Montale, Pasolini, Vassalli, l’America e... la misera scuola di oggi.
Intervista a Dacia Maraini sulla poesia. 12 maggio 2006
Intervistai nell'aprile del 2005 per la prima volta Dacia Maraini – arcinota autrice di grandi romanzi come La lunga vita di Marianna Ucría (1990) nonché di meno recepite raccolte di poesie come Crudeltà all'aria aperta (1966) – in occasione di un incontro pubblico a Lubiana, dove la scrittrice fiorentina presentava il suo ultimo romanzo. Quel dialogo, che tenni per conto di un mensile triestino col quale collaboravo, mi invogliò ad approfondire la conoscenza. Perché? Semplice, perché, dietro certe sue lapidarie risposte, intuii allora la possibilità di arare quel terreno anche in un'altra direzione, oggi trascurata da molti giornalisti troppo scorderecci: Dacia Maraini ha scritto anche poesia e frequentato poeti come Sanguineti e Pasolini; mica solo Moravia, signore e signori!
Il seguente colloquio, quindi, sorge da una mera, direi volatile intuizione di un anno fa. Ed essendo il sottoscritto in primis particolarmente arrabbiato con una certa (prepotente!) tendenza prosastica, grazie alla quale oggi la poesia italiana non vale piú un soldo, ma non secondariamente a causa del nocivissimo oblio circondante i grandi poeti del "passato" (ma che "passato": nell'arte la bellezza vera è eterna!), ho dunque oggi montato la lancia in resta e sono andato, come si dice, all'assalto di Dacia Maraini su questo tema. Perdonatemi le epiche metafore. Insomma: ne sono uscite fuori delle belle che vi riporto, sempre grazie alla sempreverde e squisita disponibilità del soggetto in questione.
Cara Dacia, la prima volta che colloquiammo, fui un po' generico nelle domande – per prudenza e assieme rispetto. Ora che la conosco meglio, credo di voler approfondire qualche aspetto della Letteratura che tralasciai allora. Per esempio questo, il quale forse le giungerà un tantino inaspettato: quali sono secondo lei i poeti italiani puramente ed autenticamente ermetici e perché?
Direi che Montale è certamente uno dei piú grandi fra gli ermetici, anche se poi andando avanti negli anni ha cambiato stile, è diventato piu aperto e comunicativo. Anche Luzi è un ermetico. Meno ermetici per me sono Ungaretti e Saba, anche se molte esperienze dell'ermetismo, sopratutto come fenomeno di rivolta contro la retorica e la magniloquenza banalizzante del fascismo, sono comuni a tutti i poeti della prima metà del Novecento. Direi infatti che l'ermetismo degli anni '30 è molto piú innovativo e ammirevole che l'ermetismo degli anni posteriori alla Seconda Guerra Mondiale quando si fa piú involuto, estetizzante e di maniera. Pasolini, per esempio, che pure aveva assorbito il latte dell'ermetismo, ha abbandonato quella poetica per avvicinarsi alla sensibilità dei suoi tempi, abbandonando l'ermetismo per una poesia civile molto piú generosa e aperta e comprensibile ai piú. Di alcuni poeti come Sanguineti e Pagliarani direi invece che non sono usciti dall'ermetismo, ma semmai l'hanno modernizzato e drammatizzato. Li chiamerei "neo ermetici".
La poesia appare quando vuole "lei", autonomamente e ineluttabilmente quale una condanna divina (o almeno metastorica), come dice Sebastiano Vassalli, o…
Non sono tanto d'accordo su questa visione irrazionalistica della poesia: una manna che scende dal cielo e nutre gli eletti. Per me la poesia è costruzione, disciplina, conoscenza, lavoro. Non voglio dire che l'ispirazione non conti, ma da sola non basta, ha bisogno, come una bella voce, di tanto lavoro, tanta cura, per diventare forte e comunicativa.
Oggi cosa resta, a noi italiani, della cultura pagana che abbiamo alle spalle (non escludendo l'argomento "tecnico": metrica, prosodia, figure retoriche e grammaticali, ecc.)?
Non capisco bene cosa intenda per "cultura pagana". La poesia latina? Se è questo che intende, direi che è rimasto ben poco. La forza sociale, eversiva, satirica della poesia latina è quasi sparita.
Se un giorno le accadesse, magari in sogno, di trovarsi, con in tasca i soldi per acquistare un solo libro, in un'assurda libreria avente solo tre volumi – la Divina Commedia, l'Orlando furioso e Tutte le poesie di Ungaretti – come si… regolerebbe? (Io cambierei sogno, preferendo magari un incubo nel quale stessi in un'immensa biblioteca senza saper leggere: meglio morir di sete che dover scegliere fra tre allettanti bevande).
Credo che comprerei L'Orlando furioso. Anche se mi dispiacerebbe molto di non potere comprare gli altri due. L'Orlando è un libro che amo moltissimo e rileggo spesso con sempre rinnovato piacere.
La poesia "industriale" e diciamo "metropolitana" esistono veramente, in Italia e, se sí, come le considera?
Anche questa volta non capisco bene: cosa intende per poesia industriale? Pasolini ha scritto anche delle poesie ispirate al mondo industriale, l'ha fatto Volponi con i suoi libri, l'ha fatto Ottieri, l'ha fatto Parise, ma non sono libri di poesie. Alcuni poeti di oggi e penso a Patrizia Cavalli, a Valerio Magrelli, ad Alda Merini, a Valentino Zaichen, parlano di una realtà cittadina, ma non so se li chiamerei "poeti metropolitani".
A mio avviso, la sensibilità generale (in senso emotivo e dunque anche poetico letterario) del nostro popolo è oggi diminuita, in confronto a quella dell'era pre-contemporanea (intendendo per comodità e per una serie continuativa di fattori oggettivi, economici e sociali, questo periodo come dal 1900 ad oggi). Concorda?
Più che la sensibilità direi che è diminuita la capacità di concentrazione. La nostra è l'epoca della frammentazione, della corsa, della precipitazione rapida di ogni cosa. La poesia, per quanto breve, ha bisogno di tempo e di attenzione.
Molti cantautori vengono definiti "poeti" e io considero spesso eccessiva questa valutazione – eccetto forse dei casi sporadici come Paolo Conte e Francesco De Gregori. Trattasi in genere di "cantastorie"?
Alcuni cantautori sono bravissimi, ma per loro conta di piú la musica, d'altronde è giusto che sia cosí. Per capire quanto vale come poeta un cantautore basta provare a leggere le parole delle sue canzoni separate dalla musica. Di solito è una delusione. Le parole, senza le note, diventano povere, mai del tutto scelte per il valore in sé, come succede nella poesia vera: parole con il loro peso specifico, la loro musicalità, il loro spessore, direi addirittura la loro carne e il loro sangue. Sono versi in funzione di qualcos'altro. In funzione della musica per l'appunto. Ma in un vero poeta la musica è compresa nelle parole.
"Quando il bambino era bambino…" recita un'angelica voce fuori campo nella pellicola "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders. Perché, mi chiedo: un bambino oggi non lo è piú? E "cosa" sarebbe, dunque, se non la eco che ci restituisce qualche intonso frammento dell'occulta poesia divina? Spero tanto che la considerazione dell'infanzia non sia oramai comunemente diventata quella i cui risultati nefasti leggiamo sui giornali…
Una volta i bambini imparavano a scuola le poesie a memoria. E quella memoria se la portavano dietro per tutta la vita. Non imparavano solo le filastrocche – benvenute anche quelle – ma apprendevano i grandi poeti, da Dante a Petrarca, da Pascoli a Leopardi. Oggi la scuola tende a evitare la memoria. Si tormentano i bambini con le "griglie critiche", ovvero si insegna loro a interpretare la poesia prima che a leggerla e amarla. Un sistema di insegnamento che non condivido per niente. La poesia bisogna leggerla, ripeterla nella memoria tante volte finché non diventa parte del nostro patrimonio linguistico piu profondo.
Lei è una scrittrice che, lo si vede di primo acchito, disprezza sommamente qualsiasi forma di sopraffazione, violenza o subdolo irretimento. Il suo amore per la dolcezza verace ha sempre del poetico, infatti. Come si manifesta, dunque, la brutalità umana, nell'era dell'incorporeità "tecno-illogica"?
La parola chiave è immaginazione. La tecnologia tende a spegnere l'immaginazione, l'invenzione, la gioia di esserci e capire. La tecnologia punta troppo sulla razionalità sistematica e prevedibile delle macchine. Per poi scoprire che queste macchine sono stupide e hanno bisogno di teste pensanti e creative perché funzionino. Senza immaginazione non si può rappresentare il mondo.
Spersonalizzazione, lontananza e freddezza nei rapporti umani, superficialità e tante nevrosi da adattamento alla realtà quotidiana – e tutto ciò, insieme ad una lingua italiana ormai divenuta irriconoscibile a se stessa, tanto è succube dell'inglese americano; ecco: questo ci ha senza dubbio portato il "vento statunitense". O, piuttosto, mi chiedo, QUESTO ABBIAMO NOI VOLUTO PRENDERE da quel popolo privo di comuni origini - pertanto abbandonando e disprezzando lo stile di vita autoctono-italiano che ben ci riportano i grandi poeti medievali, ormai non piú oggetto di venerazione "interclassistica" (Dante lo conoscevano anche gli analfabeti, fino a trent'anni fa)?
Non credo che la poesia americana abbia tanto influito sulla poesia moderna italiana. È stata molto piu importante e formativa la poesia francese. Baudelaire, Verlaine, Mallarmè, sono stati modelli piú amati di Walt Whitman o di Ezra Pound.
BREVI NOTE
Dacia Maraini (Fiesole, 1936), scrittrice italiana.
http://it.wikipedia.org/wiki/Dacia_Maraini per approfondire.
Sergio Sozi, Lubiana, 12 V 2006 (intervista realizzata tramite posta elettr. ed inviata in primis al sito Idealia).
Commenti
Montale, Pasolini, Vassalli, l?America e? la misera scuola di oggi.
Intervista a Dacia Maraini sulla poesia.
A cura del caro Sergio SOZI!
buona lettura e buona serata cari
gf
L'argomento ''poesia'' mi sembrava uno dei pochi che molti giornalisti della cultura non avessero affrontato, con la Maraini. forse per questo mi rilascio' l'intervista, immagino.
Ti ha dato risposte equilibrate, mai spiazzanti - con l'eccezione, forse, dell'Orlando Furioso; con la disorientante citazione di un poeta decisamente minore come Zeichen, forse suo amico - confermando un approccio cauto e misurato. Buon contributo, Sergio;).
grazie ancora.
Detto fra noi la Maraini mi sembra una scrittrice un tantinello sopravvalutata, seppur narratrice esperta e dalla tecnica sicura e collaudata (insomma ''professionale''). Se avesse voluto mettersi a riflettere sulle mie domande avrebbe potuto dire tante cose di piu'. Io mi aspettavo qualche fuoco d'artificio che non non ho poi visto nel cielo dell'intervista.
Quella della scelta fra la Divina Commedia, l'Orlando Furioso e Ungaretti, non me l'aspettavo neanch'io e tutt'ora mi e' difficile capirne i motivi. Secondo te?
E' l'unico momento in cui s'è lasciata andare, rivelando chi è in realtà: è l'autrice che dici, abbondantemente sopravvalutata, per ragioni non inspiegabili. L'Italia non è un mistero, certe volte;).
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Proprio per questo sarebbe stato divertente se avesse risposto in maniera non scolastica alle tue domande. Divertente parecchio. Si vede che non voleva mostrare i vuoti che tutti nasiamo da un pezzo.
Eh eh eh... l'ho messa alle strette ma e' stata capace di scivolar via ugualmente. Pero' a volte e' andata fuori tema, ci hai fatto caso? Per esempio dove le chiedo come si manifesta la violenza nell'era della tecnologia lei mi risponde parlando della tecnologia e non della violenza. Cambia soggetto.
Vecchia tattica:)
...come quella di stare sempre nei giri giusti.
Intanto, per cambiare argomento, sto leggendo un libro di Gaetano Cappelli. Divertente: e' la prima volta che mi capita a tiro - regalo di compleanno appena giuntomi da parte di suocera slovena. Quasi quasi quando lo finisco ne parlo su Lankelot.
gran cosa:). attendiamo.
http://www.lankelot.eu/index.php/istruzioni/ le istruzioni per pubblicare le recensioni e le interviste sono qui.
Importante, il titolo: sempre Cognome Nome (dell'autore esaminato) e poi trattino (-) e titolo del romanzo.
cfr archivione,
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1
ma ormai dovrebbe esserti tutto famigliare;)
4. Attenzione a parlare di sopravvalutazione, altrimenti vi denuncia, come ha fatto con Giuseppe Berto che osò contraddire Moravia perchè stava regalandole il premio Formentor.
ahahah:)))
12.
Gia', ragazzi: attenti! Io ritratto subito: e' la miglior scrittrice italiana dal Duecento al futuro 2100. Dopo non si sa, ma almeno questo vaticinio dovrebbe garantirmi la lontananza dai tribunali almeno fino al secolo XXII - sperem.
:) Non preoccuparti, perchè alla fine sembra che sia stato Berto a denunciarla. Comunque, hai ragione, non si sa mai, non vale la pena rischiare... :)
Certo, Stefania, che la poverta' di spirito degli intellettuali che si denunciano fra loro e' cosa veramente penosa, anzi da borgatari, direi. Ma come fini' la faccenda?
Eh, sì, è proprio scadente ricorrere a tali bassezze... e comunque la denuncia non servì a nulla.
"La vicenda si concluse com'era prevedibile. Quando l'eco della bagarre si spense, svanì anche quella che era parsa una vittoria per k.o. Moravia recuperò in men che non si dica prestigio e autorità, e Berto s'accorse d'essere più emarginato di prima. Alla distanza, era lui lo sconfitto". (Dario Biagi, Vita scandalosa di Giuseppe Berto, p. 163)
Insomma la solita vecchia storia del pesce grande che mangia pesce piccolo. E dire che la vita morale di un Paese si dovrebbe basare sulla superiorita' civile, dunque anche etico-morale, degli intellettuali. Evidentemente c'e' sempre un uomo primitivo che sonnecchia dentro di noi...