Maffia Dante

Milano non esiste

Autore: 
Maffia Dante

Introduce magnificamente Andrea Di Consoli: “Milano non esiste è un romanzo scritto con la furia orale di un operaio non acculturato; è un lungo e barbarico monologo viscerale; è, soprattutto, un romanzo su quell’umile Italia popolare che ancora odora di pelle, di lavoro, di rabbia, di vino, di sudore e di carne”.

È un libro scritto per quei cittadini che hanno dovuto conoscere il dolore, la sofferenza e le umiliazioni dell'emigrazione; per quei meridionali che hanno vissuto fianco a fianco di madonna nostalgia; per quelle generazioni di lavoratori e di intellettuali che hanno dovuto abbandonare la terra e gli affetti per poter sopravvivere e per poter vivere con dignità; e per poter, con la stessa dignità, allevare i figli. Dante Maffia concentra nel suo narratore, unico protagonista credibile del romanzo, tutta la frustrazione e tutto l'orgoglio del meridionale costretto ad emigrare a Milano. È un emigrante che ha avuto tutto – lavoro, un bel matrimonio, sei figli – ma si direbbe che non sia bastato; l'ossessione sacrosanta delle proprie radici, e delle proprie origini, ha scavato nell'anima un fiume carsico. Quel fiume vuole discendere a valle: la valle si chiama Calabria. Là il narratore ha comprato una grande casa, e sogna possa diventare la casa di tutto il clan, moglie e figli e futuri nipoti. Il dramma si consuma lentamente, perché l'operaio coraggioso e generoso prende atto dell'assoluto disinteresse del sangue del suo sangue per le cose in cui crede, per la centralità del ritorno in patria, per la necessità della fondazione d'una nuova casa. Prendendone atto, si disintegra. È tornato infine a casa, ma è disperatamente solo; solo, come solo era quando aveva lasciato tutto. Già nelle prime battute, del resto, sembrava consapevole di questa possibilità: “I miei figli, però, mi mettono in croce. Non sono d'accordo sul mio acquisto. Dicono che non verranno mai a vivere in un paese sperduto, dove non c'è neanche il cinema, una piscina, una sala da ballo. Dicono: 'Noi siamo milanesi, ormai, non ci potrai costringere a stare in un posto così squallido, così povero. Sarebbe una pena'. Ma io ho sempre confidato nella Provvidenza” (p. 19). Invano.

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Il protagonista di “Milano non esiste” è un operaio dai grandi valori tradizionali: “con una donna accanto e con i figli il mondo diventa più bello, più completo e più santo” (p. 26), scrive. È uno che fantastica su un passato in cui dalla sua terra non si emigrava, e pensa che non ci sia cosa più bella: “Emigrare significa abbandonare un sacco di cose, diventare diversi da quello che si è. Accidenti a me quando ho pensato di non farcela laggiù e ho preso il treno. Se avessi resistito, adesso non sarei così infelice” (p. 131).

E quando incontra un compatriota, a Milano, si dispiace che abbia dovuto conoscere il suo stesso destino, che abbia dovuto lasciare tutto e andarsene. “Lo strappo è doloroso – commenta – mette addosso incertezze, paure, fa sentire miseri. (…). Gli emigranti sono vermi fuori posto, non vivono nella mela dove sono cresciuti, nella ciliegia sull'albero, ma dentro un piatto estraneo e rischiano d'essere schiacciati a ogni istante” (p. 147)

Adesso ha paura che le nuove generazioni sprofondino in una guerra tra poveri: emigrati meridionali contro emigrati extracomunitari. E vuole evitare ai suoi figli di vivere quella guerra, di subire soprusi di tante carogne, e di tanti parassiti (p. 65). In ogni caso, sa già che i lombardi parleranno male dei meridionali: “Quali sono gli argomenti? Che siamo sporchi, che facciamo confusione, che non sappiamo stare zitti, che abbiamo rubato il loro lavoro, che facciamo comunella... Argomenti di merda, senza senso. Anche perché loro fanno di peggio, altro che comunella, è come se fossero in riunione alla chiesa la sera, o nei bar, o la domenica mattina per la strada” (p. 89).

Milano e la Lombardia escono da questo romanzo con le ossa veramente rotte. Non soltanto per la tradizionale ostilità tra polentoni e terroni: “Non sanno che cos'è la pietà, hanno solo rancore verso il prossimo e osservano il mondo con l'atteggiamento dei carabinieri, pronti alla delazione, a fare la spia. Non so quale dei miei figli mi ha fatto capire che è un'eredità che si portano dietro da quando erano austriaci. Come sia sia qui si soffre” (p. 50). Si parte per la Lombardia perché la campagna è diventata capricciosa, e la terra non dà abbastanza da mangiare: altrimenti si restava tranquillamente a casa. Lontani da quella nebbia: “La nebbia non la sopporto. Da qualche anno ce n'è meno, chissà perché, ma i primi anni che sono arrivato scendeva tutti i giorni. La sentivo nelle ossa, nel cuore, come un'ombra viscida che voleva uccidermi a poco a poco. E se si alzava il vento sembrava che tagliasse la faccia” (p. 34). Non basta. “Lo ripeto, è la nebbia che crea i malefici, entra nel cervello, negli ingranaggi delle macchine, nelle ruote dei tram, nelle minestre e finisce per fare guasti. Il cervello s'intorpidisce, perde colpi e così i macchinari si incendiano, i ponteggi si spappolano, le macchine si scontrano” (p. 73).

Dopo quarant'anni di lavoro, lui si sente sempre il “povero meridionale impacciato, di una razza inferiore, un terrone da relegare in un recinto” (p. 42). Commenta Andrea Di Consoli, nella bandella: questo romanzo “ci racconta un’Italia ancora furiosamente arrabbiata con 'i padroni', ancora tormentata dall’alienazione, dal disadattamento urbano e dalla nostalgia per la propria terra di origine. Vengono in mente almeno quattro illustri antecedenti: Memoriale di Paolo Volponi, Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, Tuta blu di Tommaso Di Ciaula e Nord e Sud uniti nella lotta di Vincenzo Guerrazzi”.

Prendiamo nota dei quattro illustri antecedenti, allora, e vediamo di restituirli alla centralità del dibattito letterario. Almeno in Rete.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Dante Maffia (Roseto Capo Spulico, 1946), poeta e narratore calabrese. Come poeta ha esordito nel 1974 con il libro Il leone non mangia l’erba, introdotto da Aldo Palazzeschi. Vive e lavora a Roma.

Dante Maffia, “Milano non esiste”, Hacca, Macerata 2009. Bandella di Andrea Di Consoli. Copertina di Maurizio Ceccato.

Approfondimento in rete: sito di dm / italialibri / wiki it.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2010.

ISBN/EAN: 
9788889920350

Commenti

È un libro scritto per quei

È un libro scritto per quei cittadini che hanno dovuto conoscere il dolore, la sofferenza e le umiliazioni dell'emigrazione; per quei meridionali che hanno vissuto fianco a fianco di madonna nostalgia; per quelle generazioni di lavoratori e di intellettuali che hanno dovuto abbandonare la terra e gli affetti per poter sopravvivere e per poter vivere con dignità; e per poter, con la stessa dignità, allevare i figli. Dante Maffia concentra nel suo narratore, unico protagonista credibile del romanzo, tutta la frustrazione e tutto l'orgoglio del meridionale costretto ad emigrare a Milano.

L'argomento è molto

L'argomento è molto interessante, devo dire che però mi sembra logico che i figli del protagonista, nati e cresciuti a Milano, non ne vogliano sapere di tornare in Calabria, credi che i miei figli vivrebbero a Venezia Città? Probabilmente non ci tornerei a vita neppure io, loro meno ancora, sono mestrini e abituati a un modo di vivere completamente diverso.

Terra di emigranti che pare esserselo scordato amenamente, l'Italia, un pase sempre più imbarbarito a mio avviso.

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Nebbia: è vero, per me influisce sulla natura degli abitanti, anche noi veneti ne risentiamo, credo. Non si può restare anche per dieci giorni senza vedere il sole senza pagarne qualche conseguenza. :)

 

La nebbia è e rimane una

La nebbia è e rimane una grande allegoria, in ogni caso, di tutto quel che da firenze in giù non si riesce a capire del settentrione:).

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Quanto alla scarsa memoria dell'emigrazione, interna o estera... è vero, e credo ci sia poco da fare. Spesso chi ha dovuto emigrare non ha nessuna voglia di ricordare le proprie origini, dopo 2 generazioni; questione d'orgoglio, o di desiderio di distacco. Anche.

ci torno domani sul punto,

ci torno domani sul punto, stasera sono k.o. :)

grazie per il solito grande

grazie per il solito grande aiuto nelle revisioni:)

"Milano e la Lombardia escono

"Milano e la Lombardia escono da questo romanzo con le ossa veramente rotte. Non soltanto per la tradizionale ostilità tra polentoni e terroni: "Non sanno che cos'è la pietà, hanno solo rancore verso il prossimo e osservano il mondo con l'atteggiamento dei carabinieri, pronti alla delazione, a fare la spia". E qui mi ribello veramente. Non solo. Mi offendo profondamente. Ma quando mai esiste "la tradizionale ostilità tra polentoni e terroni?". Se così fosse i figli del protagonista non si sarebbero "milanesizzati" tanto da ripudiare persino il pensiero di tornare nella terra natia, anche se dovranno combattere una ben dura "guerra tra i poveri", emigrati meridionali contro emigrati extracomunitari, non con i Milanesi che non disprezzano nessuno. Certo, non si frequenteranno, non diverranno amici, ma arrivare al disprezzo ci corre. Milano ha un grande cuore. A Milano ci sono case di accoglienza di una pulizia e di una serietà esemplari: cibo buono e abbondante, camere riscaldate, solo i classici 'barboni' scelgono di non far parte di queste comunità per non sottostare a regole igieniche e a orari stabiliti. E la nebbia, poi. Verso Pavia, forse, verso Lodi, forse, ma Milano è troppo illuminata, anche in periferia da vincere anche quella inevitabile bruma della sera comune alle città sopra il Po.
Il vero Milanese non è un aristocratico, anzi, un poco grezzo, ma generoso e sensibile. Ogni tanto si indicono eventi per raccogliere fondi per famiglie in difficoltà, quasi sempre meridionali o straniere, ai quali i Milanesi rispondono immediatamente e profumatamente. E' un libro istintivo, che nasce da un inconscio passato quando a governare erano gli Austriaci, che qui furono padroni come di una colonia. Solo qualche milanese può aver ereditato quell'odioso aristocratico disprezzo, ma sono ormai certamente pochi. I più hanno veramente il "coeur in man".

E' un errore confondere la città di Milano, i Milanesi con il governo attuale che qui è parte dominante.

Raffaella

 

Grazie, Raffaellla - di

Grazie, Raffaellla - di questo c'era bisogno. Di un commento di chi Milano vive, conosce e ama, e sa cosa significa; e intende difendere e rivendicare gli aspetti belli e nobili della sua città. Merci!

Molto curioso di leggere il

Molto curioso di leggere il libro.

Sulla questione polentoni-terroni, si potrebbe parlarne per ore. Una questione questa che ha interessato e che continua ad interessare il nord-italia, visto che i ragazzi del sud continuano a salire al nord in cerca di lavoro.
Certamente Milano, una città che conosco bene, non è solo città razzista (e quando mai tutta una città o nazione lo è), anzi ha dimostrato negli anni in vari settori e con varie modalità la propria disponibilità all'accoglienza, all'integrazione e alla reciproca contaminazione ma è innegabile che i problemi ci siano stati e ci siano tutt'ora.
Basta farsi un giro nelle periferie per accorgersi dei problemi che hanno dovuto vivere gli uomini del Sud saliti al Nord per cercare lavoro e gli immigrati oggigiorno.
Un inferno davvero tremendo, dove la vita non può che abbruttirsi e l'Italia di oggi non è certo quella degli anni '60 apparentemente più arretrata.
E comunque l'odio verso i meridionali non è veramente scomparso e spesso non è espressione solo di una determinata parte politica.
Vengo dalla provincia lecchese, che magari è più gretta o forse no, e ancora oggi l'epiteto terrone è utilizzato non solo verso i meridionali ma anche verso tutti coloro che vengono considerati diversi per una qualsivoglia ragione, tipo "la poca voglia di lavorare" che poi consiste semplicemente nel limitarsi alle "normali 8 ore di lavoro".

io ricordo ancora i racconti dei miei nonni e familiari su come vennero trattati nel mio paese e nella mia provincia i meridionali ma anche le famiglie provenienti dal Veneto e più in generale dal nord est (loro erano i "Terroni del Nord"): nessuno gli affittava le case, nel mio paese finirono per stabilirsi in un gigantesco caseggiato mezzo stalla e mezzo canile del signore decaduto del paese, vennero fregati in ogni maniera e non furono pochi i casi di pestaggio ai danni di coloro che magari uscivano con le ragazze del posto.

La mia ragazza, veneta, ha un libro pieno di racconti di quello che subirono i suoi parenti in giro per l'Italia. Senza piangersi addosso ma ricordando le sofferenze.

Sofferenze che spesso non hanno insegnato nulla.

E passo poi ai miei racconti, ovvero a come si può confrontarsi: la mia famiglia tenne nell'albergo friulani, veneti, calabresi facendogli pagare cifre ridicole o anche senza farle pagare.
Mio nonno la sera insegnava a leggere e scrivere alle persone analfabeti e gli controllava le buste paga, gli cercava alloggi migliori e lavoro.

Piccole cose, o forse perchè lui amava ripetere sempre quando ricordava quegli anni "Abbiamo combattuto insieme per anni e cosa faccio adesso, gli dò un calcio nel culo?"