Márai Sándor

L'isola

Autore: 
Márai Sándor
Pubblicato originariamente nel 1934, L’Isola si inquadra nella prima stagione narrativa di Sándor Márai (nel 1930 era uscito a Budapest I ribelli) e prepara i grandi capolavori degli anni successivi, dall’Eredità di Eszter (1939) alle Braci (1942), fino all’ultimo romanzo pubblicato in patria, La sorella (1946). Il problema nella ricostruzione delle linee di sviluppo dell’opera di Márai, come per molti autori dell’Est europeo che hanno ritrovato fama (specie in Italia) solo negli ultimi quindici-vent’anni (si pensi al caso di Nina Berberova e di altri scrittori emigrati in Occidente che hanno continuato a pubblicare nella loro lingua madre), sta nella traduzione dell'intero corpus narrativo ancora in via di completamento, che non segue la cronologia delle pubblicazioni originali.
Un’occhiata veloce alla produzione ungherese di Márai  ci dice che non tutto è stato ancora tradotto, soprattutto ci mancano poesie e racconti, benché il materiale a disposizione (soprattutto grazie ai due grossi memoriali costituiti dalle Confessioni di un borghese e Terra, terra…!) permetta oggi di poter abbozzare un quadro anche critico dell'opera di questo autore, contestualizzandola nel mondo e nel tempo in cui egli visse gli anni certamente migliori della propria esistenza di uomo e di scrittore.
 
Si è già scritto della propensione di Sándor Márai ad una “teatralizzazione” dei propri romanzi e, possiamo aggiungere, ad un incorniciamento del nucleo narrativo principale in antefatti e ambienti preparatori: i veri protagonisti non escono quasi mai subito in scena, ma sono presentati da eventi, impressioni di terzi, memorie del passato (la fuga di Casanova nella Recita di Bolzano, il dialogo al caffè tra una moglie tradita e un’amica ne La donna giusta, il passato di uno dei due uomini del lunghissimo racconto-monologo de Le braci e così via). Per capire in che città si stia svolgendo l’azione narrata qui occorre arrivare a metà del racconto e solo nell’ultimo capitolo l’azione viene spostata nel luogo che dà il titolo al romanzo, un isolotto prospiciente Ragusa, la città adriatica dai possenti bastioni che negli anni Trenta è parte del Regno di Jugoslavia, meta turistica soprattutto di tedeschi ed europei alla ricerca di un posto tranquillo per riposare nonostante il caldo insopportabile e la peculiarità degli abitanti. Tra i turisti appena giunti da Spalato c’è anche Viktor Henrik Askenasi, in viaggio (o in fuga?) da Parigi verso la Grecia, dove gli amici e i conoscenti gli hanno consigliato di riposare dopo le ultime fatiche accademiche e personali.
Quella che si configura inizialmente come una semplice tappa verso posti diversi, si rivela per il professore il luogo di un incontro decisivo con se stesso, con il proprio destino e con tutta la propria esistenza.
La tranquillità del posto di villeggiatura e un dolore lancinante di tipo psicosomatico (ritroveremo questo luogo narrativo portato quasi all’estremo ne La sorella), nato come sensazione di “aver dimenticato qualcosa” già alla partenza da Parigi e sviluppatosi nel viaggio verso sud in modo discontinuo ma sempre correlato a una mancanza, e all’incapacità di trovare la parola giusta per esprimerla, porta Askenasi alla memoria degli ultimi tempi e svela al lettore la vera natura dello stato d’animo del professore di greco antico. Un’avventura con una ballerina più giovane di diciassette anni aveva rotto poco tempo prima gli equilibri di un’intera vita senza lasciare possibilità di ristabilimento. Un incontro casuale davanti alla stazione aveva deciso la fine di un mondo e aveva stabilito l’inizio di un tempo nuovo.
La breve convivenza, l’abbandono della moglie e del nido protettivo della propria casa, il dissenso pubblico e l’ammirazione privata dei colleghi e dell’ambiente accademico sperimentati da Askenasi nei mesi di euforica passione, l’universo di cui Eliz gli apre le porte, una consapevolezza nuova dell’istintualità alla base dei rapporti interpersonali: nulla tuttavia rende al professore la risposta a una domanda che verrà formulata solo alla fine, solo su quell’isola deserta che segna ancora un inizio e una fine, in un ultimo “colloquio” con un Creatore disattento e altrimenti occupato. Perché poi è questo che Askenasi non trova nelle valigie spasmodicamente riaperte poco prima di partire e poi in viaggio, davanti agli stupefatti compagni di scompartimento e di navigazione. Che cosa sia veramente l’amore, al di là delle esperienze di ogni tipo possibile, al di là perfino del sesso, e come sia possibile che l’amore si accordi con la felicità.
Per tutta la vita Askenasi ha tentato di trovare la risposta all’interrogativo che gli dilania l’anima, nelle donne, nelle avventure (perfino in quell’ultima avventura nell’albergo che darà un esito inaspettato alla sua esistenza), nel matrimonio e nell’appartenenza a un ordine sociale costituito prima di lui e per lui preservato. Ma l’esperienza gli ha insegnato che a muovere l’universo, piuttosto, è la sofferenza mentre la felicità non è che uno spicciolo di poco conto: i rapporti amorosi stessi sono contrassegnati dalla violenza e dall’aggressività e a ogni buon conto non danno un appagamento duraturo.
Nel febbricitante monologo finale, quasi una resa dei conti con se stesso, Askenasi capisce di non aver trovato la risposta neppure nel gesto più infame. Ora è solo, definitivamente.
 
Lo smarrimento derivato dalla mancanza di qualcosa che non si può possedere tornerà come motivo principale anche del romanzo pubblicato l’anno successivo, Divorzio a Buda, nel quale ritroviamo alcuni elementi qui preannunciati: il rapporto con l’oggetto del desiderio e il desiderio stesso, l’impossibilità di una vita felice e l’autocondanna alla disperazione attraverso atti estremi tuttavia assolti nel proprio intimo dalla folle consapevolezza che non si sarebbe potuto fare altrimenti.
Questa vendetta di se stessi – dagli esiti quasi sempre drammatici – che permea le scelte di molti protagonisti dell’opera di Marai, sembra far presagire la tragica fine che l’Autore si riserverà, al termine di un’esistenza non facile, forse permeata delle stesse domande irrisolte.
 
Amore, che razza di parola. Ma Tu lo sai bene, l’hai inventata Tu… Un’invenzione divina, dico sul serio. Come doveva essere bello una volta, quando si trattava veramente di questo…. Io non ho mai avuto nient’altro per la testa… E ogni essere umano mi sembrava sospetto, perché anche tutti gli altri non volevano che quello, mai nient’altro, solo quel momento…Chi fa anche altre cose sì che è sospetto…. Io credo che un essere umano felice non si occupi di nient’altro, e che non sia in nessun caso disposto ad andare in ufficio o a interessarsi di politica… Perché? Questi in realtà non sono che dettagli. (p. 169-170)
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.
 
Sándor Márai,"L’isola", Adelphi, Milano 2007 
Biblioteca Adelphi, 511. Traduzione di Laura Sgarioto
Tit. orig. A sziget, 1934
 
Approfondimenti in rete
Buona ed esaustiva la voce di Wikipedia
 
Márai su Lankelot
Ilde Menis, agosto 2007
ISBN/EAN: 
9788845921834

Commenti

Un Márai fresco di stampa...!

(ottimo:). Sono con connessione di fortuna, domani cerco di leggere con calma. intanto, felice di sapere a breve interiorizzerò qualcosa di nuovo a firma Ilde.

"a muovere l’universo, piuttosto, è la sofferenza mentre la felicità non è che uno spicciolo di poco conto".

Màrai non dev'essere lettura agevole sul piano emotivo, ma la complessità degli argomenti che ricorrono nei suoi testi è pericolosamente affascinante. Prima o poi mi ci dedicherò.

ullallà, un altro Marai! Avevo visto che il libro era uscito e in fondo speravo in una tua rec.;-)
"il rapporto con l?oggetto del desiderio e il desiderio stesso, l?impossibilità di una vita felice e l?autocondanna alla disperazione attraverso atti estremi tuttavia assolti nel proprio intimo dalla folle consapevolezza che non si sarebbe potuto fare altrimenti."
> decisamente tragico atteggiamento, io mi sono fermata a Le braci, ma
mi riprometto di leggere altre opere a breve termine. É un autore che prende parecchio e dallo stile molto raffinato.

Integrerei il link alla Berberova, che nomini nelle prime righe:
http://www.lankelot.eu/?p=421

che ne pensi?

"i veri protagonisti non escono quasi mai subito in scena, ma sono presentati da eventi, impressioni di terzi, memorie del passato (la fuga di Casanova nella Recita di Bolzano, il dialogo al caffè tra una moglie tradita e un?amica ne La donna giusta, il passato di uno dei due uomini del lunghissimo racconto-monologo de Le braci e così via)"

> E questo è un espediente estremamente interessante. Ottimo rilievo davvero. Mi attendono, in Ottobre, le "Confessioni di un borghese". Sarà il mio sesto Marai, nuovo dopo le tue ripetute ricche complete presentazioni.

Quanto al dolore nato come sensazione di ?aver dimenticato qualcosa?, dovremmo trovare qualche recente studio sulla criptoamnesia e sull'amnesia, in generale. E' un tema, quello della memoria, che non abbiamo tecnicamente mai affrontato a dovere (Yates incluso...)

Micidiali quelle ultime righe sull'amore.
Micidiali.
Sono innesco d'un esame di coscienza profondo e necessario.

*

Grazie Ilde.

Angela e Marina: sì, autore raffinato. La sorella francamente l'ho trovato pesantino. Continuo a preferire La recita di Bolzano. C'è qualcosa di splendido nelle figure di Giacomo e Francesca, e di terribile. In parte anche ne La donna giusta, ma si vede che quel testo è frutto di una rielaborazione fin troppo meditata.
Grazie per le sottolineature!
Franco: sulla Berberova attenditi (e prima o poi ce la farò!) qualcosa e forse più di qualcosa. Sto leggendo tutto quello che è stato tradotto, ho fatto un lavoro da detective per compilare la bibliografia delle opere pubblicate in Italia (so della tua poca simpatia per Wikipedia, ma se poi la citiamo in calce agli articoli possiamo anche dar loro una mano, ogni tanto!) completa di titolo originale e anno di pubblicazione (e io non so il russo! ma me la sono cavata!).
Le confessioni di un borghese: una lettura impegnativa, ma estremamente interessante. Ante-guerra. Poi tutto cambia e quel bel mondo si disgrega, ma tu che ti sei occupato di Austria-Ungheria (appunto!) potrai leggere con cognizione di causa...
Sulla memoria lascio il campo a conoscenze più approfondite :)

Grazie a te!

Quel bel mondo si disgrega e la libertà e la realizzazione di SM mutano per sempre. Esule, e disconosciuto in patria. La sua memoria della tragedia dell'occupazione sovietica d'una nazione e d'un popolo indipendenti, abituati piuttosto a dominare e a governare con equilibrio e tolleranza, è un asse portante per chi vuole capire lo spirito magiaro del Novecento.
La porta sull'infamia URSS l'ha chiusa Zilahy. Marai avrebbe apprezzato, ma con altra eleganza;)

Dottoressa Menis,
qui scrivono de "L'isola":
http://www.lankelot.eu/index.php/2007/09/27/marai-sandor-l-isola/