nel punto dove stava. Aveva la faccia bianca e tremava. Portava gli occhiali con lenti molto spesse e sporche. Quando mi vide, mi supplicò di dargli un bicchier d'acqua. Dissi: "Era diverso quando violentavi le infermiere della Croce Rossa e tagliavi le gambe ai bambini del Belgio, vero?" Adesso la scarpa ha cambiato piede. Ecco un po' della tua medicina!" Gli raddrizzai la testa con un piede e gli pestai la faccia con il calcio del fucile e gli pestai la faccia con il calcio del fucile, finchè non fu ridotta come gelatina. Poi aprii la borraccia e versai a terra tutta l'acqua che avevo perchè nessuno pensasse che non volessi dargli l'acqua. "Eccoti l'acqua" dissi. Se credete che menta, domandatelo a Fred Terwilligaer o a Harry Althouse. Erano cone me, quella volta. Era un ometto dappoco, con gli occhiali legati intorno alla testa con un pezzo di spago. Aveva la faccia bianca e continuava a tremare e a battere i denti. Era alto poco più di uno e sessanta, mi pare, o forse un po' di più. Ogni volta che lo colpivo, le ginocchia scattavano." (Sergente Marvin Mooney, pag 128,129)

raggiungendo la perfezione quando descrive la fucilazione dei prigionieri tedeschi secondo vari punti di vista oppure quando racconta ciò che ritrova un soldato una volta tornato dal fronte e dalla donna che gli ha salvato la mente durante i combattimenti: 

"Era diverso quando dichiarato la guerra e la banda suonava al Jackson Park e le belle ragazze in uniforme da infermiere incitavano gli uomini ad arruolarsi e a combattere per il loro paese: allora era tutto diverso e tutto molto romantico." Ecco che cosa dissi alla madre di Effie quando venne a parlarmi della rottura del fidanzamento. "Se insisti, Effie ti sposerà", disse sua madre. "Lo sa quel che hai sofferto. Lo sappiamo tutti. Se vuoi, ti sposerà." "Proprio così", dissi. "Voglio che mi sposi. Abbiamo fatto un patto: ha promesso di sposarmi se mi arruolavo. Io la mia parte del contratto l'ho adempiuta. Adesso tocca a lei." La madre di Effie parlò lentamente, cercando di scegliere che non offendessero i miei sentimenti. "Probabilmente non ti rendi conto di...di...quanto sei cambiato", disse. "Effie è una ragazza nervosa, sensibile e tutti ci rendiamo conto che il tuo...il tuo aspetto non è colpa tua, però..." "Avanti lo dica", dissi. "Ce l'ho lo specchio. E lo so come sono, con la faccia bruciata e contorta. Non si preoccupi!" dissi. "Lo so come sono, altrochè!" "Non è affatto questo", disse sua madre. "Vorremmo solo che tu venissi da Effie di tua spontanea volontà e la liberassi dalla sua promessa." "No", dissi, "finchè campo." La signora Williams si alzò e andò alla porta. "Sei molto egoista e sconsiderato", disse. Le misi una mano sul braccio. "Dopo un po', si abituerà a me. Non si accorgerà neanche più della mia faccia. Sarò così buono con lei che finirà per amarmi di nuovo." Che cretino ero. Avrei dovuto saperlo che la signora Williams aveva ragione. Non avrei dovuto andarci di fondo. Vedo il viso di Effie. Vedo il suo viso quella notte, soli nella nostra camera a Cincinnati. Come tremava e si copriva il viso con le mani perchè non ce la faceva a guardarmi. "Devo abituarmi", continuava a dire, "devo abituarmi..." Poi mi avvicinai a lei, ma non la toccai. Mi misi in ginocchio e le appoggiai il viso in grembo...Se mi avesse sfiorato la testa con la mano! Se mi avesse detto soltanto una parola di comprensione! Ma non lo fece. Chiuse gli occhi e si scostò. Sentii i muscoli delle sue gambe irrigidirsi dal disgusto. "Se mi tocchi, vomito", disse" (Soldato Semplice Walter Webster, pag 172, 173, 174)


"Fuoco!" è un libro che andrebbe ripubblicato all'istante e che mi sarebbe piaciuto far leggere al mio nonno materno, mai conosciuto, fante sul fronte orientale, che una volta tornato dalla guerra, non trovò nulla di quanto era stato promesso, se non una medaglia di bronzo grande quanto un bottone.

 

Edizione esaminata e brevi note:

William March (1893 - 1954), romanziere americano e combattente durante la Prima Guerra Mondiale. divenne noto per il suo romanzo "Fuoco" e per il romanzo dell'orrore "The Bad Seed (1954, 1997)" tradotto da Marcella Hannau come Il seme cattivo per Longanesi nel 1955 (rip. nel 1967).

William March, "Fuoco!", Longanesi, 1967. Traduzione dall'inglese di Adriana Pellegrini. Prima edizione, 1933, col titolo di "Company K"

Ulteriori informazioni:

http://en.wikipedia.org/wiki/William_March


Un particolare ringraziamento per questo libro a Gianfranco Franchi.

 

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Fuoco!

Avrei potuto inserire tutta una serie di riferimenti letterari, le pagine di Lussu, Celine, Hemingway, etc, ma ho preferito non farlo perchè questo è davvero un romanzo unico per costruzione e contenuti.

Quello in foto da soldato, è mio nonno.

spettacolo;)
Articolo - e repechage - in pieno stile Lankelot.
Applausi per il nostro grande Andrea.

Gran bel pezzo, omonimo. (-:

Chissà se adesso, proprio a partire da Lankelot e dall'articolo di Andrea Consonni, qualcuno in Italia non voglia riscoprire...
"the unrecognized genius of our time."

http://en.wikipedia.org/wiki/William_March

editori di progetto? Nessuno in ascolto?

Grazie a tutti. Non ho idea di come possano essre gli altri suoi libri ma questo meriterebbe certamente una riedizione.