Nella lettura di questo libro è opportuno partire dagli aspetti legati al linguaggio e alla forma. Non tanto perché questo costituisca uno degli scopi del fare poesia della nostra poetessa – anzi si tenterà di dimostrare il contrario, come Serena Maffìa cerchi una semplicità del dettato volta ad ottenere una funzionalità comunicativa dell’atto poetico – quanto perché esso costituisce uno degli aspetti più interessanti del libro, come sottolinea Vera Franci Riggio nella prefazione. Un aspetto, quello del linguaggio, che può essere visto come elemento di discontinuità rispetto alla poesia contemporanea, ma soprattutto come una novità anche rispetto alla poesia dei coetanei della poetessa, i poeti della generazione dei nati negli anni ’70. Serena Maffìa adotta una lingua piana e colloquiale, assai vicina al parlato, senza tuttavia cedere allo slang generazionale né al minimalismo tanto comune soprattutto nella poesia di matrice lombarda. Il linguaggio in questo caso viene ripulito, reso solare, cristallino, bello in quanto semplice e poeticamente efficace. Ciò consente innanzitutto a Serena Maffìa di impostare la sua poesia in forma dialogica attraverso un dialogo continuo con il lettore, con un Tu che spesso è oggetto di una poesia amorosa, un amore declinato soprattutto in immagini legate al corpo – e questo è forse uno dei dati maggiormente generazionali di questa poetessa - ma che identifica anche altri personaggi e figurazioni: gli oggetti del quotidiano e la natura che si animano in una dimensione che ricorda la fiaba: “Se raccontassi alla luna/ che ti amo/ voltandomi, arriccerebbe il naso/ e riderebbe sonoramente/ disturbando il sonno degli infanti/ che piangerebbero/ fino allo sbadiglio del sole/ svegliando i genitori/ rifugiatisi nello stagno vietato ai girini/ che dovrebbero scusarsi l’indomani con i vicini”. La fiaba è uno degli elementi principali di questa poesia, anche nel senso di un linguaggio capace di imporre metafore e immagini dirette e vicine ed una semplicità quasi infantile. La poesia di Serena si stende sulla pagina in testi che paiono brevi pièces teatrali, frammenti di dialogo o monologhi che avvicinano questa scrittura al teatro, e nella quale possono essere distinti due piani di lettura: sono frequenti versi spesso costituiti da una sola parola che indicano un’azione: “rifletto”, “vado”, “vado via”, “sorrido” “affondo”, “esce”, “entrano”, “respirare”, “mi fermo”, “così cado” ecc, che paiono delle sottotracce al testo, sorta di didascalie del regista per i movimenti di ipotetici attori che animano il secondo piano di significato del testo dove viene espresso il pensiero. La poesia esprime in questo modo il senso di un movimento, di una azione che impone un’attenzione visiva al testo: “Bene, grazie/ è un po’ che non lo vedo/ diciamo… un anno?/ La mia vita?/ Prosegue./ altri ragazzi…/ di coccio/ di pietra/ di caolino/ no, di vetro nessun’altro/ nemmeno di cristallo/ di plastica non esistono/ altrimenti avrei risolto:/ magari un bel riciclo./ nel senso che ci ricasco?/ Ma che simpatica lei!/ il fatto che io abbocchi/ come un pesce rosso al lunapark/ non implica che il ragazzo di vetro/ sia ricolmo d’acqua”.
Serena Maffìa impasta la scrittura oltre che con il teatro anche con la pittura: ne vengono fuori delle immagini colorate, azzurre e rosse, dai toni fiabeschi come nelle tele di Chagall o dall’atmosfera rarefatta e immobile come certi quadri di De Chirico. In esse le parole assumono il valore di pennellate, la poetessa lavora sulle sillabe, sui suoni delle singole lettere per ampliare lo spettro del cromatismo. Ne viene fuori un gesto preciso, netto, dove il cielo è “una battaglia di spatolate di blu” e dove il sole, il mare e il vento giocano a rincorrersi dentro la parola poetica.
Il linguaggio stesso si fa immagine pittorica attraverso quello che Vera Franci Riggio nella prefazione chiama “visivismo grafico”. Esso si manifesta in tre direzioni, in alcuni casi mediante artifici intesi ad esaltare la massa fonica del significante:
1) Una verticalità estremamente varia e frammentata, dove a versi di estrema lunghezza, vicini alla prosa, si alternano versi di una parola, acuminati come spilli.
2) L’uso delle maiuscole: alcune parole, le quali spesso costituiscono un verso, sono scritte in lettere maiuscole; oppure la scrittura in maiuscolo della R nel mezzo di una parola, individuata come elemento fonico determinante, quasi una parola–lettera nella parola: si vedano le parole “viBRa” o “innamoraRmi”
3) la spaziatura tra le lettere di una singola parola, ancora una volta per esaltare il valore fonico dell’unità minima lettera, ma allo stesso tempo per valorizzare il significato espandendo graficamente il significante.
Non bisogna tuttavia pensare che tale “visivismo grafico” sia da intendersi nel senso di un’autonomia del significante. Serena Maffìa rimane invece sempre all’interno di un codice, che è quello più diretto e vicino al quotidiano possibile. Alla poetessa interessa il contenuto di ciò che dice più che la massa inerte del significante. Mira a cercare lo strumento poetico e linguistico più efficace. Si attesta cioè a un livello di comunicabilità estrema. È lontana quindi dal lirismo (nel senso del linguaggio poetico) e dall’avanguardia visti come fuorviante tensione verso un’autonomia formale suscettibile di continui fraintendimenti, e dal minimalismo come inutile riduzione della realtà ad una visibilità poetica mutilata al limite dell’incomunicabilità.
Serena Maffìa cerca una sorta di onestà del linguaggio che le consenta di ottenere una poesia vista anche come gioco, a volte onirico, surreale, ironico. Non di rado però questa poesia si tinge di toni crudi, di una fisicità quasi feroce, eppure sempre vicini a una confessione del sentimento, della paura o dell’amore. Certi esiti sono vicini alla poesia confessional di matrice americana. In particolare, questo impasto di religiosità e corporeità vissuta attraverso una pulsione erotica elementare ci ricorda certe atmosfere tipiche della poesia di Anne Sexton: “il cactus assomiglia a Dio/ così serio, immobile…/ austero/ (se non puoi toccarlo/ non lo guardi nemmeno)/ così sacro nella sua aura di spine./ E non ditemi che sono blasfema:/ Dio è in tutte le cose.”
Ecco un linguaggio coraggioso, che non si incaglia in inutili pudicizie, e che dice la verità di un corpo e di uno spirito, con una funzione quasi curativa, liberatoria. In questo modo Serena Maffìa costruisce una porta verso un mondo diverso, fatto di fiaba e di colore – un po’ come quello che esplora Alice passando attraverso lo specchio – un mondo speciale nel quale vale la pena tuffarsi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Serena Maffìa (Calabria, 1979) poetessa e pittrice italiana. Ha pubblicato: Ma che bella compagnia (Lucca 2002), Lezioni di fotografia (Roma 2003), La casa di gesso (Roma 2004), Il Giardino del mago (Roma 2005), Il ragazzo di vetro (Lucca 2005), Sradicherei l'albero intero (Roma 2006), Mostropoeta (Roma 2007).
Serena Maffia, "Sradicherei l’albero intero", Azimut, Roma 2007 (seconda edizione). Prefazione di Vera Franci Raggio e Maria Luisa Spaziani.
Prima edizione: “Sradicherei l’albero intero”, Lepisma, Roma 2006
Approfondimento in rete: Lepisma / Azimutlibri / www.serenamaffia.com/
Luca Benassi. 16.10.2007.
Commenti
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Ecco un linguaggio coraggioso, che non si incaglia in inutili pudicizie, e che dice la verità di un corpo e di uno spirito, con una funzione quasi curativa, liberatoria. In questo modo Serena Maffìa costruisce una porta verso un mondo diverso, fatto di fiaba e di colore ? un po? come quello che esplora Alice passando attraverso lo specchio ? un mondo speciale nel quale vale la pena tuffarsi.
Ave Luca!
Benvenuto in Lankelot. Grazie per aver perfettamente integrato il paragrafo "edizione esaminata e brevi note". Ho inserito i tag, necessari per l'archiviazione.
In futuro, troverai semper tutte le istruzioni qui:
http://www.lankelot.eu/index.php/istruzioni/
Benvenuto ancora, e grazie per questa prima condivisione.
Ci sentiamo via mail...
a stanotte per i commenti!
Ecco la tua scheda, on line;)
http://www.lankelot.eu/index.php/staff/638/Luca+Benassi
Giustificato il testo, adeguato il carattere e inserito il codice Ean.
Risistemando i link, ho notato che c'è una discordanza. Nelle tue note la Maffia risulta romana del 1986, mentre nella scheda della casa editrice è calabrese del 1979.
Ho trovato anche questo sito http://www.serenamaffia.com/index.htm con un'ampia sezione dedicata ai suoi ritratti di poeti.
Quindi altra stranezza: poetessa e giornalista, come suggerisci tu, o poetessa e pittrice?
Ottimo Angela! Aggiorno i dati.
Mi sa che Luca aveva fatto un po' di casino con le notizie biografiche:). Succede, è il primo articolo.
Non sapevo ci fosse una seconda Maffia, conoscevo di fama solo Dante Maffia. Ammetto subito i miei limiti, non potevo verificare i dati. Ottimo contributo, Angela.
Solo "spirito di squadra" :)
;)
Cominciamo:
"inguaggio, che può essere visto come elemento di discontinuità rispetto alla poesia contemporanea, ma soprattutto come una novità anche rispetto alla poesia dei coetanei della poetessa, i poeti della generazione dei nati negli anni ?70."
> Nomi, nomi, nomi!
Io non avrei coraggio di parlare di "poesia contemporanea" italiana universalizzando, né - ti confesso - potrei mappare con efficacia le differenze (o le analogie!) stilistiche tra gli autori nati negli anni Settanta.
Non sono un avido lettore di poesia contemporanea, ma ti confido che pensando ai contemporanei viventi che conosco di persona o ho letto non riesco a riconoscere chiare, totali e universali appartenenze e similarità; estetiche, etiche, linguistiche. Anzi.
Se c'è un tempo frastagliato e ridotto alla comunicazione per e tra microcosmi, per la poesia italiana, è questo. Ecco perché sei tu che mi presenti Maffia jr. Eppure ne ho sentiti di nomi, e ne ho letti di artisti italiani nati nel secondo Novecento. Vedi? Sai quanti di noi nemmeno sospettano l'esistenza di propri simili, addirittura coetanei? :) E' solo questione di ambienti e percorsi molto, molto diversi. E di ricerche diverse.
Qui, stesso discorso:
"Serena Maffìa adotta una lingua piana e colloquiale, assai vicina al parlato, senza tuttavia cedere allo slang generazionale né al minimalismo tanto comune soprattutto nella poesia di matrice lombarda"
> Sarebbe opportuno nominare quanti "cedono allo slang generazionale" (altra categoria universale, quel "generazionale", che non razionalmente si concilia con "slang": lo slang è territoriale, al limite regionale o professionale...).
Stesso vale per il "minimalismo lombardo". Comune a chi?
"La fiaba è uno degli elementi principali di questa poesia, anche nel senso di un linguaggio capace di imporre metafore e immagini dirette e vicine ed una semplicità quasi infantile."
> Il frammento di SM che proponi, assieme a questo passo, è davvero estremamente lineare, e più prosaico che lirico: dov'è la novità, e dove la personalità di SM?
"Il linguaggio stesso si fa immagine pittorica attraverso quello che Vera Franci Riggio nella prefazione chiama ?visivismo grafico?. Esso si manifesta in tre direzioni, in alcuni casi mediante artifici intesi ad esaltare la massa fonica del significante:
1) Una verticalità estremamente varia e frammentata, dove a versi di estrema lunghezza, vicini alla prosa, si alternano versi di una parola, acuminati come spilli.
2) L?uso delle maiuscole: alcune parole, le quali spesso costituiscono un verso, sono scritte in lettere maiuscole; oppure la scrittura in maiuscolo della R nel mezzo di una parola, individuata come elemento fonico determinante, quasi una parola?lettera nella parola: si vedano le parole ?viBRa? o ?innamoraRmi?
3) la spaziatura tra le lettere di una singola parola, ancora una volta per esaltare il valore fonico dell?unità minima lettera, ma allo stesso tempo per valorizzare il significato espandendo graficamente il significante.
> Insomma: invenzioni grafiche... ma non sono nuove. Abbiamo avuto due decenni di avanguardia molto fertili di sperimentazioni di questo genere. Interessante e molto la suggestione di versi nati da una tela, o di versi come lettura "emotiva" di una tela.
". È lontana quindi dal lirismo (nel senso del linguaggio poetico) e dall?avanguardia visti come fuorviante tensione verso un?autonomia formale suscettibile di continui fraintendimenti, e dal minimalismo come inutile riduzione della realtà ad una visibilità poetica mutilata al limite dell?incomunicabilità."
> Questo è un paragrafo utile, e va a equilibrare il resto con molto stile;)
"Serena Maffìa costruisce una porta verso un mondo diverso, fatto di fiaba e di colore ? un po? come quello che esplora Alice passando attraverso lo specchio ? un mondo speciale nel quale vale la pena tuffarsi."
> Perfetto. Ora sono pronto a leggerla. A questo devono servire le recensioni. Ottimo lavoro. Attendo - quando puoi, e se ti va - le risposte alle varie domande.
Non conosco questo poeta ma l'illuminante recesnione mi induce ad acquistare il libro quanto prima possibile.
Grazie
Gian Paolo Grattarola
Gian Paolo,
se avrai modo... ne scriverai anche tu?
Sarebbe bello avere due letture diverse dello stesso libro.
Sia che le impressioni siano contrastanti, sia che ci sia sostanziale coincidenza di giudizi.
Ave!