Márai Sándor

La recita di Bolzano

Autore: 
Márai Sándor

Scritto nel 1940, nel pieno di un’attività creativa di grande impegno anticipata da opere come Divorzio a Buda e L’eredità di Eszter, La recita di Bolzano rappresenta il trait d’union con i grandi romanzi successivi (La donna giusta, iniziato nel 1941, Le Braci, 1942) a conferma di un’abilità non limitata al saper usare semplicemente la penna, ma estesa a sondare con profonda conoscenza i rapporti di forza che ogni relazione d’amore inevitabilmente traccia.

Cari all’Autore, gli scenari narrativi teatrali trovano qui un perfetto compimento, poiché questa è la storia di uno spettacolo architettato e rappresentato, ed è spettacolo essa stessa: ci sono attori, quinte e comparse, voci narranti e lunghissimi monologhi a occupare intere scene. Anche il tempo è quello del teatro, un Settecento italiano lontano da Rivoluzioni e da filosofie illuminanti e illuminate, più da Goldoni che da Voltaire, per intenderci.

Il protagonista è un Giacomo Casanova che sembra uscire appunto dalle pagine di una farsa, furfante e imbroglione, uno che si procura da vivere con bugie e sotterfugi, uno davanti al quale si spalancano perfino le sbarre dei Piombi, uno al cui fascino nessuno può a lungo resistere. Ma la commedia umana non scrive il lieto fine e impone ai suoi attori di indossare la maschera fino all’ultima scena, anche quando essi vorrebbero disfarsene, guardarsi negli occhi e nell’anima, riconoscersi e sfidare le menzogne imposte dalla vita.

La rocambolesca fuga da Venezia di un nobiluomo della fama del Casanova, scuote dalle fondamenta la posata, seria, pudica città di Bolzano. Eppure gli sguardi delle donne ora sono ridenti, l’umore degli uomini è risollevato, nell’aria novembrina già gravida delle lunghe nevi invernali si avverte un refolo nuovo, quasi un venticello lieto. Perché qualcuno è fuggito all’ordine dei potenti e di coloro che difendono le proprie verità con il denaro, il potere, la minaccia. Giacomo ha scelto Bolzano come tappa intermedia verso la libertà, senza sapere che lo attende un appuntamento con un destino ineluttabile, con un se stesso che dovrà imparare a conoscere nell’arco di una notte, con la Vita stessa.

La vita è Francesca, giovanissima moglie del Conte di Parma, che Giacomo aveva conosciuto appena quindicenne, cinque anni prima, nella casa di lei. Delicato fiore selvatico, la fanciulla aveva conquistato il cuore del veneziano, tanto da indurlo a battersi con il nobile e assai anziano spasimante della ragazza. Le ferite riportate non erano state solo fisiche, per la prima volta nella sua non breve vita l’uomo si era trovato davanti al fascino misterioso di un sentimento forte, che nella memoria evoca un desiderio di stabilità mai soddisfatto. Soprattutto ora che la giovinezza se n’è andata e sul viso il tempo disegna ragnatele affilandone i tratti. Quel desiderio, quei sentimenti, l’amore in fin dei conti, sono tuttavia ancor più radicati nel legittimo consorte della ragazza, che si è acquistato, sposandola, il diritto a una vecchiaia serena. L’arrivo di Giacomo sconvolge ogni cosa perché il conte intuisce immediatamente la portata del pericolo, intercettando un biglietto che la moglie manda all’antico amore. E corre ai ripari, perché conosce la natura umana, conosce Francesca e conosce il suo rivale. Viene così allestita una commedia, una recita, appunto. Giacomo non può rifiutare e non tanto per le minacce del conte, ma perché nel fondo della sua anima sa che più forte di ogni sentimento è in lui la sete di avventura e di libertà. Sa che a Francesca non potrà mai offrire il calore di una casa e di una vita ordinaria. Accetta perché neppure immagina cosa davvero accadrà e si impegna a regalare a Francesca una notte in cui – come un attore consumato sulla scena – reciterà il suo pezzo migliore, allontanandola da lui per sempre.

E così avverrà, ma in un modo del tutto imprevisto per entrambi. Se cinque anni prima il duello con il conte aveva lasciato Giacomo agonizzante, in modo non dissimile l’incontro con Francesca lascerà segni indelebili nella sua anima, epilogo di una vita che avrebbe potuto essere e prologo di quella che effettivamente sarà da quel momento in poi. Gli innamorati, uniti per sempre da un’invisibile ferita, vivranno come maschere destinate a coprire il volto vero del proprio sentimento e dei propri sogni, nella vana attesa di un sipario che forse non si alzerà mai.

Marai sviluppa l’intreccio narrativo come di consueto lungo due piani paralleli: il racconto vero e proprio, la voce narrante, e i monologhi – lunghi, lunghissimi – dei vari personaggi, atti ad aggiungere, spiegare, fornire particolari, appena punteggiati qua e là dalle interruzioni di chi li ascolta. Altro espediente stilistico tipico dell’Autore è il “discorso sugli assenti”, che troverà il suo esempio più compiuto nelle Braci. Si parla, o meglio, si intessono monologhi dal sapore del soliloquio, attorno a qualcuno che non c’è. Ne La donna giusta, Marai mostrerà – dilatato nel tempo – il punto di vista di ciascun personaggio sugli altri, ma anche questo romanzo da principio escludeva il parere della protagonista dei pensieri dei due coniugi attorno ai quali la narrazione si sviluppa. Qui invece abbiamo la possibilità di confrontare le idee di Giacomo e del conte incontrando di persona Francesca, udendola parlare. Anzi, la sua parola si scontrerà con un silenzio che deciderà le sorti della vita di tutti. Il grande tema dell’amore viene affiancato a quello sempre attuale della complicazione dell’animo umano. In questo caso la prospettiva maschile è privilegiata, ma alle donne (la piccola servetta Teresa, Francesca stessa) viene comunque regalato uno spessore di grande acume psicologico e una supremazia dal sapore dolcemente vendicativo sui destini che gli uomini credono di poter condurre da soli, ma sui quali di fatto sono proprio loro, le donne, ad avere la parola conclusiva. Anche quando non siano esse a pronunciarla.

“Francesca non mi ha mai scritto una lettera, né sarebbe stata in grado di farlo, visto che un anno fa non conosceva ancora i segreti della scrittura. Fu appunto un anno fa, poco dopo il ritorno del poeta castrato, che cominciò a mostrare interesse per la scrittura – più o meno quando da Venezia si sparse la voce che eri stato imprigionato dall’Inquisizione. […] Lei imparò le lettere dell’alfabeto perché voleva mandarti un messaggio: invece poi non ti ha scritto, vedi, so con certezza che non lo ha fatto, perché la scrittura, per un cuore casto e puro, è il colmo della spudoratezza …” [p. 171] 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.

Sándor Márai, “La recita di Bolzano”, Adelphi, Milano 2005. 
Gli Adelphi, 265. Traduzione di Marinella D’Alessandro.

Tit. orig. “Vendégjaték Bolzanoban”, 1940.

Opere di Sándor Márai tradotte in italiano: Confessioni di un borghese, Divorzio a Buda,La recita di Bolzano, L’eredità di Eszter, I Ribelli, Le braci, La donna giusta, Truciolo Terra, terra!, La sorella.

 Ilde Menis, luglio 2005

Già apparso su www.lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788845919756

Commenti

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"la scrittura, per un cuore casto e puro, è il colmo della spudoratezza ??
Splendida la citazione finale.

interessantissime le tue osservazioni stilistiche. Grazie.
"alle donne (la piccola servetta Teresa, Francesca stessa) viene comunque regalato uno spessore di grande acume psicologico e una supremazia dal sapore dolcemente vendicativo sui destini che gli uomini credono di poter condurre da soli, ma sui quali di fatto sono proprio loro, le donne, ad avere la parola conclusiva."
Insomma le donne vogliono sempre l'ultima parola! :-)
e tramano sottobanco!!!!

Il cappello è già fondamentale, proprio in considerazione di quel che ci scrivevi altrove; ossia, dell'ordine di pubblicazione non cronologico delle sue opere in edizione Adelphi.

"Scritto nel 1940, nel pieno di un?attività creativa di grande impegno anticipata da opere come Divorzio a Buda e L?eredità di Eszter, La recita di Bolzano rappresenta il trait d?union con i grandi romanzi successivi (La donna giusta, iniziato nel 1941, Le Braci, 1942)" > ecco quindi una lucida puntualizzazione sulla centralità del testo nella produzione di SM.

"Il grande tema dell?amore viene affiancato a quello sempre attuale della complicazione dell?animo umano. In questo caso la prospettiva maschile è privilegiata, ma alle donne (la piccola servetta Teresa, Francesca stessa) viene comunque regalato uno spessore di grande acume psicologico e una supremazia dal sapore dolcemente vendicativo sui destini che gli uomini credono di poter condurre da soli, ma sui quali di fatto sono proprio loro, le donne, ad avere la parola conclusiva"

E qui mi sembra si torni su un tema che ti è particolarmente caro, ossia la lettura della femminilità e la capacità di fondare grandi figure femminili nelle Letterature. Ho ricordi a questo punto appannati del romanzo, e credo che potrei riuscire a dibattere diversamente solo dopo una seconda lettura. Chissà...;).
Intanto, cara Ilde, grazie per la ripubblicazione. Vado a integrare tags!

"Altro espediente stilistico tipico dell?Autore è il ?discorso sugli assenti?, che troverà il suo esempio più compiuto nelle Braci. Si parla, o meglio, si intessono monologhi dal sapore del soliloquio, attorno a qualcuno che non c'è"

> Grande rilievo, questo. Chapeau.

?alle donne viene comunque regalato uno spessore di grande acume psicologico e una supremazia dal sapore dolcemente vendicativo sui destini che gli uomini credono di poter condurre da soli, ma sui quali di fatto sono proprio loro, le donne, ad avere la parola conclusiva. Anche quando non siano esse a pronunciarla?.

Ilde, come vorrei davvero che fosse così!

La rec è eccellente: è un libro da leggere senza fretta. L?autore era innamorato della parola e della bella scrittura e il ?ritmo? della storia lo rivela. E' uno stile d?altri tempi, ma molto interessante ed attagliato alla storia stessa.
Grazie

Raffaella

A Franco: povera me, meno male che ripassi sempre i nostri lavori. Mi pareva di aver dimenticato qualcosa!!!!
***
E sì, è vero: le figure femminili in letteratura - specialmente quando narrate da uomini - sono il mio pallino!!!

***
Raffaella: l'ultima parola ce l'hanno (forse) giusto le donne di Màrai, quasi mai quelle reali. Ho ADORATO la Francesca della Recita di Bolzano, più di tante altre protagoniste dei romanzi di M., per la sua straordinaria forza.
Grazie a te della lettura, parleremo ancora di Màrai...

"Il grande tema dell?amore viene affiancato a quello sempre attuale della complicazione dell?animo umano"

mi pare degno di attenzione, allora.

allora opinione molto utile...
scusaaaaaaaaa ... ho sbagliato sito, capita ad una certa età. Spero tu mi perdoni. Anche se non lo farai, mi farò perdonare :-) Son serio ora. Ennesimo titolo che tengo d'occhio.