Márai Sándor

Terra, Terra!...

Autore: 
Márai Sándor
Scritto in forma di memoriale a più di trent’anni di distanza dalle Confessioni di un borghese (primo capitolo dei ricordi personali dell’Autore) e a più di venti dalla fine del secondo conflitto mondiale, Terra, Terra! ripercorre le vicende di Sándor Márai e dell’Ungheria degli anni tra il 1945 e il 1947. A differenza delle più intimistiche Confessioni, nelle quali Márai ricordava con nostalgia post-asburgica la condizione della società ungherese della propria infanzia e giovinezza, qui la memoria ha il sapore di un grido di dolore per il destino catastrofico cui la propria patria è stata condannata dall’occupazione sovietica e dalla successiva “sovietizzazione” di ogni aspetto della vita privata e pubblica dei cittadini. Come moltissimi scrittori, a partire da quelli russi all’indomani della Rivoluzione (la cosiddetta “seconda generazione") per proseguire con quelli dei Paesi inglobati nell’Unione Sovietica, anche Sándor Márai trova rifugio prima in Europa e infine in America, dove morirà suicida nel 1989. La terra natale da madre si trasforma, sotto i colpi di un totalitarismo inumano e degradante, in matrigna: libertà e dignità umana sono state sepolte tra le macerie dei bombardamenti. Con esse, anche la stessa idea di patria: l’impressione è che non esista più un posto, al mondo, che si possa chiamare “casa"
 
Il “ritorno in Patria” – scrive Márai all’indomani del suo arrivo a Budapest, nel 1945 – “non ha potuto aver luogo perché per me non esiste più una “casa” (Mi domando: è mai esistita? Oppure tutto ciò che insieme a questa messinscena è andato in rovina era solo caricatura?).  Ma cosa è successo dell’altra “casa”, della “patria”? Dopo che è capitato tutto questo, quanto la patria è rimasta “casa” per gli altri, i dieci milioni che parlano ungherese? (p. 137)
 
La situazione, in Ungheria, non è da subito chiarissima. I Russi arrivano come coloro che hanno mandato via le “croci frecciate”, il nazionalsocialismo del terrore e della guerra: ma a differenza di quello che accade nel blocco Occidentale dove un’America ricca e forte invade pacificamente (almeno sotto un’ottica strettamente militare) Paesi ridotti alla miseria più nera, le popolazioni dei Paesi dell’altra metà d’Europa vedono arrivare una grande macchina da guerra che dopo i tedeschi schiaccia qualsiasi cosa incontri sul suo cammino. I Russi sono rozzi, ubriaconi, violenti : con questa gente inaffidabile e incomprensibile, comunque occorre collaborare, non è possibile alcuna protesta, pena confische, e perfino esecuzioni sommarie. La colpa, dice Márai, va cercata non tanto nella razza russa, pur diversissima dall’ungherese, quanto nel sistema politico da cui essi provengono.
 
Anche in questo caso, come più tardi nella vita politica impostata dal comunismo, potei constatare che nel sistema sovietico non contano allori e benemerenze acquisiti … in quel sistema conta solo la possibilità di utilizzare l’uomo, la materia prima. Se può lo utilizza; se invece l’uomo è stanco, infermo o non gode più la fiducia del sistema, lo getta via senza pietà. (p. 67)
 
Dalla campagna dove ha riparato con la moglie, Márai alla fine della guerra torna in città, nella capitale. Le scene descritte in queste pagine tornano, nitide e precisissime, nella terza parte de La donna giusta, ma qui non c’è neppure l’illusione narrativa. Budapest è un immenso cumulo di macerie e se in un primo momento i nuovi padroni “stanno a guardare” con timide mosse in cerca di consensi, ben presto la situazione si palesa nella sua drammaticità.
Piano piano le varie attività, com’è naturale, riprendono nella quotidiana normalità di un dopoguerra di ricostruzioni. L'Autore si convince di poter ricominciare a scrivere, ma si accorge ben presto dell’impossibilità di farlo come era abituato.
 
“In Occidente la civiltà commerciale-industriale esige dallo scrittore prodotti di massa per soddisfare gusti di massa, in Oriente scampoli di ideologia politica” (p. 119).
 
Naturalmente, a seguire, odii e vendette: la classe borghese viene sistematicamente cancellata, le vecchie conoscenze si evitano per timore di delazioni e denunce. Gli scrittori sono perseguitati, si può continuare solo scendendo a patti con l’ideologia, proprio come in Russia (parecchie pagine sono spese per scrittori ungheresi noti, resi muti dal nuovo padrone, ma c’è un notevole ritratto anche di Gor’kij, scrittore di partito sì, ma solo dopo aver deciso che all’esilio in terra straniera era preferibile il compromesso sul suolo patrio). Le lunghe dissertazioni letterarie e filosofiche possono tenere compagnia per un po’, ma non restituiscono un clima sociale e culturale perduto per sempre.
Nel 1946 Márai decide di partire: prima verso l’Italia centromeridionale (“Qui tutto era noto, più umano e sincero che in Svizzera, dove gli abitanti avevano superato l’esame di storia a pieni voti. Gli italiani quantomeno non ribadivano la propria innocenza. … Inoltre erano poveri – la miseria della guerra perduta urlava nelle strade e nelle case – e forse proprio per questo erano cordiali e umani” p. 222) poi la Francia, cioè Parigi, già vista in precedenza, ma ritrovata ora fredda, poco accogliente.
La letteratura francese che per Sandor Marai rappresenta una summa di conoscenza e di emozione non esiste più: “I libri si moltiplicavano in maniera abnorme … tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta”. Se vent’anni prima a Montaparnasse si fraternizzava con pittori e poeti e letterati di ogni provenienza (da Picasso a Ezra Pound, da Fitzgerald a Hemingway, da Eliot a Joyce), ora, dopo vent’anni e un secondo enorme conflitto, lo scrittore ungherese si rende conto che un’intera generazione è scomparsa, risucchiata dall’alcool, dal successo, dalla guerra. Rimane solo un’immane voragine, nell’Occidente postbellico, cui l’Autore dà un nome terribile: menzogna.
Le idee di cui l’Occidente vorrebbe mostrare di essersi nutrito (patria, arte, religione, diritti umani) allo specchio della seconda guerra mondiale si rivelano vuota retorica, mezzucci che poche conventicole potenti hanno usato come esche per far abboccare intere nazioni. L’Europa, pur geograficamente vicina, non è mai stata così lontana: Márai attribuisce grosse responsabilità all’Occidente “libero” che non volle e non seppe aiutare i Paesi caduti sotto il dominio sovietico.
E allora, disilluso dal mondo salvifico che si era immaginato, ma che non trova, lo scrittore torna “a casa”, torna nel luogo dove perlomeno si parla una lingua nota e amata: la sua. In Ungheria qualche timido tentativo di opposizione al regime sovietico viene soffocato tra 1946 e 1947 nel sangue: purghe, arresti, l’insoddisfazione annientata con sistemi polizieschi, mentre inesorabilmente ogni aspetto della vita pubblica viene asservito ai nuovi padroni che con determinazione e precisione ingegneristica cancellano tutto il pre-esistente possibile. L’Autore tenta di continuare a tenere alcune rubriche sui giornali, pubblica alcuni diari di viaggio, ma ben presto la critica (prezzolata, incompetente, parzialissima) lo mette a tacere ed egli comincia a lavorare “per il suo cassetto”.
Si fa chiara l’idea che neppure la lingua ungherese può dargli ciò per cui egli sperava di poter vivere, ciò per cui avrebbe avuto senso andare comunque avanti. Si fa chiara l’idea della partenza, stavolta definitiva.
 
“Questo fu il momento in cui compresi che dovevo lasciare l’Ungheria – non solo perché non mi permettevano di scrivere liberamente, ma perché non mi lasciavano tacere liberamente. Se in questo sistema uno scrittore non rinnega tutto quello in cui è nato, è stato educato, ha creduto – la sua classe, la sua cultura, il suo spirito borghese e umanista, la variante democratica del processo sociale -, ne fanno un morto vievente, come è capitato agli scrittori russi che si sono rifiutati di ubbidire, o un morto vero.” (p. 307).
 
Márai strappa letteralmente se stesso dalla terra natìa e con il pretesto di un invito parte. Per non fare mai più ritorno. Si chiederà negli anni il senso del sacrificio rivoluzionario della Russia anti-zarista, dove tuttavia il bolscevismo non ha fatto altro che rappresentare – alla fin fine – “l’ultimatum della giustizia sociale” e si chiederà se accanto alle grandi potenze che si spartiscono il mondo non possa nascere un’Europa nuova, “che nel quadro spaventoso dell’industrializzazione e del militarismo costituisca una riserva di umanità, a testimonianza che il tutto è di più dell’insieme delle parti che lo formano” (p.341), ma non troverà risposta. Morirà infatti alla vigilia dello sgretolamento di quella “cortina” impenetrabile che per quasi cinquant’anni ha diviso il suo mondo (la sua terra) dai luoghi dove di volta in volta visse da esule.
 
“Dovevo andare via da questa bella, triste, intelligente e colorita città, Budapest, perché se fossi rimasto mi sarei rattrappito nella stupidità aggressiva che mi circondava… Bramosia di vedere la Terra … Annusare, toccare, gustare la Terra, i frutti e i suoi cibi, saziarsi di odori e colori… vedere le contrade evanescenti di questa vita unica, effimera e incomprensibile. Vedere quello che dalla coffa dell’albero maestro di Colombo aveva visto il mozzo quando all’alba, con la voce rotta dall’emozione, aveva gridato “Terra, terra!...” (p. 335)
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.

Sándor Márai, “Terra, Terra!..”, Adelphi, Milano 2005. 
Gli Adelphi, 476. Traduzione di Katinka Juhàsz
Tit. orig.  Föld, Föld!... Emlékezések, 1969

 
Approfondimenti in rete
Buona ed esaustiva la voce di Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_M%C3%A1rai
 
Márai su Lankelot


Ilde Menis, aprile 2007

ISBN/EAN: 
8845919803

Commenti

Tutta per gli appassionati del grande Marai: non è un romanzo, ma una lettura di notevole interesse che vuole anche un po' di tempo per essere compresa e interiorizzata. A differenza di quello che solitamente faccio, qui ho dovuto riportare molte parole dell'Autore, è inevitabile se si vuol capire davvero il pensiero di Sandor Marai. Direi che non c'è niente di più lontano dalla sua abituale narrativa di queste pagine. Che tuttavia vale la pena - davvero - di conoscere.

(la prima cosa che leggerò domattina - stamattina:) - appena sveglio e ben lucido. Non vedo l'ora!)

"la memoria ha il sapore di un grido di dolore per il destino catastrofico cui la propria patria è stata condannata dall?occupazione sovietica e dalla successiva ?sovietizzazione? di ogni aspetto della vita privata e pubblica dei cittadini"

> ecco qui. Annoto tra i libri fondamentali.

"I Russi sono rozzi, ubriaconi, violenti : con questa gente inaffidabile e incomprensibile, comunque occorre collaborare, non è possibile alcuna protesta, pena confische, e perfino esecuzioni sommarie. La colpa, dice Márai, va cercata non tanto nella razza russa, pur diversissima dall?ungherese, quanto nel sistema politico da cui essi provengono."

> molto chiaro (e molto condivisibile). Questo libro mi emozionerà, lo so:)

Grazie Ilde. Grande pagina, da tutti i punti di vista. Recensione chiara e analisi approfondita; lucida adesione alla visione politica di SM, e alla sua condizione di esule; splendida estraneità al dogma che massacrò mezza Europa pretendendo d'essere nel giusto.

Ottimo lavoro.

Sempre molto attento. Grazie. Arriveranno anche i Russi di seconda generazione...

Aspettiamoli al varco. Io intanto mi limito a esultare quando m'accorgo dei laterali o dei censurati - Zamjatin, Krzizanokvski, etc - e sorrido pensando che il potenzialmente richiestissimo "Noi" di Zamjatin rimane nelle grinfie di Feltrinelli, che non ripubblica da 23 anni...era l'A.D. 1984.

Quanto ai magiari odierni... Zilahy mi ha dato grandi speranze.

"Le idee di cui l?Occidente vorrebbe mostrare di essersi nutrito (patria, arte, religione, diritti umani) allo specchio della seconda guerra mondiale si rivelano vuota retorica, mezzucci che poche conventicole potenti hanno usato come esche per far abboccare intere nazioni. L?Europa, pur geograficamente vicina, non è mai stata così lontana: Márai attribuisce grosse responsabilità all?Occidente ?libero? che non volle e non seppe aiutare i Paesi caduti sotto il dominio sovietico".

Sottoscrivo. Davvero un bel pezzo Ilde, per un testo interessante. Purtroppo non ho mai letto Marai, del quale comunque ho sentito e letto sempre giudizi ottimi, non solo nei tuoi pezzi. Se dovessi consigliarmi la sua opera imperdibile, o quella che ritieni necessaria?

caro Federico, hai toccato il pezzo che mi ha lasciata, invece, più perplessa... Davvero l'Occidente (la colpa è più verso l'Europa che verso l'America) in quel momento avrebbe potuto imbarcarsi alla volta della salvezza dell'Est? Ma se neppure si reggeva in piedi... anche a ricostruzione avvenuta, ma sinceramente, che cosa avremmo (!) potuto fare? Una guerra contro l'URSS? Mah...

Sulle opere imperdibili di Marai: questa è talmente diversa da tutto che te la consiglierei in quanto appassionato di storia.

Ma sai Ilde, che si sia chiuso un occhio su ciò che avveniva ad est al tempo della rivoluzione d'ottobre, e tutti e due prima e durante la seconda guerra mondiale è un fatto assai evidente. Ciò che è accaduto dopo è stata una logica conseguenza della spartizione del mondo post-bellico. Eppure, ti dico che, a mio avviso, ci si è voltati un po' troppo dall'altra parte, anche dopo. Soprattutto in Europa, perchè degli States non mi sono mai fidato. In sostanza, le cose potevano andare diversamente, se ci fosse stata altra volontà (e ricordo che ciò che di atroce hanno fatto i comunisti sovietici ad est è ancora lontano dall'essere ben documentato). Però il problema è a monte, e in questo senso posso anche condividere l'impossibilità di contrattaccare durante la contingenza qui analizzata, bisognava pensarci prima, molto prima.

Grazie della dritta su Marai (e "Lo specchio nello specchio" è già sulla mia scrivania, pronto per essere letto, dopo "Actarus").

"La terra natale da madre si trasforma, sotto i colpi di un totalitarismo inumano e degradante, in matrigna: libertà e dignità umana sono state sepolte tra le macerie dei bombardamenti. Con esse, anche la stessa idea di patria: l?impressione è che non esista più un posto, al mondo, che si possa chiamare ?casa""
Che tragedia. Ottima presentazione del testo, lucida,chiara, dettagliata, tocchi problemi fondamentali della storia.
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"I libri si moltiplicavano in maniera abnorme ? tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta?." Anche quest'osservazione è interessante, l'inflazione di libri produce alla fine il loro declassamento. o al limite non si capisce più cosa valga e cosa no.
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A Marai devo tornare: "Le braci" mi è piaciuto tanto. Bisognerà che diventi anch'io più sistematica, invece tenderei alla dispersione.

?Questo fu il momento in cui compresi che dovevo lasciare l?Ungheria ? non solo perché non mi permettevano di scrivere liberamente, ma perché non mi lasciavano tacere liberamente. Se in questo sistema uno scrittore non rinnega tutto quello in cui è nato, è stato educato, ha creduto ? la sua classe, la sua cultura, il suo spirito borghese e umanista, la variante democratica del processo sociale -, ne fanno un morto vievente, come è capitato agli scrittori russi che si sono rifiutati di ubbidire, o un morto vero.? (p. 307).
E' un passo di una tristezza inconsolabile. Non so commentare, posso solo ringraziare per questa pagina preziosa che sembra ricalcare il romanzo stesso di cui tratta, fondendo intelligenza e malinconia.
Non ho ancora affrontato Màrai e ogni volta che ti leggo, Ilde, mi riprometto di rimediare. Ma stavolta il rammarico è maggiore e l'estate è alle porte: due condizioni favorevoli a che colmi la lacuna.

Ilde, scusa, non vorrei sembrarti strarompi, ma ti segnalo un refusetto: "tenetativo", circa 13 righe dopo la citaz. sui libri.

Grazie Marina! Fatto!...