Prosegue Adelphi nella meritoria opera di traduzione e pubblicazione degli scritti di Sandor Márai: l’ho già notato, l’operazione non è in ordine cronologico e si può rischiare di perdere il filo necessario al collegamento fra opere ed epoca storica, così come la dimensione della crescita stilistica di questo splendido narratore di un’Europa scomparsa.
Scritto, come riportato in calce, tra luglio e settembre del 1945, Liberazione è il romanzo della fine di un incubo (l’alleanza tra le croci frecciate ungheresi e il nazismo tedesco) e l’inizio di un’era non meno fosca (l’avvento dei Russi, con tutto ciò che per l’Ungheria questo significò): l’Autore passa questo periodo nella sua casa di campagna, sfuggendo agli ultimi terribili giorni di Pest, all’assedio, al “mentre” e al “dopo”. In Terra terra! (scritto tra 1945 e 1947 ) racconterà dell’impatto doloroso con la visione del suo mondo (della sua casa, della preziosa biblioteca) squarciato dalle granate, inebetito dalla fame e dagli stenti che avrà modo di ritrovare in un breve viaggio di ricognizione a Budapest. L’assedio della capitale ispirerà allo stesso modo alcune pagine de La donna giusta.
Marai ascoltò senza dubbio molte storie di persone che quei momenti dovettero viverli in prima persona, tra gli anfratti maleodoranti dei palazzi, negli scantinati in cui alla paura si mescolava un’oscena convivenza forzata, raccolse soprattutto le speranze (vane) riposte nei liberatori il cui nome, bolscevichi, era ammantato di paura e presagi di bestialità, ma che alla fin fine non potevano che essere solo persone, come loro, gli Ungheresi, come gli Ebrei perseguitati.
La guerra trasforma ogni cosa, muta destini, cambia gli animi e spesso i nuovi padroni non sono migliori dei primi, le nuove oppressioni non sono più leggere delle vecchie.
La necessità di credere che l’assedio della città avrebbe avuto un termine e che le cose sarebbero tornate a funzionare bene è avvertita in maniera bruciante dalla protagonista del romanzo, Erzsébet, la giovane figlia di un noto scienziato inviso al governo filo-nazista che all’inizio dell’assedio russo, quando l’impotenza dei tedeschi in trappola stringe le proprie maglie d’odio attorno alla popolazione civile, dopo un periodo di latitanza sotto falso nome, riesce a nascondere il padre in una cantina murata. Il suo piccolo mondo è quasi in ordine: suo padre è al sicuro, così come l’uomo che ama, fuggito a causa della mancanza di “forza morale” del suo popolo, e lei stessa, per sfuggire alla violenza dei combattimenti, non esita a passare lunghi giorni in uno scantinato, dove in breve viene a contatto con esistenze distrutte o in via di disfacimento.
Nell’attesa di un tempo nuovo, un tempo in cui le cose dovranno per forza cambiare, fa bene all’anima raccontarsi qualche favola assurda, tranquillizzare il cuore con considerazioni sull’uguaglianza delle razze (gli Ebrei sono orgogliosi, ma sono pur sempre esseri umani; perfino i Tedeschi, prima di uccidere centinaia di migliaia di esseri umani come loro erano “persone civili” e i bolscevichi in arrivo non è possibile siano quei mostri dipinti dal regime, loro che “costruivano una società e lo facevano in maniera perfetta e spietata, ma con fede ed entusiasmo, ispirandosi ad alti ideali” (p. 128): attorno ad essi non può che essere stata costruita una grande rete di menzogne); nell’attesa della liberazione si odono storie spaventose sui campi di sterminio, si conoscono eroi silenziosi del quotidiano, ci si immagina il domani, ci si dice che sarà comunque migliore dell’oggi.
Ma quando la liberazione finalmente arriva, ha il sapore violento del sopruso ed Erzsébet si ritroverà libera senza sapere più esattamente da che cosa.
Sándor Márai costruisce il suo lungo racconto – inaspettatamente pieno di dialoghi e di movimento - attorno ad uno dei momenti più neri della storia della propria città, che condivise il destino di innumerevoli altre terre e i cui abitanti scontarono tutti allo stesso modo il grande peccato universale della guerra. Lo fa con una sorprendente lungimiranza verso il futuro, ancora incerto e nebuloso, che prestissimo lo vedrà fuggitivo, poi definitivamente esiliato per scelta da una Patria amata e perduta.
Le amare considerazioni su quanto sia facile e ingenuo pensare che l’uomo è pur sempre uomo si condensano nelle riflessioni di un compagno di solitudine della protagonista: non la sofferenza educa all’amore, né l’amore libera dalla miseria. Esiste un solo genere di liberazione: “chi è abbastanza forte da riconoscere la realtà della propria natura, chi è così forte è vicino alla liberazione. L’accetta senza sentirsi offeso, perché quella è la realtà. E, per quanto gli è possibile, vive senza falsi desideri …” (p. 121)
Una lezione che Erzsébet – troppo giovane per capire – imparerà sulla propria pelle. Una lezione che tutto il popolo ungherese, sembra dirci Márai, avrebbe fin troppo presto dovuto apprendere, trovandosi tuttavia ben presto cacciato dall’aula.
Non ci sarà infatti alcuna liberazione per Erzsébet, né per l’Ungheria perché gli uomini sono tra loro molto più uguali nell’odio e nel dispotismo, nella violenza e nella prevaricazione: le prigionie infatti si sovrappongono, annientando la speranza e a chi attendeva tempi migliori sarà dato solo un tempo diverso, ma non meno doloroso.
"E come se tutto rientrasse in un ordine - la guerra e tutto quello che è successo, questo morto e lei, Erzsébet, che ormai è libera, ma non sa che farsene di questa libertà, e come lei neppure gli altri, neppure il paralitico laggiù nello scantinato sa che farsene della libertà, perché è un essere umano ..." (p. 161)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.
Sándor Márai, Liberazione. Adelphi, Milano 2008
162 p.
(Biblioteca Adelphi 525)
Titolo originale: Szabadulas. Traduzione di Laura Sgarioto
Approfondimenti in rete
Márai su Lankelot
Ilde Menis, luglio 2008

Commenti
Un Marai fresco di stampa... !
"Scritto, come riportato in calce, tra luglio e settembre del 1945, Liberazione è il romanzo della fine di un incubo (l?alleanza tra le croci frecciate ungheresi e il nazismo tedesco) e l?inizio di un?era non meno fosca (l?avvento dei Russi, con tutto ciò che per l?Ungheria questo significò): l?Autore passa questo periodo nella sua casa di campagna, sfuggendo agli ultimi terribili giorni di Pest, all?assedio, al ?mentre? e al ?dopo?. In Terra terra! (scritto tra 1945 e 1947 ) racconterà dell?impatto doloroso con la visione del suo mondo (della sua casa, della preziosa biblioteca) squarciato dalle granate, inebetito dalla fame e dagli stenti che avrà modo di ritrovare in un breve viaggio di ricognizione a Budapest. L?assedio della capitale ispirerà allo stesso modo alcune pagine de La donna giusta".
> Bellissima contestualizzazione, necessaria per la maggioranza assoluta di noi - grazie Ilde.
Solita scheda di grandissima classe.
L'ho visto in libreria tra le novità, e ho subito pensato che avrei aspettato la tua pagina prima di avvicinarmici. Non posso non associare a te, il nome di Marai. Nel pomeriggio passo a godermi la tua recensione. Grazie sempre, Ilde!
E' uno scrittore che Ilde lo sai. Ne abbiamo già parlato. Per fortuna l'Adelphi si è prodigata per farlo conoscere anche nel nostro paese.
Ottima come sempre la Tua presentazione che invita alla lettura.
Questo è un libro che non ho ancora letto e che mi pare di cogliere dalle Tue parole si discosti per via della forma adottata dai precedenti. I lunghi monologhi e gli angusti scenari della memoria - mi pare di comprendere - cedono qui il posto ad una fitta serie di dialoghi e alla descrizione di uno scenario fisicamente più aperto. Insomma un tassello imperdibile per chi da sempre considera Marai uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. O sbaglio ?
Gian Paolo
"Ma quando la liberazione finalmente arriva, ha il sapore violento del sopruso ed Erzsébet si ritroverà libera senza sapere più esattamente da che cosa".
"Non ci sarà infatti alcuna liberazione per Erzsébet, né per l’Ungheria perché gli uomini sono tra loro molto più uguali nell’odio e nel dispotismo, nella violenza e nella prevaricazione: le prigionie infatti si sovrappongono, annientando la speranza e a chi attendeva tempi migliori sarà dato solo un tempo diverso, ma non meno doloroso".
Ecco, io queste tue righe le aggiungerei in quarta. Sempre bello leggerti, Ilde. Grazie per la preziosa segnalazione.
"L?assedio della capitale ispirerà allo stesso modo alcune pagine de La donna giusta."
Leggendo la Tua recensione ho pensato anche io la stessa cosa. Trovo che il confronto sia molto calzante.
Gian Paolo
Angela e Gf, grazie.
GP: sì, qui lo stile varia e per gli appassionati è imperdibile.
A margine: abbiamo discusso vivacemente con Monnalisa a proposito del Rogo di Berlino della Schneider. Consiglio una lettura affiancata. Interessantissime le analogie, ma anche le enormi distanze, fra autori che narrano una vicenda piuttosto simile ambientata in due Paesi tra loro nemici...
magnificamente contestualizzato, ormai ,Ilde, sei specializzata su Marai!!!! tornerò su quest'autore.