Nel 1975 Giorgio Manganelli si apprestava a prendere un aereo che lo avrebbe portato, quale inviato de “Il Mondo”, in un Paese che 14 anni prima aveva lasciato un forte segno nelle vite di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, entrambi autori di originali memorie di viaggio impresse su carta. A confrontare, in sintesi, la diversità degli approcci ci penserà poi Renzo Paris in uno dei racconti di “Ragazzi a vita”, anche lui reduce di quell'esperienza. L’India è la meta che accoglie il nostro per un intero mese, in solitudine, privo, per scelta dichiaratamente orgogliosa, di una qualsiasi macchina fotografica al seguito. Manganelli aveva tentato di prepararsi mentalmente ad affrontare l’avventura con un approccio intellettualmente distaccato alla lettura di “Siddharta” di Herman Hesse, nonché alle conoscenze di Aldous Huxley sul Vedanta. Aveva trascorso le due settimane precedenti la partenza tenacemente immerso nella spiritualità teorica, alla ricerca dell’Atman, per poi ritrovarsi in volo ad osservare la sua anima diventare sempre più soffice e limpida, una volta fuoriuscita dal taschino della giacca.
Ed eccolo lì, finalmente su quell’aereo “contento in quell’uovo deposto nei cieli da una mirabile gallina iperurania” (pag. 15), ansioso, o meglio terrorizzato da quello che la grande “madre dell’Assoluto” gli avrebbe riservato durante il suo percorso: “l’India non sarà mica un paese cosmico? Per noi che di cosmico non abbiamo più niente, eccetto un po’ di astrologia settimanale, potrebbe essere un trauma intollerabile. Non ci sarà, mi dico vigliaccamente, un po’ troppo Assoluto in questo paese che gode del mistero e degli enigmi?” (pag. 19). Il viaggio d’andata giunge al termine e, una volta sceso dal velivolo, si trova a respirare l’aria dell’India, tra il dolce e l’amaro, capace di irretire qualsiasi visitatore come il serpente della tentazione con la molteplicità delle sue visioni, con la miseria che si è incarnata nel mondo, tra gli uomini di quella terra. Quell’odore cancella in un attimo Huxley e il Siddartha perché si trova in India, “alle soglie di una malattia continentale, di un luogo che con la prima zaffata d’aria mi bofonchia alcunché di disfacimenti, di lebbra e di idoli” (pag. 23).
La sua prima tappa è Bombay, oggi Mumbay, città che gli permette di percepire concretamente l’autodistruzione delle sue conoscenze sull’India, privato in un lampo di quell’ordine mentale a cui era predisposta la sua identità occidentale. L’India, per lui, inizia dalla sporcizia delle casupole di Bombay che progressivamente vengono sostituite dal cementificio di quella che era, già ai tempi, una metropoli. Inizia a conoscere Bombay in un percorso che, per associazione di idee, non può che iniziare dallo “sfintere”, fino a risalire più in su mano a mano che si avvicina alla Porta delle Indie, al centro originario, affacciato sull’Oceano, dove la città si era sviluppata con l’arrivo dei Portoghesi e degli Inglesi.
Capisce, quindi, che il suo modo di vedere le cose non ha ragione di essere e di esistere in un posto come l’India, che l’ordine deve essere sovvertito, così come dovrà imparare a farsi allontanare naturalmente dai mendicanti che lo circondano in ogni dove nei primi giorni. La prima notte viene avvicinato da un intermediario della prostituzione, un ruffiano sfuggito a quei lunghi e affollati quartieri descritti nelle guide che si è portato dietro. Non tutti li citano, ma esistono e devono essere veduti per poterli in qualche modo afferrare nella loro disarmante integrità. Lui che indossa una faccia chiaramente estranea agli indigeni richiama l’attenzione sfacciata ma onesta per un’offerta di “bella puttane”, dopo esser stato riconosciuto come italiano. Non si stupisce più di tanto che si possa comprendere la provenienza, piuttosto ammette che “quest’ultima parola pare accompagnare la diaspora nazionale per il mondo, distintivo dei nostri appetiti” (pag.34).
Bombay gli insegnerà quindi come continuare ad andare avanti in quei luoghi, imparando proprio dal mendicante stesso l’arte di tenerlo lontano. Non basta rifiutare più o meno gentilmente la richiesta, perché il mendicante non lo lascerà andare conoscendo il disagio dell’occidentale, soprattutto se benestante, di fronte all’assoluta miseria e alla malattia. Il mendicante in fondo non ne comprende gli atteggiamenti, non sa che gli occidentali aspirano ad esser buoni nel timore della morte. Per l’indiano, invece, l’occidentale porta con sé soldi e sensi di colpa, entrambi utili alla sua sopravvivenza. Manganelli impara così l’ascesi dall’elemosina, poiché occorre addestrarsi mentalmente a guardare attraverso i questuanti, fino a farli diventare più invisibili di quello che la società umana impone loro di essere. Solo in questo modo potrà continuare il suo viaggio, senza sentirsi soffocare dal disagio e, nonostante l’avarizia, dalla voglia di svuotarsi le tasche per riempire di ulteriore disperazione quelle vite ben consapevoli di non essere più umane. E allo stesso tempo, solo con quel meccanismo di auto protezione, potrà comprendere davvero che “in quella società, in quella cultura non c’è posto per la pietà individuale, non c’è quella dolorosa, disperata carità che lega l’Occidente al naturalmente morituro: né il mendicante, lo sventurato, ha pietà di se stesso. I segni della malattia e della miseria non sono sventure: vengono da lontano, vanno lontano; migrano da vita a vita, certificati dagli interventi degli dèi. Vi può essere pietà cosmica, la coscienza di una universale fatica intemporale ed anonima cui tutti ci dedichiamo e siamo consacrati. E quella assenza di pietà individuale faceva del mondo indiano un luogo tragicamente impervio, pervaso da una drammatica, incomunicabile dolcezza, una indifferenza senza sdegno, senza rimorsi, senza indulgenza” (pag. 36).
L’India è questo, ma è anche altro, perché il percorso di narrazione del viaggio che ha deciso di seguire ha una chiara matrice religiosa. L’India è la madre dell’Assoluto, ma è anche un potente ricettacolo di qualsivoglia esperienza mistico-spirituale l’uomo abbia voglia di saggiare sulla faccia della terra. Manganelli visita i templi di Ellora e Ajanta sviluppando nel racconto di viaggio una prosa trascendentale, adorabilmente mistica che lo porta a descrizioni come queste: “il tempio di Kaila provoca nel corpo una sorta di fecondo malessere: dopo tutto, non è un’opera di virtuosismo, ma piuttosto un’impresa di alchimia minerale, un viluppo di visceri di sasso; è sacra, questa impresa, ed è ampia, come se il tempio fosse una supplica e insieme un’astuzia per la cattura degli dèi. Ho parlato di malessere corporale: si avverte che ciò che abbiamo sempre saputo, che gli isterici e gli psicosomatici sanno a memoria, e cioè che il nostro corpo è un organismo di simboli, e che vi possono essere condizioni in cui i simboli subiscono una drammatica trasformazione. Ho l’impressione mentre cammino per gli anfratti minutamente cesellati e insieme giganteschi del tempio di Kaila, che le mie orecchie tentino di cogliere i suoni per i quali non furono progettate, e la lingua compiti suoni che escono mostruosi, una preghiera conclusa in cachinno; e chi ha suggerito al mio pancreas di mettersi a sognare, al mio stomaco di avere una memoria tendenzialmente prenatale, al mio intestino di disporsi come un ideogramma?” (pag.44).
Il suo percorso continua e, dopo aver visitato un villaggio in cui i bambini facevano a gara per barattare, per vendergli qualcosa, si accinge ad avvicinare Goa, l’India menzognera, la Via Condotti dei tramonti tropicali, la Roma d’Oriente, che porta il marchio cattolico addosso alle defunte chiese e alle reliquie sacre del suo santo martire, Francesco Saverio. Manganelli travisa Goa per poi esser pronto a correggere il tiro, ricredendosi sulla sua appartenenza alla terra d’India. Da occidentale la si può vivere come l’Arcadia traboccante di ori e di illusioni, ma questa non è l’unica sua immagine. In prospettiva, Goa è la porta dell’integrazione ai simboli religiosi occidentali, a quegli dei che gli indiani videro come potenti e sacri, ancor prima delle persecuzioni, ancor prima dell’installazione della Santa Inquisizione da quelle parti.
Manganelli si avventura poi nel Kerala, dove gli indiani adorano Visnu mentre il Sud predilige Siva e, quindi, si spinge a Madurai e Madras. Sono queste le zone dove capita di vedere bandiere rosse con falce e martello disposte in fila e farsi venire il dubbio di trovarsi non tanto in India, quanto in una colonia emiliana. Il sorriso è pronto a fiorire sulle labbra del lettore. E poi gli capita di trovare tante librerie in cui soffermarsi per confrontare e discutere su qualche testo con l’occhialuto commesso. Si vendono, o si tenta di vendere, libri del partito comunista e di quello marxista, entrambi, a modo loro, sostenitori e non di Indira Gandhi. In realtà, il nome di Gandhi da quelle parti trasmette comunque un certo disagio perché non fa che ricordare la tremenda illusione dell’indipendenza. Gandhi, in fondo, in questa visione, ha perso. Manganelli sa che quella zona dell’India è la più densa di spiritualità in cui emergono santoni, templi ascetici, sette con rituali complicati o segretissimi, nella conclusione che in India “non esiste luogo in cui sia contaminato dal sacro; e il tempio è una nursery di prodigi, di segni, di giochi – qui un’altalena, là un attento scarabocchio col gesso, un uomo tondeggia letteralmente il capo e si tiene con la mano destra l’orecchio sinistro” (pag. 88) e poi forse una discreta dose di superstizione, ma non nel senso in cui la possiamo intendere noi, perché “l’indiano religioso conosce la propria religiosità nella misura in cui conosce se stesso; lui, l’indiano è la sua stessa superstizione” (pag. 89).
È l’ora di chiudere, dopo discrete dosi di ironia e riflessioni acute, con Delhi e Calcutta. Quest’ultima, in particolare, potrebbe essere la tappa più attesa e spaventosa. Calcutta è ambigua, in un continuo crescendo di morte e di rinascita, ma non è comunque una città mortuaria. Ciò che sigilla il suo viaggio è la consapevolezza – constatazione dell’esistenza dei “mostri”. Li ha veduti in tutta l’India, ma lì, in quella città, ne affronta davvero l’esistenza, proprio in quella città in cui viene venerata in un grande tempio la dea Kalì, la più terribile delle divinità indiane. Eppure è venerata per quella mescolanza di morte e rinascita, di ferocia e di dolcezza, insita nella dea, in un mondo in cui non si può distinguere la vita dalla morte. Ed è proprio in una delle sale del tempio una piccola e coraggiosa suora albanese ha iniziato la sua opera a favore dei derelitti, dei poveri, dei lebbrosi. Non si sa come né il perché, in quella città molto più indiana delle altre, molto più karmica, quella piccola suora abbia avuto così tanto seguito. Madre Teresa ha “importato” o “contrabbandato il prossimo” (pag. 101). È stata lei il punto di contatto, di trade union delle mille religiosità indiane, perché per lei, musulmani, brahmini, sikh, parsi, cattolici, anglicani “dicono litanie e intessono corone di fiori” (pag. 102). In fondo lei è “uno di tali impossibili dell’universo”, “uno dei tanti impossibili di questa terra impossibile” (pag.102).
Non è un saggio filosofico-religioso, non è un diario di viaggio, non è un panegirico sui mali dell'umanità, non è un romanzo ed è, al contrario, un insieme di tutto questo. Un mix, un esperimento, in cui ha saputo mescolare ironia e saggezza sulle visioni incredibili che si apprestavano lungo la via.
Dell’India, come lui conclude, bisognerà iniziare a parlarne.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Giorgio Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990), narratore, critico e saggista italiano.
Giorgio Manganelli, “Esperimento con l’India”, Adelphi, Milano, 1992.
Commenti
Non potevo scegliere libro migliore per iniziare a conoscere Manganelli.
Non è un saggio filosofico-religioso, non è un diario di viaggio, non è un panegirico sui mali dell'umanità, non è un romanzo ed è, al contrario, un insieme di tutto questo. Un mix in cui ha saputo mescolare ironia e saggezza sulle visioni incredibili che si apprestavano lungo la via.
nonostante l'ambientazione importante e travolgente, dal punto di vista umano, è un libro che mi ha divertita parecchio per quell'occhio acuto, profondo e disincantato, allo stsso tempo, con cui ha registrato le memorie di viaggio, prive di un supporto meccanico quale poteva essere la macchina fotografica.
Ora ho una visione altra, da quella già appresa da altri autori, alcuni citati nel testo della recensione, e ne sono molto soddisfatta.
e poi, ad un certo punto, Manganelli inizia a citare Moravia, assai famoso da quelle parti...l'occasione offerta dal colloquio con un libraio che gli consiglia un autore indiano, tradotto in tutte le lingue e dialetti del Paese, pare molto vicino allo stile letterario di Moravia.
"La prima notte viene avvicinato da un intermediario della prostituzione, un ruffiano".
Forse era Tarantini.
Ma passiamo oltre.
Considerando l'argomento, anche se non è Giappone, mi sa che è nelle tue corde.
(fra tutti state producendo ottime recensioni in maniera industriale. Spero di mettermi al passo anche solo un po').
3. AHAHAH possiedi l'ironia di Manganelli...secondo me oggi avrebbe risposto allo stesso modo :))
Eh, Lupus mi sa che ricordi bene, sì, decisamente, nelle mie corde...non a caso l'ho scelto. Mi mancava questa visione. Comunque mi ha fatto morir dal ridere nelle descrizioni delle bandiere comuniste=colonie emiliane :D
Speciale MANGANELLI!
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2948.0
Leggete. Prenotatevi... Aderite!
"Non è un saggio filosofico-religioso, non è un diario di viaggio, non è un panegirico sui mali dell?umanità, non è un romanzo ed è, al contrario, un insieme di tutto questo. Un mix, un esperimento, in cui ha saputo mescolare ironia e saggezza sulle visioni incredibili che si apprestavano lungo la via."
(Magnifica scheda).
Sai chi dovremmo sondare, in proposito? Il vecio magister Troisio, il nostro letterato viaggiatore. Escludo che non abbia mai letto questo libro, si direbbe totalmente nelle sue corde, e necessario, pure considerando le tappe orientali.
Il tag "viaggio" cresce bene:)
6. magari ha letto Cina e altri orienti :)
Io amo moltissimo i resoconti di viaggio. Comunque sull'India avevo letto i resoconti di Moravia, Pasolini, Terzani, Quilici...poi ho scoperto Paris (in breve) e Manganelli. Non ne ho trovato uno uguale all'altro, ma tutti con un fondo comune. Tant'è che l'India è uno dei tre grandi viaggi della mia vita, gli altri due già compiuti. Manca questo e, in fondo, lo temo.
Io avevo letto sicuramente "L'odore dell'India", qualche anno fa. E da qualche parte si nasconde qualcosa di Gozzano, giurerei che ci sia. Ecco, infatti, trovato:
www.lankelot.eu/index.php/2008/02/02/gozzano-guido-verso-la-cuna-del-mon...
A firma Troisio;)
7, Quilici del WWF? Perché il nome mi suona? Folco, possibile? Non ricordo bene. (aggiungiamo il tag "viaggio in India", che dici?)
9. No, quello è Fulco Pratesi.
Folco Quilici è questo :)
http://www.folcoquilici.com/biografia.html
grazie per il tag, avevo completamente dimenticato d'inserirlo...ahhaha ed era fondamentale, direi :)
8. Gozzano ad esempio mi manca, sono andata a cercare cose di epoche un po' più vicine...a parte Kipling. Ora vado a leggere.
(vedrai che articolone...)
Davvero un bel pezzo. Questo è un Manganelli meno egotico, un po' più frivolo. Diciamo che si diverte con articoli e corsivi, ma diverte DAVVERO.
E' più vicino al Manganelli di "Mammifero italiano" o di "Lunario dell'orfano sannita". Comunque una scrittura incomparabile e forse inarrivabile...
A breve con "Antologia privata".
12. Infatti, nonostante la tematica di viaggio e le ambientazioni, mi sono divertita molto. Era il suo primo libro, per me e mi ha conquistata...seguirò i vostri suggerimenti, mano a mano che metterete su i vostri scritti.
13. quindi...leggerò!!
14. Attendiamo :D
oh, così mi piace: carne al fuoco, carne al fuoco, carne al fuoco...