Malaparte Curzio

La pelle

Autore: 
Malaparte Curzio

“Una volta si soffriva la fame, la tortura, i patimenti più terribili, si uccideva e si moriva, si soffriva e si faceva soffrire, per salvare l'anima, per salvare la propria anima e quella degli altri. Si era capaci di tutte le grandezze e di tutte le infamie, per salvare l'anima. Non la propria anima soltanto, ma anche quella degli altri. Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle.[...]. Tutto il resto non conta. Si è eroi per una ben povera cosa, oggi! Per una brutta cosa. La pelle umana è una cosa brutta. Guardate. È una cosa schifosa. E pensare che il mondo è pieno di eroi pronti a sacrificare la propria vita per una cosa simile!” (Malaparte, “La pelle”, cap. IV, “Le rose di carne”, p. 1100).

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“La pelle” andrebbe letto, in sequenza, dopo “Le soldatesse” di Ugo Pirro. E questo a dispetto d'esser stato pubblicato qualche anno prima. La ragione è molto semplice: nel romanzo autobiografico di Pirro l'esercito italiano, non ancora sbandato e sconfitto, cammina sulle rovine della Grecia e diventa protagonista della sofferenza, della corruzione e della prostituzione del popolo greco, ridotto in miseria e spesso disposto a tutto pur di sopravvivere. Osservando le donne greche c'è chi s'angoscia pensando che la loro sorte potrebbe essere un giorno, forse non troppo distante, quella delle sue donne, delle donne italiane. Quel giorno arriva prima del previsto: è il giorno – il periodo – descritto in questo libro di Malaparte. I vincitori non sono più gli italiani, sono gli americani. Le scene di degrado e disperazione sono eccezionalmente simili, in compenso: e così la sensazione d'assistere a una disfatta di tutti, vincitori e vinti, perché la guerra, semplicemente, prende e uccide l'umanità. La guerra spoglia d'ogni dignità l'umanità. La guerra cancella tutto quel che sino a quel momento ha avuto senso, e ha preteso rispetto.
 
Non importa essere soldati leali, onesti e puliti come tanti dei soldati americani descritti, con eccezionale dolcezza e verosimiglianza, da Curzio Malaparte: importa, purtroppo, quel che accade intorno, di fronte o a causa di questi soldati. E quel che è descritto nella “Pelle” è qualcosa che ci siamo sforzati di dimenticare, tutti, senza riuscire. Al termine della lettura non sappiamo benedire o maledire più niente: almeno, non in termini assoluti. Al termine della lettura restiamo silenziosamente a domandarci quanta incredibile voglia di vivere e di ricostruire tutto devono avere avuto i nostri nonni, o i nostri bisnonni, considerando quanto paurose fossero le macerie della seconda guerra mondiale e del disastro del fascismo, e le ferite non solo politiche: economiche, spirituali, sociali, culturali. Al termine della lettura ci domandiamo quanto saremmo stati diversi dal narratore di questo libro, in certi frangenti; e quanti contrasti e quante contraddizioni avrebbero tormentato anche noi, indecisi se festeggiare la fine delle disgrazie della guerra o se stramazzare di fronte all'inizio delle disgrazie del tempo in cui ci si batte per un tozzo di pane, senza avere nemmeno una vaga idea di quando possa finire. Sarebbe finito, ma saremmo diventati infinitamente diversi, o spesso decisamente diversi.
 
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Napoli, 1943. La guerra è finita ma nessuno si sente un vinto. Tutti si sentono liberi, questo sì. Malaparte va per le strade in uniforme inglese: si sente ridicolo, perché come gli altri soldati del Corpo Italiano della Liberazione indossa l'uniforme di un soldato ucciso quando era nemico, un soldato d'un popolo diventato alleato. I nostri soldati, adesso, sono pallidi e smunti, gli occhi bianchi e fermi. Il nostro popolo, invece, appare “povero, infelice, meraviglioso”: “L'onore di esser liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d'Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l'agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, batter le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori” (“La pelle”, cap. I: “La peste”, p. 967).
 
I napoletani, ridotti in miseria, vendono i bambini per due o tre dollari. Bambine di otto, dieci anni. Intanto il prezzo del pane, dell'olio e della farina cresce. Prima della liberazione, scrive Malaparte, “avevamo lottato e sofferto per non morire. Ora lottavamo e soffrivamo per vivere. C'è una profonda differenza […]. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce […]. E gli uomini, quando lottano per non morire, si aggrappano con la forza della disperazione a tutto ciò che costituisce la parte viva, eterna, della vita umana, l'essenza, l'elemento più nobile e più puro della vita: la dignità, la fierezza, la libertà della propria coscienza. Lottano per salvare la propria anima. Ma dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. È una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Non è più la lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l'onore. È la lotta contro la fame […]. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere” (pp. 1005-1006).
 
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Tra i soldati americani c'è chi, come Jack, grande amico di Malaparte, ha l'umanità di arrossire di fronte a “qualche doloroso episodio della nostra miseria, della nostra umiliazione fisica e morale, della nostra disperazione” (p. 981); altri, invece, non sembrano essere in grado di capire. C'è chi disprezza la corruzione e la decadenza dell'Europa sconfitta – perché sembra di assistere alla rovina dell'Europa, non solo dell'Italia – e chi non si rende conto di quanto si stiano umiliando le persone che incontra, pur di guadagnare qualche dollaro. L'artista pratese racconta un solo episodio che in qualche maniera strappa un'ombra di sorriso: meglio, non è un episodio, è un fenomeno. È il fenomeno dell'attrazione assurda dei napoletani per i soldati di colore, trattati con irragionevole arroganza e prepotenza come fossero giocattoli, venduti come schiavi, in un pietoso e ridicolo tentativo di dimostrare l'intatta supremazia del cittadino partenopeo nei confronti dell'ennesimo conquistatore. Quanto al resto, spesso si ha la sensazione di camminare fianco a fianco di questi soldati sbarcati in Italia per imporre un'idea di libertà e democrazia che avevamo smarrito, denigrato, perduto. E non ci si stanca di stupirsi per la loro profonda ingenuità – non è ignoranza, è innocenza – e ci si va domandando come e cosa possa averla corrotta, nel tempo. È stata corrotta davvero?

 
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“Una generazione vinta è una cosa molto più seria di una generazione di vincitori. In quanto a me non mi vergogno affatto di appartenere a una generazione vinta, in un'Europa vinta e distrutta. Quel che mi dispiace, è di aver sofferto cinque anni di prigione e di confine. E per che cosa? Per niente” (p. 1069). Malaparte non ha fatto in tempo a veder vivere l'Italia nuova, è morto nel 1957. Durante la guerra è stato, in paradossale ossequio alla sua esistenza, straordinariamente coerente nell'incoerenza. È stato italiano e antitaliano, fascista e antifascista, vinto e vincitore. Il miracolo è che, nella formidabile doppiezza del suo spirito, sia rimasto vivo un senso di profondo rispetto per la vita umana, e per la dignità dei cittadini. Perché soltanto chi doveva essere cresciuto nell'adorazione d'un'idea diversa di Italia, di italianità, di umanità e di pietà poteva scrivere un libro così crudo, così morboso, così pornografico nella rappresentazione della violazione della verginità d'un popolo, e del martirio della sua identità, e della sua essenza.

Non dovrebbe mancare nelle biblioteche di nessuno. E dovrebbe esser letto già attorno ai diciassette, diciott'anni: quando a scuola si comincia a intravedere, studiando il tardo Ottocento e il primo Novecento, il principio del baratro in cui siamo caduti. Vendendo, per prima e non sempre cara, la pelle.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Kurt Erich Suckert (Prato, 1898 - Roma, 1957), alias Curzio Malaparte, scrittore, giornalista e diplomatico italiano.
 
Curzio Malaparte, “Kaputt”, Meridiano Mondadori, Milano 2009. Prefazione di Giancarlo Vigorelli. Introduzione di Luigi Martellini. Contiene una cronologia, notizie sui testi e una bibliografia.
 
Prima edizione: Aria d'Italia, 1949. Vallecchi, 1959. Poi Garzanti, 1967. Oggi Adelphi, 2010. Raccontano M. Grassi e F. Goti in "Malaparte 1957-2007. Trame d'autore" [biblioteca comunale a. lazzerini, prato, 2007]: "Nel 1947 alcuni estratti del volume che dovrà poi intitolarsi 'La peste' escono sulla rivista parigina 'Carrefour', scandalizzando per la tragicità e la crudezza del racconto. Intanto la pubblicazione nello stesso anno de 'La peste' di Camus obbliga Malaparte a ripensare al titolo del suo libro: sarà 'La pelle'. In Italia lo scandalo si trasforma in indignazione e lo scrittore fonderà una nuova casa editrice, Aria d'Italia, per poter pubblicare l'opera senza tagli censori. Nel 1949 esce finalmente il testo completo, immediatamente il Consiglio comunale di Napoli bandirà l'autore dalla città e la Congregazione del Santo Uffizio metterà il testo all'indice dei 'libri proibiti'" [p. 9]
 
Al cinema: “La pelle” di Liliana Cavani, 1981.
 
Approfondimento in rete: WIKI it / ItaliaLibri / Corriere della Sera.

In Lankelot: Articoli su Curzio Malaparte.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2010.
ISBN/EAN: 
9788804434368

Commenti

“La pelle” andrebbe letto, in

“La pelle” andrebbe letto, in sequenza, dopo “Le soldatesse” di Ugo Pirro. E questo a dispetto d'esser stato pubblicato qualche anno prima. La ragione è molto semplice: nel romanzo autobiografico di Pirro l'esercito italiano, non ancora sbandato e sconfitto, cammina sulle rovine della Grecia e diventa protagonista della sofferenza, della corruzione e della prostituzione del popolo greco, ridotto in miseria e spesso disposto a tutto pur di sopravvivere. Osservando le donne greche c'è chi s'angoscia pensando che la loro sorte potrebbe essere un giorno, forse non troppo distante, quella delle sue donne, delle donne italiane. Quel giorno arriva prima del previsto: è il giorno – il periodo – descritto in questo libro di Malaparte. I vincitori non sono più gli italiani, sono gli americani. Le scene di degrado e disperazione sono eccezionalmente simili, in compenso:

[malaparte] tutto CM in

[speciale malaparte] credo

[speciale malaparte] credo che tutto l'edito attualmente sul mercato sia stato schedato, con pochissime eccezioni. Da qui in avanti, sotto con bancarelle e biblioteche...

http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3200.0

[malaparte, la pelle]

[malaparte, la pelle] condivido con voi quanto ho trovato nel catalogo della mostra "Il boulevard delle diversità. Da Parigi a Pechino, uno scrittore intorno al mondo", a cura di Martina Grassi e Francesca Goti [Biblioteca comunale Alessandro Lazzerini, Comune di Prato, 2007] a pagina 72. Si tratta di una recensione de "La Pelle" apparsa oltreoceano nel 1952, sul New Republic, firmata John Henry Raleigh.

Il titolo è "The Skin We Save".

"Curzio Malaparte, like Thomas Mann in Dr. Faustus, has gone down into the pit - those horrors piled upon horrors that were the substance of so much of continental Europe during the war years - and has returned beating in his arms a miracle. The miracle is 'The Skin', ostensibly a novel but actually an autobiographically account, cast in the form of a series of short stories or episodes, of Malaparte's experiences as Italian liason officer attached to the American Fifth Army in its drive up the Italian peninsula. The book can perhaps better be described as a dramatic essay on the primal innocence of Americans and on the death of resurrection of the Italian people. As secondary theme, now mockingly, now seriously, it ask the question that haunts us all: who won the war?"

John Henry Raleigh, 17 novembre 1952, sul "New Republic". Il catalogo riferisce che la fonte è "Malaparte", cu. E. R. Suckert, vol x. Firenze, Famiglie Suckert e Ronchi, 1992, p. 198

[la pelle in adelphi] oggi

[la pelle in adelphi] oggi Giordano Bruno Guerri sul "Giornale":

Malaparte era un vero e proprio personaggio: non passava giorno senza che, per questo o quel motivo, giornali e riviste non si occupassero di lui, con tanto di fotografia. (Da notarsi che non esiste una sola fotografia di Malaparte dove sia stato colto di sorpresa: è sempre lì, composto e fotogenico, l’occhio attento all’obiettivo anche senza guardarlo.) Insomma: era celebre come un divo del cinema, un calciatore, un uomo politico importante, viveva anche al di là e al di fuori delle sue opere, dei suoi articoli. Si trattava di una delle sue mete principali e la raggiunse: tranne d’Annunzio, nessun altro scrittore italiano ci era riuscito, e nessun altro ce l’ha fatta dopo.

Poi, dopo la sua morte, il silenzio. Scomparso l’uomo, e con lui il personaggio, venne steso il silenzio anche sulla sua opera. Troppo eclatante il suo successo, o troppo ambigua la sua biografia? Per ora, basti osservare quanto sia stravagante e provinciale che - per rilanciarne l’immagine e l’opera - occorra l’uscita, dopo Kaputt, di La pelle nelle edizioni Adelphi. Edizioni prestigiose, certo, e con un ottimo apparato critico, ma non più del «Meridiano» Malaparte, che ebbe un tam tam mediatico enormemente inferiore. È che Adelphi fa figo («fico», direbbe lo scrittore toscano), e a quel nome l’intellighenzia italiana si apre appunto come un fico maturo.

Curioso, visto che addirittura Alberto Asor Rosa nella sua storia della letteratura italiana gli dedica appena poche righe, per di più confondendolo con Curzio Maltese (si tratterà di un refuso, speriamo). Eppure, Kaputt e La pelle sono tra i libri italiani più tradotti e letti, ancora oggi, nel mondo. E Malaparte all’estero è più amato che da noi. Nel prossimo febbraio l’editore Grasset pubblicherà un saggio di ben 630 pagine su di lui: direttamente in francese, anche se l’autore del saggio è italianissimo: Maurizio Serra, autorevole studioso della cultura fra le due guerre, oltre che ambasciatore. Alla presentazione/convegno presso l’Istituto Italiano di Cultura (23-24 febbraio) parteciperanno, fra gli altri, Bernard-Henri Lévy, Jean-Paul Enthoven e Dominique Fernández, oltre a Francesco Perfetti e al sottoscritto.

I libri lavorano lentamente. La soddisfazione maggiore che ebbi dal mio su Malaparte - L’Arcitaliano, 1981, ancora vivo e vegeto - fu il «Prix pour le meilleur livre étranger» che gli editori francesi assegnarono nel 1983 all’edizione di Denoël. Deludente fu invece la conferma di malcostumi tipici della cultura italiana: molti recensori parlarono bene del libro, ma ripetendo su Malaparte quasi tutti i luoghi comuni che il mio saggio smontava. Però L’Arcitaliano ha trovato, anno dopo anno, lettori attenti e persino disposti - rara avis - a riesaminare le proprie idee: parecchie iniziative editoriali, numerosissime tesi di laurea e qualche studioso hanno scoperto un Malaparte diverso da quello che la vulgata degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta aveva tramandato bollandolo pigramente secondo stereotipi fascisti, comunisti e piccolo-borghesi.

Il motivo dell’antipatia che il personaggio suscita (oltre al suo successo) è quel suo stare dentro e fuori il fascismo, dentro e fuori il comunismo, tanto che gli venne appioppata la nomea di «voltagabbana», difficile da cancellare. Cominciai a occuparmi di Malaparte proprio per esplorare questo mistero. Mi chiedevo se è corretto dare giudizi moralistici su un intellettuale che ha vissuto secondo i propri umori e ha difeso, anzitutto, la possibilità di scrivere in barba a ideologie fanatiche. Il suo pencolare tra fascismo, comunismo, democrazia fu solo molto più rapido, vistoso (e fruttuoso) della media italiana, e non del tutto deprecabile, visti gli esiti delle prime due ideologie e gli esiti molto dubbi della democrazia, quanto a reale «potere del popolo». La demonizzazione del fascismo è quasi cessata, come la santificazione del comunismo, e ci dovrebbe apparire meno strumentale, più sincero, quello stare dentro e fuori dal fascismo e dal comunismo che in Malaparte, come in tanti italiani, non era solo ipocrisia e debolezza, ma anche genuina speranza di partecipare a una trasformazione radicale e benigna del Paese.



Malaparte precorse molti fenomeni politici, culturali e sociali. Con il suo essere «narratore d’intervento» e «letterato di massa», diffondendo una sorta di didattica sociopolitica oggi molto più comune di allora e spesso di enorme acutezza. Per esempio intuì e scrisse, con decenni di anticipo rispetto agli storici, che la rotta di Caporetto era stata, in realtà, una inconscia rivolta dei soldati italiani di fronte alla condotta militare e politica della prima guerra mondiale; poi, nel secondo dopoguerra, denunciò subito e lucidamente il degenerare dell’antifascismo in una fede religiosa uguale e contraria al fascismo.

Lo spaziare in attività non propriamente sue - dal cinema al teatro, dal giornalismo al varietà -, il suo volere a ogni costo essere un personaggio sono fenomeni oggi comuni, quasi banali. Il Malaparte «presenzialista» che curava come una signora la propria bellezza, viveva da single e passava da una donna all’altra, non susciterebbe più scandalo.

Insomma, fu un campione di quello speciale tipo umano che sono gli italiani, in particolare gli intellettuali italiani. Come uomo e scrittore, ha avuto un ruolo non secondario nella nostra società, e ne è più rappresentativo di quanto la società italiana, e lui stesso, gradirebbero: un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire «nazionali», un arcitaliano. Era opportunista, mancava di senso dello Stato, applicava costantemente quella doppia morale che ci è ben nota. Era furbo, come deve necessariamente essere un italiano, soprattutto se di successo, ma con quella coscienza, un po’ vergognosa, di esserlo e quell’ingenuità di fondo che rende sopportabili i furbi italiani, specialmente se di successo.

Una cruda verità Malaparte la disse in un’intervista del luglio 1955: «Penso che se fossi vissuto in una società più virile e in mezzo a un popolo più virile sarei forse potuto diventare un uomo nel vero significato della parola. Ma se dovessi definirmi con una sola parola direi che, nonostante tutto, sono un uomo». Né la prima né la seconda dichiarazione gli sono mai state perdonate, perché vere.
In definitiva, sono i suoi libri a esprimerlo veramente, a rappresentarlo nel mondo, quello dei suoi contemporanei e quello dei posteri. E Malaparte ci ha lasciato, tra gli altri, libri come Kaputt e La pelle. Il motivo centrale della Pelle è lo stesso di Kaputt e dell’incompiuto e postumo Mamma marcia: la decadenza dell’Europa. La «mamma marcia» è infatti l’Europa, umiliata nella sua potenza e schiacciata nella sua cultura dai due vincitori.

A giudicare quanto fosse limitata la critica dell’epoca, basti il giudizio sentimental-moralistico di uno dei critici più celebri dell’epoca, Emilio Cecchi: «Con animo egoistico e torbido, egli s’è servito di cose che non si potevano né dovevano toccare. Non solo ha odiosamente deriso, ma ha scoperto con mani profane qualche cosa ben più sconcia e lacrimevole della nudità e ubbriachezza di Noè. Diciamo pure, senza neanche bisogno di alzar la voce, che ha fatto, Dio lo perdoni, una di quelle cose che veramente non si fanno». Ci voleva Adelphi - forse e speriamo - perché il giudizio cambi del tutto.

 

http://www.ilgiornale.it/cultura/curzio_malaparte_italiano_vero_malgrado...

[Malaparte] Bellissima

[Malaparte] Bellissima pagina. Penso che me lo procurerò, questo libro. Gli americani "vincitori" erano mitici nei ricordi di mio padre bambino, qui sul confine orientale: avevano talmente tanti soldi da potercisi accendere le sigarette. E quando un piccolo accettava di fare una commissione (di solito portare biglietti alle ragazze) era festa per tutti. Una volta vedendo esposta dal fotografo del paese una bella foto del mio papà sui 10 anni, alcuni americani graduati chiedero se quel ragazzino si potesse adottare...


A rileggere adesso quei ricordi, ci trovo un po' dell'arroganza innocente (come ben sottolinei) dei vincitori.


 

[malaparte, la pelle] grazie

[malaparte, la pelle] grazie Ilde, e grazie per la condivisione di questi toccanti ricordi. E' confortante accorgersi che non tutti, in italia, abbiamo dimenticato certi momenti della nostra storia, e che non tutti li consideriamo come se fossero lontani secoli. Qualche settimana fa mi sono finalmente procurato il film della Cavani, con Mastroianni: sono curioso di vedere come e cosa mostra di quel che Malaparte ha scritto. E' la scelta - tra le tante storie, le tante sfumature - che più mi affascina. E sono curioso di vedere che effetto mi fa.

Se rimedi l'edizione adelphi, raccontaci se c'è qualche apparato in più - magari una bella postfazione. Grazie Ilde!

[la pelle] aggiungo, in calce

[la pelle] aggiungo, in calce al paragrafo "edizione esaminata e brevi note", migliori e più dettagliate notizie editoriali. Queste:

Prima edizione: Aria d'Italia, 1949. Vallecchi, 1959. Poi Garzanti, 1967. Oggi Adelphi, 2010. Raccontano M. Grassi e F. Goti in "Malaparte 1957-2007. Trame d'autore" [biblioteca comunale a. lazzerini, prato, 2007]: "Nel 1947 alcuni estratti del volume che dovrà poi intitolarsi 'La peste' escono sulla rivista parigina 'Carrefour', scandalizzando per la tragicità e la crudezza del racconto. Intanto la pubblicazione nello stesso anno de 'La peste' di Camus obbliga Malaparte a ripensare al titolo del suo libro: sarà 'La pelle'. In Italia lo scandalo si trasforma in indignazione e lo scrittore fonderà una nuova casa editrice, Aria d'Italia, per poter pubblicare l'opera senza tagli censori. Nel 1949 esce finalmente il testo completo, immediatamente il Consiglio comunale di Napoli bandirà l'autore dalla città e la Congregazione del Santo Uffizio metterà il testo all'indice dei 'libri proibiti'" [p. 9]

[ty. little by little] Turn

[ty. little by little]

Turn to nasty now
The dark cell
The pillar of my soul
The last one out of the box
The one who broke this spell

Little by little by hook or by crook
I'm such a tease
And you're such a flirt
Once you've been hurt
You've been around enough

Little by little by hook or by crook
Never get earnest
Never get judged
I'm no idiot
I should look

Your clue on hold, snapped up
Crawling with my love
The last one out of the box
The one that broke the seal

Obligation
Complication
Routines and schedules
Drug and kill you
Kill you

Little by little by hook or by crook
Never get nervous
Never get judged
I'm no idiot
I should look

Little by little by hook or by crook
I'm such a tease
And you're such a flirt

http://www.songmeanings.net/songs/view/3530822107858860824/