Marías Javier

Tutte le anime

Autore: 
Marías Javier

Se chiamo me stesso io, (...) è soltanto perché preferisco parlare in prima persona, e non perché io creda che sia sufficiente la facoltà della memoria perché qualcuno continui ad essere lo stesso in tempi diversi e in spazi diversi. Colui che qui racconta quel che vide e quel che gli capitò non è colui che lo vide né colui al quale capitò, e neppure è un suo prolungamento, una sua ombra, un suo erede, un suo usurpatore”.
Marías lascia che il protagonista di “Tutte le anime” descriva con la lucidità tipica del senno di poi, i due anni vissuti in quel “luogo immutabile e inospitale e conservato sotto sciroppo”, che è Oxford. Si prende gioco dell'etichetta british evidenziandone il ridicolo con il sarcasmo mediterraneo dei suoi occhi caldi, non velati, che osano guardare senza nascondersi. Diretti alla scollatura dell'unica commensale realmente interessante. E ora immersi nel ricordo, volti a condividere la storia del turbamento di chi, abituato a stare nel mondo, se ne ritrova improvvisamente fuori, sentendosi spezzato. Perché Oxford non è Madrid e le ore si dilatano nella piattezza e nell'inerzia, dando vita ad un apatico ciclo di giorni uniformi e permeati dall'angoscia latente, suscitata dalla consapevolezza di aver perso la propria dimensione, senza tuttavia essere mai stato nella nuova e quindi senza che vi sia un solo testimone della propria continuità.
Clare Bayes, allora, diventa il suo approdo e il suo antidoto alla noia. La loro relazione nasce come una parentesi da frapporre al vuoto, portando già impressa la sua data di scadenza. Ciò nonostante “non può permettersi di disporre di tutto il proprio tempo e di non avere a chi pensare, perché se lo fa, se non pensa a qualcuno ma soltanto alle cose, se non vive il suo soggiorno e la sua vita nel conflitto con qualcuno o nella sua previsione o anticipazione, finirà col non pensare a niente, disinteressato a quanto gli sta attorno e anche a quanto possa provenire da lui stesso”. In quest'ottica, pertanto, l'altro è l'incognita che dà un senso al monotono ripetersi della gestualità del vivere. Al vagabondaggio per librerie antiquarie, al semplice sforzo di aprire gli occhi dinanzi ad un nuovo sole, nella luce immobile delle primavere inglesi in cui lo studio, le lezioni, la lunga toga nera e le domande degli studenti del college All Souls (da cui deriva il titolo), rappresentano pure formalità. Le chiacchierate con Cromer-Blake ne sono un'evidente dimostrazione.
Ma, come ormai di consueto nei romanzi dello spagnolo, non tardiamo ad accorgerci della scarsa rilevanza del plot nell'economia del testo. La vicenda narrata, quindi, appare del tutto secondaria e pur inseguendo un cerchio, la cui chiusura perfetta, stavolta, non manca di risultare forzata, non va oltre l'effetto di una ricca cornice, in cui i personaggi, benché mirabilmente costruiti, non sono altro che espedienti strumentali alle riflessioni dell'autore: vero sale dell'opera. Marías si abbandona ad un periodare ipotattico, lento e denso capace di disorientare e al contempo affascinare il lettore, consegnandogli pagine che sono ritratti perfetti delle nostre debolezze, paure e ossessioni. Perfino delle più semplici abitudini quotidiane. Leggere, pertanto, diventa il miracoloso specchiarsi dei propri pensieri neppure mai formulati, in righe d'inchiostro che sembrano farci eco. E si rinnova la gioia della condivisione che passa per l'identificazione, quasi come se a vederle scritte certe idee nemmeno mai sussurrate, ci si sentisse legittimati, addirittura confortati da quello che si percepisce come un abbraccio di parole. Perché lo scrittore conosce la “sensazione di discesa (…) di chi passa anni permettendo alla morte di avvicinarsi”. Sa “com'è faticoso e com'è molesto pensare con turbamento e perciò pensare tanto”. Sa quanto sia necessario “smettere di pensare e parlare invece per riposare dal quel pensiero che unifica e associa e stabilisce troppi legami”. Le frasi di Rylands sono così vere da far male, ma anche la solitudine del protagonista: tangibile come la spazzatura che considera “il filo della vita, e anche il suo orologio”. Giacché “il sacchetto e il secchio sono la prova del fatto che quel giorno è esistito e si è accumulato (…). L'unico riscontro, l'unica prova o conferma del trascorrere di quell'uomo”.
Allora poco importa se nella tragedia che ha segnato l'infanzia di Clare, si incastri male la figura di Gawsworth, poco importa se Marías indulga all'immagine più stereotipata dei dons con le loro high tables, con i loro vizi e l'incorreggibile tendenza al pettegolezzo. Qualcuno ha interpretato il romanzo, come un sagace colpo di coda del madrileno che avrebbe preso spunto dalla personale esperienza d'insegnante ad Oxford, per dipingere ironicamente l'anacronistico mondo dell'accademia britannica. Francamente la natura autobiografica del libro non è rilevante. Del resto Marías è il primo a riconoscere come “siamo sempre condannati da quello che diciamo. O da quello che ci viene detto”. È il rischio inevitabile di chi racconta, a maggior ragione di chi vive per scrivere e scrive per vivere. E se è vero che “tutto ciò che ci succede, (…) tutto quello che vediamo con i nostri occhi o esce dalla nostra lingua o entra attraverso le nostre orecchie”, deve avere un destinatario, allora mi piace credere che la scelta di Marías sia ricaduta sui suoi lettori. Perché non c'è segreto che non possa essere svelato. Non quando lo si fa con tale stile.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Javier Marías è nato a Madrid nel 1951. Ha insegnato negli Stati Uniti, a Oxford e alla Complutense di Madrid. Ha acquistato larga notorietà in Europa con alcuni romanzi di carattere psicologico: Domani nella battaglia pensa a me, Un cuore così bianco, L’uomo sentimentale. Tradotto in tutto il mondo e vincitore dei più importanti premi letterari, è anche traduttore e saggista.
(fonti:
antenatiwikipedia)

Javier Marías, “Tutte le anime”, Einaudi, Torino, 2002
Titolo originale: Todas las almas
Traduzione di Glauco Felici
Pp.222

Approfondimento in rete:
javiermarías.es / Marías su Berlusconi / Intervista / galeon.com/ 

Angela Migliore, febbraio 2010

Marías in Lankelot:
qui

ISBN/EAN: 
9788806179588

Commenti

[Marías] Terzo titolo dello

[Marías] Terzo titolo dello spagnolo su Lankelot, piano piano conto di aggiungerne altri. 

[marias] scrivi: "Perché

[marias] scrivi: "Perché Oxford non è Madrid e le ore si dilatano nella piattezza e nell'inerzia, dando vita ad un apatico ciclo di giorni uniformi e permeati dall'angoscia latente, suscitata dalla consapevolezza di aver perso la propria dimensione, senza tuttavia essere mai stato nella nuova e quindi senza che vi sia un solo testimone della propria continuità."

> Piacerebbe a thom yorke. ehm.

[Marías] Ah sì?

[Marías] Ah sì?

[Marias] per come racconta

[Marias] per come racconta lui Oxford...

[Marías] Conosco poco, ma

[Marías] Conosco poco, ma prima o poi leggerò il tuo megasaggio e capirò qualcosa in più. Almeno spero.

[Yorke] vedrai:). Non ha un

[Yorke] vedrai:). Non ha un rapporto brillante con la sua città. Si direbbe un alieno sbarcato a Oxford. Qualcosa del genere:)