Maggiani Maurizio

Il coraggio del pettirosso

Autore: 
Maggiani Maurizio
“Avere troppa memoria non fa star bene nessuno. Si diventa malinconici. E si diventa vecchi troppo presto. Lì per lì può sembrare che i ricordi servano a qualcosa, ma non è vero. In definitiva fanno solo danni. Ti consumano dal di dentro, come la silicosi dei picchettini del porto. Ti sembra di star bene fino a che una mattina ti alzi e ti accorgi di non avere più neanche un tocchetto di polmone: dentro sei tutto una polvere di pietra.”
Maggiani costruisce un romanzo di romanzi in cui il passato e il presente si fondono confondendosi. Sovrappone infinite storie, una babele di vicende in bilico tra realtà e finzione, tutte facce di un unico prisma capace di regalare le più svariate rifrazioni. Saverio è il nodo. È lo sguardo rivolto all’indietro; è il filo che attraversa il tempo remoto ricongiungendolo all’oggi. È la memoria in cerca di radici. Ingenuo e sfrontato come un’utopia. Perché "quello del pettirosso è un coraggio umile e testardo come il coraggio di chi dall’incendio della Storia si leva leggero col suo sogno di libertà intatto".
E allora l’embolia da risalita che costringe a letto il protagonista, sembra una metafora nella metafora, la dimensione onirica via privilegiata verso il suo porto sepolto, con la Remingtonterapia che appare in tutta la sua evidenza di riuscito espediente letterario.
Il dottor Modrian fa l’eco al dottor S. de La coscienza di Zeno, il diario su prescrizione medica serve da cornice. Dentro: Alessandria d’Egitto e il paesello arroccato tra le Alpi Apuane; Ungaretti e l’anarchia; Pascal e il tribunale dell’Inquisizione; il fascismo e la Controriforma, il terrorismo israelo-palestinese e l’amore, in un libro denso che passeggia nei secoli incurante di confini e distanze.
Il ritmo della narrazione conosce la lentezza del deserto e l’impeto delle onde. La scrittura diventa voce: racconta. Il passato leggendario e quello storico, la vita e i sogni.
Ad offrire l’innesco è lo strapiombo di Saverio a seguito della morte accidentale del padre, il suo smarrimento confuso davanti alle liriche di Ungaretti che questi conservava fra le proprie cose. Quelle pagine ingiallite su cui campeggiava la dedica di Mussolini al poeta, diventano un’ossessione che insinua il dubbio e la necessità di capire.
Ed è percorso a ritroso sulle orme del genitore rifugiatosi ad Alessandria, dopo essere stato tirato giù dalle montagne della resistenza italiana nel 1945.
Rifa il cammino dell’esule in direzione opposta e contraria. Dall’approdo alla meta. In mezzo Roma e tutta una serie di coincidenze che portano all’incontro con un Ungaretti ormai vecchio, vicino alla fine dei suoi giorni, in tempo però a lasciargli un dono in grado di far sì che il ritorno sia solo una ripartenza.

Alle poesie si aggiunge un foglio su cui sono vergate le varie voci che costituiscono la lista delle spese per il rogo di Pascal. Quel pezzo di carta domanda una storia, domanda la soluzione di un enigma che Saverio non riesce a comprendere, ma non può ignorare. Il mosaico si compone di nuovi tasselli, e tuttavia l’immagine si complica, il disorientamento aumenta. La ricerca passa per un viaggiare figurato: lo studio. Maggiani, sotto la guida del colto Azena, ci porta tra gli antichi tomi del monastero di Abu Makar. L’atmosfera e l’argomento stesso delle intense letture di Saverio, non possono non richiamare i dotti paragrafi de Il nome della rosa, in cui Eco fa sfoggio di ampie dissertazioni sull’eresia e sulle torture ad opera dei discepoli di Torquemada.
Le pagine si riempiono di interrogativi, cui il giovane orfano tenta di rispondere attraverso la menzogna dello scrivere. “Rinasce dai suoi sogni, in virtù dell’abulia che lo comprime in una stanzetta d’ospedale, romanziere.” Poi cantastorie, inchiodato al tavolo del “caffè dei compagni”, sbronzo e stanco eppure guida. Perché quella gente ha bisogno del battesimo delle sue parole. Perché quella gente aspetta da anni di appartenere, se non ad una terra, ad una comune origine.
In quest’ottica risulta quantomeno suggestivo il parallelismo di Fatiah tra romanziere ed anarchico. Lì dove leggiamo: “un romanziere non riesce a fare domande a quello che scrive, lui aspetta solo risposte; la sua è una vita più semplice di quella di un rivoluzionario. Penso che tu debba stanare l’anarchia da dove l’hanno cacciata i tuoi vecchi compatrioti e diventare un buon anarchico. Potresti esserlo davvero, perché non sei tu che devi farle le domande, è lei che le fa a te. E l’anarchia non smette mai di chiedere. (…) Così potrai scrivere per rispondere a ogni cosa, per vivere, capisci?”
Saverio dà le sue risposte. Prova a guarire vivendo. “Scrive nell’ultimo tentativo di salvarsi la pelle” e al contempo ridisegna i contorni della memoria dei compagni del Diwan. Dà loro un libro che possa in qualche modo costituirsi patria. Perché “la verità è che il mondo incomincia dove uno si mette con l’anima”.
Ennesimo testo matrioska di Maggiani, bravo a gestire una narrazione che si diverte a saltare nella Storia e dentro le storie, altalenando tra prima e terza persona e dilatando all’inverosimile la dimensione spazio-temporale.
“Il coraggio del pettirosso” è un omaggio alla bellezza del raccontare che attraversa due continenti, lambisce più generi letterari passando dal diario al mito, dal romanzo alla poesia e spazia dalla morte alla vita, dal padre annegato alla rotondità del ventre di Fatiah in una struttura che cerca la simmetria della circolarità, rimarcando l’immenso potere della parola.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra nel 1951), è stato maestro carcerario, maestro di bambini ciechi, operatore cinematografico, aiuto regista, montatore, fotografo, pubblicitario, costruttore di pompe idrauliche, impiegato comunale. Legge di tutto, da Dylan Thomas a Stephen King. Ha sempre vissuto nella regione in cui è nato, ma intimamente si sente apolide, un cittadino del mondo. Ha scritto racconti su riviste italiane, spagnole, francesi, tedesche e inglesi. È editorialista per Il secolo XIX e scrive per La Stampa.
Nel 1987 ha vinto il Premio "Inedito - L’Espresso" con il racconto Prontuario per la donna senza cuore. Con Il Coraggio del pettirosso (1995) ha poi vinto il Premio Viareggio e il Premio Campiello; con La Regina disadorna (1998) ha vinto il Premio Alassio e il Premio Stresa di narrativa nel 1999. Nel 2005 ha vinto, con il romanzo Il viaggiatore notturno, i premi Ernest Hemingway e Parco della Maiella e il Premio Strega.
 
Maurizio Maggiani, “Il coraggio del pettirosso”, Feltrinelli, Milano, 2003
Pp. 316
Approfondimento in rete: ItaliaLibri / Lettera.com / Lorella De Bon
ISBN/EAN: 
9788807814228

Commenti

Secondo Maggiani. Piano piano si amplia l'archivio. Il prossimo sarà "La regina disadorna".

Cara Angela,

uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni.
Grazie di avermelo ricordato e soprattutto complimenti per l'accurata analisi del testo.

Gian Paolo Grattarola

Maggiani è davvero bravo. Sa fare qualcosa che molti contemporanei hanno dimenticato. Sa raccontare. Nonostante ciò, va detto, che a volte la lentezza della narrazione stanca.
Contenta abbia apprezzato, Gian Paolo.

"Dentro: Alessandria d?Egitto e il paesello arroccato tra le Alpi Apuane; Ungaretti e l?anarchia; Pascal e il tribunale dell?Inquisizione; il fascismo e la Controriforma, il terrorismo israelo-palestinese e l?amore, in un libro denso che passeggia nei secoli incurante di confini e distanze."

> Molto coraggioso. Sembra appassionante...

Sì, è un bel libro. Fedele ai temi cari a Maggiani, al suo stile e a quello scrivere che fa il calco alla tradizione orale.

Aspettiamo tuoi nuovi passi nella sua produzione, allora. Complimenti per le prime due schede, Angela;). Come sempre.

Ho promesso "La regina disadorna" ad Ilde e Andrea, ma al momento ho una lista di arretrati paurosa! Piano piano smaltirò.
Grazie a te, della lettura solerte e partecipe.

E' un grande cantore dotato di una scrittua di rara potenza evocativa.

Gian Paolo Grattarola

La regina disadorna, sì. L'unico suo che ho letto. Intenso. Fra la Genova della prima metà del '900 e una sperduta isola oceanica, una famiglia...e profezie...o forse no?
chi sa. un romanzo incantevole. è vero, Maggiani sa raccontare. anche a voce. l'ho sentito una volta. parlava dei racconti alla sera nelle case dei contadini, nella sua terra...raccontava.
oggi si è persa in parte la capacità di "narrare" perché non ci si "racconta" più niente. si fa gossip. frettoloso. non c'è il tempo di stare a sentire uno che ti racconta qualcosa, ed anche chi racconta non ha tempo. ma forse non è per questo.
forse è semplicemente così, che si cambia. ed anche il racconto cambia.
ciao!