Malaparte Curzio

Muss. Il grande imbecille

Autore: 
Malaparte Curzio

La collana “Biblioteca Storica. Documenti” del quotidiano “Il Giornale”, distribuita esclusivamente in edicola, ha appena proposto la pubblicazione di due scritti poco noti di Curzio Malaparte: l'incompiuta biografia, tutt'altro che agiografica, di Mussolini, “Muss.”, e il saggio breve, ideato e steso post 1943, “Il grande imbecille”. Sono scritti che andrebbero comparati, idealmente, col romanzo satirico “Don Camaleo” (1928; edizione ampliata, 1946) per completare il quadro del man mano più convinto dissenso anti-mussoliniano dell'artista pratese. Scopriamo, intanto, dove e come sono stati ideati e composti.

Scrive Francesco Perfetti, nella prefazione, che Malaparte cominciò a lavorare alla sua atipica biografia di Mussolini (“un saggio a metà strada tra indagine psicologica, riflessione storico-politica e racconto aneddotico”, titolo provvisorio “Il Caporal Mussolini”) nell'estate del 1931, su richiesta dell'editore francese Grasset. L'opera si sarebbe interrotta nel 1933, in coincidenza con l'arresto e il confino di Malaparte, per via della sua (confusa e contraddittoria) attività antifascista. Il progetto, titolo alternativo “Killing No Murder”, doveva essere una “violenta requisitoria contro il fascismo e Mussolini”: non venne ripreso, curiosamente, nel 1935, quando l'artista pratese era stato perfettamente reintegrato nella sua attività, ma soltanto nel secondo dopoguerra. Rimaneggiato e ampliato, venne infine lasciato incompiuto.
 
“Il grande imbecille”, invece, fu scritto nell'estate del 1943. Titolo di lavorazione, “La gatta”. Nelle parole di Perfetti, è “un saggio politico che sviluppa, a suo modo e in chiave metaforica, considerazioni sulla dittatura, sul rapporto tra capo e massa, sul consenso, sul carattere degli italiani, sulla liceità d'una reazione popolare” (p. 19).
 
**
 
“Muss.” principia con una profezia apocalittica: con l'incombente disastro nazionalsocialista tedesco. Scrive Malaparte che sebbene ciò che sia accaduto negli ultimi mesi in Germania sia mostruoso, sarà niente in confronto a ciò che avverrà legalmente in futuro. Si tratterà di “violenze morali” ben peggiori delle violenze fisiche. Quando il feroce e barbaro Hitler avrà imposto alla Germania il “suo” ordine, i bambini tedeschi “non saranno che dei poveri esseri tristi e tormentati, già rassegnati a un'esistenza di schiavitù e d'infelicità: delle piccole spie piene di paura e di rimorsi” (p. 27), corrotti come già i bambini italiani sotto il fascismo, ingiustamente irregimentati e manipolati. Cos'è il fascismo? “Il complesso dei difetti della civiltà cattolica, l'ultimo aspetto della Controriforma” (p. 38). Una “valanga di retorica” che avrebbe seppellito l'Italia sotto il peso della vanità di Mussolini (p. 58). Il fascismo è riuscito ad andare al potere senza “programmi ben definiti, né idee chiare, né scopi precisi”: è metamorfico e camaleontico. Potrà attecchire, mutando forma ancora una volta, in Germania, contando sulla decadenza dello spirito protestante di quel popolo. Il fascismo ha reso l'Italia una “enorme prigione-modello, decorata di bandiere e di archi di trionfo, sonora di musiche militari e di applausi disciplinati” (p. 62). In una di quelle prigioni è finito proprio Curzio Malaparte, e non se ne dimentica e non perdona; piuttosto, non capisce come sia stato possibile che sua madre abbia continuato a chiedergli di avere pietà e comprensione del “povero Muss”, del “buon Muss”, come era solita chiamarlo.
 
**
 
Torniamo al fulcro dell'opera. Il nodo – ribadisce Malaparte – era evitare, sia in Italia che in Germania, di legittimare la violenza dandole una patina di legalità. Quello era il principio delle disgrazie, delle atrocità e delle ingiustizie. Il modello, purtroppo, era tutto italiano. E di questo Curzio non sa raccapezzarsene, sembra non riuscire a farsene una ragione.
 
Mussolini viene descritto con freddezza e disprezzo. “Un uomo grasso, di media statura, che cammina dondolandosi sulle anche, e la cui sola forza consiste nel farsi credere una specie di Giulio Cesare alla vigilia della conquista delle Gallie” (p. 30). Malaparte lo considera un pazzo fanatico, convinto d'essere Dio – mentre Hitler, che Muss. disprezzava, sembra convinto d'essere Gesù. Mussolini si sente Antinoo per la perfezione delle sue forme, Ercole per la forza, Don Giovanni per il suo fascino da seduttore (p. 33). Ha perfezionato al massimo grado la “tecnica della divinità artificiale” (p. 53), superando Napoleone nel delirio del culto della propria personalità. Ha avuto il talento di capire che “un uomo solo, un solo meccanico”, può far funzionare la macchina statale moderna meglio di una équipe di meccanici. Timido sino alla viltà, vendicativo e incapace di perdonare, Mussolini ha dato sempre ragione al più forte (p. 70).
 
Nei primi tempi della sua fortuna, il futuro capo dello Stato non aveva l'aria del “popolano, né del signore, né dell'operaio, né dell'intellettuale, ma del baccagliatore, che in Toscana son detti quei venditori ambulanti, nelle piazze dei mercati, che cantano le lodi della loro mercanzia, e ne discutono il prezzo ad alta voce. Aveva aspetto non misero: ridicolo” (p. 75). Malaparte odiava la sua retorica. Questo scritto ne è ampia conferma.
 
Passiamo adesso al “Grande imbecille”. Malaparte sogna una ribellione della sua amata Prato al gran nemico: il Grande Imbecille, Benito Mussolini. Sogna di vederlo entrare in città galleggiante a cavallo, “tronfio, superbo, soddisfatto, grasso, unto, la pappagorgia, la nuca piena di lardo”, per poter finalmente ripagare “torti, offese, vigliaccate, prepotenze” (p. 98). La sua Italia è stata un'Italia “puttana”. Sono stati venti anni di “tirannia, miseria, retorica, suprema ingiustizia, fredda calcolata vilissima prepotenza” (p. 116).
 
Non va ucciso, ma ridicolizzato: perché “i tiranni non s'hanno da ammazzare, ma a beffare. Non s'hanno a coprir di sangue, ma di ridicolo (…). In Italia i tiranni s'hanno a pigliar a calci nel culo” (p. 109). Mussolini non aveva sense of humour. Non stava agli scherzi. Era diffidente, permaloso, volgare, stando a quanto ricorda e racconta Malaparte.
 
Morale della favola: “Il ridurre la gente alla fame, il perseguitar avversari con tutti i più bassi e meschini sistemi polizieschi, il trattar gli avversari politici come criminali di diritto comune, l'ammanettarli come ladri o assassini, il rinchiuderli in fetide celle, il condannarli senza interrogatorio e senza alcun giudizio, o con la commedia di un giudizio, senza nessuna garanzia di equità, tutto ciò non è segno di forza, di sicurezza, di legittimità e di buon diritto: ma di meschinità, di vigliaccheria e di imbecillità. Il Nostro non era, tuttavia, un imbecille forte. Era un imbecille imbecille, vale a dire, secondo l'etimologia, un imbecille debole” (p. 112).
 
Ecco tutto. Da meditazione.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Kurt Erich Suckert (Prato, 1898 - Roma, 1957), alias Curzio Malaparte, scrittore, giornalista e diplomatico italiano.
 
Curzio Malaparte, “Muss. Il grande imbecille”, Il Giornale – Biblioteca Storica Documenti, 2010. Prefazione di Francesco Perfetti. Nota al testo di Giuseppe Pardini. ISBN 9778008058200
Prima edizione: Luni, 1999.
 
Approfondimento in rete: WIKI it / ItaliaLibri / Corriere della Sera.
In Lankelot: Articoli su Curzio Malaparte+ Guerri su MALAPARTE
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Febbraio 2010.
ISBN/EAN: 
9788879841771

Commenti

[Muss] La collana “Biblioteca

[Muss] La collana “Biblioteca Storica. Documenti” del quotidiano “Il Giornale”, distribuita esclusivamente in edicola, ha appena proposto la pubblicazione di due scritti poco noti di Curzio Malaparte: l'incompiuta biografia, tutt'altro che agiografica, di Mussolini, “Muss.”, e il saggio breve, ideato e steso post 1943, “Il grande imbecille”. Sono scritti che andrebbero comparati, idealmente, col romanzo satirico “Don Camaleo” (1928; edizione ampliata, 1946) per completare il quadro del man mano più convinto dissenso anti-mussoliniano dell'artista pratese.

[malaparte] speciale CM

(Malaparte) Questo testo

(Malaparte) Questo testo dimostra l'italianità (in senso deteriore) di Malaparte. Ovviamente qui scrive un sacco di cavolate. Il suo libro più trascurabile, decisamente.

[malaparte] scrive come un

[malaparte] scrive come un amante tradito. Non come un partigiano. Scrive come un innamorato dell'Italia, geloso. Scrive come un cittadino profondamente ferito e disilluso. E purtroppo non scrive stupidaggini quanto parla della censura, del confino e del trattamento riservato ai nemici politici, delle sue vicende nelle patrie galere. Non ne scrive quando chiede che il capo dello stato non debba essere ucciso, ma solo rovesciato - e al limite ridicolizzato. Tecnicamente - che è poi l'aspetto che più mi interessa - ha uno stile infiammato da una buona retorica. Adoro, invece, le sue visioni anti-hitleriane, ante litteram. Non era il solo, nel regime, a essere anti-nazista. Peccato che quelli come lui (e Ciano, e Bottai mi pare...) non siano stati ascoltati.

(malaparte) Interessante.

(malaparte) Interessante. Interessante perché è uno scritto contemporaneo, perché, mi sembra, può rendere l'idea di ciò che una parte d'Italia sentiva a quel tempo. Almeno, così credo. Ovvero, e chiedo a Gianfranco, secondo te si può prendere come esempio di un sentimento, di un pensiero, nei confronti di Mussolini e del fascismo, che una parte di italiani avevano al tempo?

[malaparte]

[malaparte] assolutamente. Sì. E la cosa che più colpisce è che lui, come altri che condividevano questo pensiero, era stato un intellettuale organico, in qualche maniera e in diversi periodi, al regime. Può valere per molti cittadini che avevano creduto nel regime, non solo per gli oppositori storici. Il pensiero che più mi affascina è quello degli azionisti, a dirtela tutta. Della Brigata Franchi di Edgardo Sogno, per dirne un'altra. Prima o poi scriverò per bene di Sogno.

 

(Malaparte) Si, Franco, ma il

(Malaparte) Si, Franco, ma il discorso è un po' più complesso. E lui di certo non viveva sulla luna. Non mi piacciono i voltagabbana come Malaparte. Sullo stile sono d'accordo con te, non è certo questo che discutevo. Ad ogni modo, sul lato voltagabbana del fascismo Malaparte non è certo l'unico, ha avuto molti altri intellettuali a fargli pessima compagnia. Ne dico tre dei più beceri, ma ce ne sono altri: Bocca, Fò e Scalfari. Montanelli è stato diverso, ad esempio, e pur non avendolo mai amato ho sempre apprezzato il suo non disconoscere quell'esperienza.

Malaparte in quel senso è

Malaparte in quel senso è stato sicuramente molto "italiano". Ma sui voltagabbana ci andrei cauto. Lo  stesso Montanelli, che pure non ha mai negato di essere stato un fascista convinto, non usava più di tanto questi argomenti contro i suoi antagonisti rossi (e dal passato nero). Lui, come altri, la democrazia - ripeteva da sempre - l'hanno scoperta negli anni, dalle delusioni, durante la loro fronda al regime, e non è stata una cosa nata dall'oggi al domani. Chi era giovane o bambino negli anni '20 - '30 non è che poi avesse potuto sperimentare molto altro rispetto al fascismo. Crescendo si cambia anche idea. Come diceva il citato giornalista "mica siamo tutti mummie" (molti forse si, va detto). Credo sia possibile e non vedo scandali di sorta, fermo restando le legittime perplessità in noi che scopriamo queste cosette a distanza di 70 anni (mi colpì sempre molto il percorso politico di Fanfani, tanto per dire). Poi - è verissimo - ci sono stati tanti intellettuali che hanno fatto il salto della quaglia in età matura. Lì semmai è più facile vederci l'opportunismo.

(Malaparte) - Eh ma io ho

(Malaparte) - Eh ma io ho citato Scalfari e Bocca non a caso. Loro scrissero addirittura in modo apologetico sulle teorie razziali, figuati. Non erano certo dei bambini: hanno dimostrato nel dopoguerra, non a caso, di essere dei perfetti servi della cultura dominante. Montanelli è un caso diverso, ha fatto sempre una riflessione ampia sul Fascismo, evidenziando pregi e difetti e non rinnegando in sostanza la sua giovinezza.

[malaparte] troisio, in una

[malaparte] troisio, in una nota del suo "strapaese e stracittà", scrive che "La famiglia Ciano ebbe una vera 'cotta' per Malaparte, il quale, prima confinato a Lipari, passò per interessamento di una misteriosa signora nel 1935 a Forte dei Marmi, sempre confinato, ma in realtà libero di fare ciò che voleva, centro dell'attenzione della spiaggia di Viareggio, dove la corte della figlia di Mussolini non aveva occhi che per lui; il quale tra l'altro per i suoi spostamenti di confinato poteva permettersi un'Alfa ministeriale, con autista. A Gramsci era naturalmente riservato un trattamento diverso".

Nota 65, p. 45