Un romanzo complesso, per certi versi spiazzante, pregno di tutte quelle idee sull’amore, la vita e i suoi misteriosi intrecci che gli amanti di Sándor Márai ritroveranno come vecchie conoscenze soprattutto nelle prime due parti. Poi, chi ricorda i lunghi, interminabili e meravigliosi monologhi delle Braci o della Recita di Bolzano, avrà l’impressione di essersi sbagliato: forse la fisionomia del vecchio amico c’è, ma in lui tutto sembra parlare un linguaggio diverso, come chi ritorni da un lungo soggiorno all’estero e abbia ormai assunto costumi e atteggiamenti del Paese straniero, assai poco famigliari a chi è rimasto in patria.
La metafora non è oziosa: Márai compose questo romanzo nell’arco di quasi quarant’anni. I primi due monologhi sono dati alle stampe in ungherese nel 1941, il terzo – scritto durante l’esilio italiano dell’autore - viene aggiunto all’edizione tedesca del 1949 e nel 1980 finalmente l’opera è rielaborata e conclusa con un ultimo breve epilogo finale.
La distanza temporale degli scritti va a coincidere con una presa di coscienza storica da parte dello scrittore che ritroveremo pienamente nelle Confessioni di un borghese e in Terra, terra! (narrazioni autobiografiche che sulla Storia insistono e di essa si nutrono, non già quindi finzioni letterarie "calate" in essa). Qui si può dire che essa permei l’intera ossatura del romanzo, da un certo momento in avanti rendendosi quasi protagonista, tanto che se inizialmente l’impressione del lettore è di assistere alla rappresentazione di una piéce – modello caro al Nostro – sull’amore coniugale nella cornice di un universo borghese ormai morente, all’improvviso ci si trova catapultati al di fuori di quel mondo congelato e artefatto, ma anche stabile e per secoli immutabile, ora sezionato, frugato nella sua intimità e quasi derubato del fascino discreto della sua decadenza, da occhi impietosi e distanti.
Una rilettura è oltremodo necessaria a ricomporre le fila dello stupore incredulo che la perfetta architettura della trama non riesce a sciogliere immediatamente, generando una sensazione quasi fastidiosa di capovolgimento da cui il lettore ignaro delle vicende editoriali rischia di venir travolto.
Il sipario si alza su una conversazione femminile, al tavolo di un caffè.
L’argomento è un matrimonio terminato con un divorzio. Secondo una rigorosa logica muliebre di cause ed effetti, la colpa è in apparenza di una donna, l’altra donna, quella giusta, appunto, che ha atteso il suo momento con costanza e determinazione e ha vinto la battaglia tra l’amore onnivoro e quasi devastante di una moglie e le rigide convenzioni sociali che avrebbero imposto una ragionevole rinuncia.
In realtà la questione è più delicata e naturalmente (trattandosi di donne) ricca di sfumature psicologiche sottilissime ed acute. L’amore non può, non deve, essere mai totale, né totalizzante. Non lo consente la società, non lo consente la ragione e sembra che anche Dio abbia qualche remora nei confronti di atteggiamenti umani portati all’estremo. Soprattutto, non lo consente l’uomo verso cui questo sentimento è indirizzato. Per riservatezza, per carattere e forse per viltà.
Le donne, invece, in amore duellano senza paura e ad armi pari, consapevoli che una di loro dovrà soccombere, indipendentemente dai sacri vincoli, dalle regole e dalle apparenze.
Il secondo atto vede – sempre al tavolo di un locale – una conversazione maschile. Parla l’uomo, il marito, colui che per amore, ma più probabilmente per sfuggire alla gelida morsa di una solitudine interiore, diventa preda di due donne.
Il monologo mette a nudo l’anima del protagonista, ne seziona i sentimenti, le speranze deluse, il senso continuo di inadeguatezza fra i suoi simili. Innamorarsi di Judit, la giovane cameriera di casa è un tale sovvertimento a un ordine costituito e rigido di generazioni, da risultare insopportabile allo stesso latore del sentimento, ed egli è indotto a fuggire, a viaggiare, a sposare una donna del suo ambiente, a condurre una vita di ricche apparenze e di vuote, tetre sostanze.
Ignaro di essere divenuto, nel frattempo e nell’attesa silenziosa, oggetto di una contesa feroce e, successivamente, mezzo di sorda vendetta attraverso la scalata a un rango che tuttavia può appartenere davvero solo a chi vi è nato e cresciuto. A chi ne porta per sangue il marchio.
La serva che diviene padrona non riesce, nonostante ogni sforzo, ad appropriarsi del mondo cui aspira da quando, ragazzina, vi ha messo piede e non saprà fare altro che, come sempre, servirlo e guardarlo con odio poiché non può possederlo davvero.
Il romanzo doveva chiudersi a questo punto, ma pochi anni dopo il secondo conflitto mondiale, Márai aggiunge un terzo monologo che lascia, come dicevo, il lettore piuttosto allibito di fronte al cambio di registro narrativo e – in parte – stilistico. Chi parla, qui, è lei, Judit, la donna giusta. Finalmente conosciamo il punto di vista del fantasma che aleggiava nei discorsi precedenti dei due ex coniugi. Tutto sommato l’uscita dall’ombra di questo personaggio regala allo scrittore la soddisfazione di averne data un’impressione diversa nei pensieri dei primi due protagonisti e la possibilità - un tantino sadica - di restituire al pubblico una figura nuova, scardinando le certezze che su di lei via via si erano venute a costruire. L’affanno è tale da far sospettare una volontà di destabilizzazione del tessuto narrativo, rispondente forse a una momentanea necessità interiore di spiegare a se stessi quel che è accaduto al mondo. L’assedio di Budapest, la miseria, le difficoltà del periodo immediatamente postbellico fanno vagamente a pugni con la contemporanea narrazione della vita “di prima” tra agi e lussi cui ormai si è rinunciato per sempre, poiché la guerra ha seppellito assieme ai ricchi anche quel loro assurdo modo di vivere fatto di piccoli riti quotidiani, di valori ritenuti immutabili, di un ordine costituito al quale era inopportuno oltre che impossibile ribellarsi.
Ma quanta nostalgia c’è in Márai per quel mondo? Molta, io credo, soprattutto in considerazione del fatto che se ne andò dalla patria volontariamente, incapace di comprendere e di accettare una “democrazia” che di fatto livellava socialmente gli strati della popolazione mantenendo tuttavia molti privilegi per i pochi a capo di tutto. Nelle Confessioni di un borghese (1936) troviamo la chiave di lettura del disinganno e della delusione che il nuovo ordine genera nell’anima dello scrittore e – soprattutto – dell’ungherese all’indomani della vittoria comunista.
Il popolo si è impadronito del potere, già, ma mai, mai potrà impadronirsi dello spirito borghese di un’epoca sepolto da tonnellate di macerie anche morali. Le parole aspre, a tratti fastidiose, di Judit nel rievocare i tempi del suo servizio a casa dell’uomo che sarebbe poi diventato suo marito, quando tentano di prendere il tono della rivalsa sociale stridono, ed è fin troppo palese la sottile vendetta dello scrittore nel vestire di frustrazione l’incapacità della popolana arricchita di capire a fondo il mondo cui lui stesso apparteneva totalmente.
Sullo sfondo della vicenda, presente in tutti i monologhi, quasi protagonista dell’aggiunta data 1949, la figura ambigua, probabilmente autobiografica, di uno scrittore di successo che all’indomani della guerra però fugge alla misteriosa ricerca di un’atmosfera oramai inesistente nel suo paese, che sola può dare consolazione all’uomo e all’artista. Amico del protagonista maschile, profondo conoscitore di anime, Làzar attraversa la vita dei quattro narratori in modo del tutto originale, additando di volta in volta una direzione che tuttavia nessuno segue, e la cui portata è intuita eccezionalmente solo da Judit, quando, come un’antica vestale, delinea il contorno umano e artistico di un uomo stanco di indicare la strada agli altri, ora che anche lui l’ha perduta.
A trent’anni di distanza, l’autore sente la necessità di riprendere questo suo romanzo, di rielaborarlo, di dire, insomma, ancora un’ultima cosa. Inventa così un epilogo, ambientato in quella che sarà anche la méta finale di un Márai disincantato e ormai anziano: l’America. L’ultimo amante di Judit racconta il primissimo dopoguerra, l’avvento del nuovo regime, il terrore per chi si sottraeva allo spionaggio di Stato o, semplicemente, alla delazione.
Il monologo finale sembra per molti versi un racconto decisamente a parte, una specie di appendice legata al resto solo per cenni deboli, dalla morale vagamente scontata: il vecchio mondo è scomparso, i suoi protagonisti morti oppure fuggiti, la patria è questa terra nuova, piena di nuove insidie e di nuove possibilità, ma vuota, nel cuore, di quei valori antichi (un po’ borghesi?) vivi ormai solo nel ricordo dei vecchi e destinati quindi a non sopravvivere loro. Quello che voleva forse essere il canto di un bardo morente, arreso ormai all’avanzare di un tempo che non lo avrebbe visto protagonista, si trasforma nel pianto sommesso di chi ha rinunciato alla lotta e alla speranza, e ha consegnato a un successore ignavo la chiave del proprio tesoro.
Spiace constatare l’assenza di una critica complessiva a Sándor Márai, dovuta certamente alle traduzioni ancora in corso delle sue opere, fatto che rende difficile e azzardato qualsiasi giudizio sullo scrittore e sull’uomo. Nella speranza che queste lacune (di traduzione e critica) vengano presto colmate, resta il piacere della lettura dei suoi scritti, della lucidità delle intuizioni, anche stilistiche e della narrazione di quel mondo borghese certamente amato e dolorosamente perduto.
“Che cos’è questa roba che non siamo ancora riusciti ad arraffare ai borghesi? È difficile levargliela, perché quei miserabili l’hanno imboscata per bene, che nemmeno a buttar giù i muri si riuscirebbe a scovarla…” [p. 436]
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.
Sándor Márai, “La donna giusta”, Adelphi, Milano 2004.
Biblioteca Adelphi, 458. Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor.
Pubblicata per la prima volta nel 1941 con il titolo Az igazi [La donna giusta], comprendente due lunghi monologhi, l’opera è arricchita da un terzo monologo scritto durante l’esilio italiano per l’edizione tedesca del 1949 uscita con il titolo Wandlungen der Ehe. Nel 1980 il tutto viene rielaborato e dato alle stampe col titolo Judit … és az utòhang [Judith… e un epilogo].
Opere di Sándor Márai tradotte in italiano:
Confessioni di un borghese, Divorzio a Buda,L’eredità di Eszter, I ribelli, La recita di Bolzano, Le braci, Truciolo, La donna giusta, Terra, terra!, La sorella
Ilde Menis, dicembre 2004
Già apparso su www.lankelot.com
Commenti
Anch'io ho la sensazione di una nostalgia dell'autore per il passato, per i tempi dell'impero asburgico. leggendo Le braci.
"Le donne, invece, in amore duellano senza paura e ad armi pari, consapevoli che una di loro dovrà soccombere, indipendentemente dai sacri vincoli, dalle regole e dalle apparenze."
Sbaglio, o Marai secondo te, è uno dei pochi scrittori maschi che sanno parlare anche delle sensazioni femminili senza sbagliare?
Interessantissimo il fatto che su questo testo l'A sia tornato più e più volte, sarebbe un argomento che la critica dovrebbe approfondire meglio.
Grazie per l'ottima presentazione, davvero esauriente. :-)
La nostalgia di un mondo ormai inesistente, anzi, schiacciato e annientato dalla potenza straniera e il conseguente esilio dalla propria patria porteranno Marai alla morte, così come accadde ad altri "esuli" (penso a tanti Russi, soprattutto).
Quanto alla capacità dello scrittore di sondare l'animo femminile (del proprio tempo, è naturale) sì, è uno fra i pochi, anche se il migliore resta probabilmente Arthur Schnitzler.
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Per la critica su Marai, come scrivevo, dobbiamo attendere con pazienza che venga tradotto tutto. Ne La sorella, ad esempio, troverai uno spirito narrativo diversissimo. Ma Le braci non erano ancora state scritte :)
Questa puntualizzazione - che si rivela spaccato - è fondamentale:
"Márai compose questo romanzo nell?arco di quasi quarant?anni. I primi due monologhi sono dati alle stampe in ungherese nel 1941, il terzo ? scritto durante l?esilio italiano dell?autore - viene aggiunto all?edizione tedesca del 1949 e nel 1980 finalmente l?opera è rielaborata e conclusa con un ultimo breve epilogo finale.
La distanza temporale degli scritti va a coincidere con una presa di coscienza storica da parte dello scrittore che ritroveremo pienamente nelle Confessioni di un borghese e in Terra, terra! (narrazioni autobiografiche che sulla Storia insistono e di essa si nutrono, non già quindi finzioni letterarie "calate" in essa)."
Domini totalmente la produzione dell'autore. Mostruoso:).
Il discorso sul "punto di vista del fantasma" solletica parecchi pensieri. Davvero preziosa la ripubblicazione. Danke Ilde.
?Che cos?è questa roba che non siamo ancora riusciti ad arraffare ai borghesi? È difficile levargliela, perché quei miserabili l?hanno imboscata per bene, che nemmeno a buttar giù i muri si riuscirebbe a scovarla?? [p. 436]
> questa "critica complessiva" che domandi dovresti curarla tu. Scrivi ad Adelphi, candidati e allega tutto quel che hai già scritto su SM.
Gf sei sempre così adorabilmente ottimista!
Adesso - colpa del diario della Berberova! - sono impelagata con i Russi della seconda generazione (e in particolare gli esuli dalla Russia rivoluzionaria che riparano in Europa). Una roba impressionante, degli intrecci imprevedibili. Ti racconterò, Vi racconterò! Ma perché nei licei si studia solo la letteratura di 4 Paesi (quando va bene)?
E' un mistero che dobbiamo svelare:)
?Quello che voleva forse essere il canto di un bardo morente, arreso ormai all?avanzare di un tempo che non lo avrebbe visto protagonista, si trasforma nel pianto sommesso di chi ha rinunciato alla lotta e alla speranza, e ha consegnato a un successore ignavo la chiave del proprio tesoro?.
Eccellente, Ilde. Sei una continua sorpresa che regali a chi ti legge, mentre rifletti su una storia che tratta ciò che di più delicato c?è al mondo: i sentimenti, e su come questi possono divampare nell'animo come una fiamma incontenibile, dando vita, quando non vengano corrisposti, al risentimento, alla ferocia, alla vendetta.
Perché è nelle zone chiaroscurali dell'animo umano che Màrai predilige addentrarsi, calarsi fino in fondo, e poi di questa esplorazione tutta interiore colmare le sue storie.
Ti ringrazio
Raffaella
"è nelle zone chiaroscurali dell?animo umano che Màrai predilige addentrarsi, calarsi fino in fondo, e poi di questa esplorazione tutta interiore colmare le sue storie": sì, Raffaella, hai ragione e grazie a te per questo appunto così incisivo sul modus narrandi di M.
(quanto ai Licei, ho una teoria. Sino al terzo classico - non contemplo il resto - fondamentalmente avrebbe senso dedicarsi solo alla Letteratura Italiana, Shakespeare e Villon e Milton a parte. Assieme a quella Greca e Latina. Durante il terzo ci si deve aprire all'Europa, ma il problema è legato ai programmi e alla capacità di apprendimento dei giovani. Ma non ho ancora in mente una riforma migliore di quella del perduto GENTILE).