Márai Sándor

L'ultimo dono

Autore: 
Márai Sándor

Interrompo il mio silenzio per segnalare l’ultima opera tradotta in italiano per i tipi di Adelphi dello scrittore ungherese Sándor Márai. Vi sono raccolti i diari dell’ultimo periodo, dal 1984 al 1989, anno della morte. Una lettura struggente e triste, molto lontana dallo stile delle opere maggiori, molto lontana dalla celebrazione della Vecchia Europa asburgica e magiara, estranea si potrebbe dire a quel mondo borghese mitteleuropeo che tutti i romanzi in misura diversa contengono. Questa è la fine dell’esilio, terreno prima ancora che politico-geografico (Márai lasciò l’Ungheria subito dopo il secondo conflitto mondiale e non vi fece più ritorno).

L’antico scrittore è ancora un lettore forte, un acuto e lucido osservatore della realtà, che tuttavia gli si presenta alla fine dell’esistenza come un’interminabile serie di disgrazie e di dolori, privandolo della volontà di vivere, convincendolo dell’inutilità di una fine prolungata.

Chi cercasse qui l’autore delle Braci o del Divorzio a Buda o della Recita di Bolzano è bene si prepari a ritrovare un Sándor Márai molto umano, molto fragile. Colpisce la limpidezza del pensiero, l’esatta percezione del tempo che infierisce sul fisico e sull’anima

Compagna muta e protagonista di buona parte dei diari è la moglie Lola (quasi sempre indicata soltanto con l’iniziale L.), la donna che per sessantadue anni gli è stata accanto, tanto da divenire parte del suo compagno come può esserlo un arto o un organo, tanto da far diventare impensabile che senza di lei l’esistenza continui. Lola tuttavia è molto più debole del marito, ha bisogno di continue cure, e quando la situazione si aggrava e deve essere portata in una residenza per lungodegenti, l’Autore capisce che morire insieme, l’ultimo dono chiesto alla vita, non è più possibile.

 

Tra una annotazione e l’altra si disvela la vita ultima di Sándor Márai, la fatica dell’esilio, la percezione della mancanza di ogni legame con una terra viva solo negli autori ungheresi e nelle riviste che periodicamente arrivano da Budapest. Ormai la sua Ungheria, quella celebrata nelle Confessioni di un borghese, è svanita per sempre. Gliela restituiscono le poesie di Ady e József, soprattutto le opere di Krúdy che gli terranno compagnia particolarmente alla fine, quando la vita diventa insostenibile.

Il diario del 1984 è ricco di annotazioni e riflessioni concernenti la vita, la morte, la filosofia nella quale Márai sempre più spesso si rifugia (non traendone tuttavia grande consolazione), ci sono guizzi di critica letteraria (un vero excursus nella letteratura ungherese tra Otto e Novecento) e in varie date l’Autore parla della stesura (faticosa) di un romanzo giallo, l’ultimo, e della correzione dei diari fino al 1983. C’è ancora un po’ di interesse per le vicende della patria lontana, viste tuttavia col cannocchiale rovesciato di chi sa che non tornerà più indietro. Sono letture notturne, talvolta a voce alta per la moglie quasi cieca, spesso anche di storia e saggistica e se non mancano mai gli autori ungheresi (in appendice Marinella D’Alessandro elenca tutte le opere citate),  le riletture dei classici quali Cervantes, Virgilio, Omero, Shakesperare e molti altri non fanno che confermare la straordinaria conoscenza di Márai della letteratura mondiale.

La morte del fratello minore Gábor priva lo scrittore del conforto di un dialogo mai interrotto, benché ostacolato dalle distanze geografiche, e del suo lettore più appassionato. Ma è solo la prima delle stazioni dolorose che l’autore dovrà compiere nei suoi ultimi anni. Lola si aggrava sempre più, viene ricoverata e muore nel gennaio del 1985.  Di qui comincia una vera parabola interiore discendente dell’Autore che non trova più nessun senso nel continuare a vivere. Anche le annotazioni si diradano, vertendo quasi sempre intorno agli stessi argomenti: la morte, il nulla o quel che c’è al suo posto (cominciano i sogni, la “hot line” con Lola che gli parla di continuo della loro vita), la fatica fisica che qualunque azione e perfino pensiero richiedono, la solitudine più totale, una nausea crescente verso la letteratura, la scrittura, la parola (Scrittura: esibizionismo all’ottanta per cento. Il resto è come se venisse dettato da qualcuno, 25 aprile 1988), pensieri ossessivi sul momento ultimo che va assolutamente sottratto all’ingiuria dell’impotenza (fino all’acquisto di  un revolver con annesso corso presso un poligono di tiro per essere certo di poter “anticipare” un’eventuale ignominiosa decadenza).

Muore anche un altro fratello e muore il figlio adottivo di Sándor Márai, ancora giovane, lasciando lo scrittore muto e sempre più convinto dell’assurdità di un’esistenza che si conclude con la morte. Agnostico, rifiuta le favole della religione (di qualsiasi religione) e nello stesso tempo vorrebbe poter disporre di una divinità da odiare per quello che deve vedere e vivere. L’ars moriendi è una menzogna, anche gli antichi si sono sbagliati, anche i filosofi. Nessuna parola spiega la morte, nessuna la può giustificare. Solo, completamente solo, in balia di acciacchi sempre più gravi e timoroso di dover subire la sorte dell’adorata Lola, si uccide il 23 febbraio 1989.

Una lettura – lo ripeto –  struggente, che getta una luce triste su un periodo della vita scarsamente considerato se non da chi ne abbia avuta esperienza diretta magari anche solo marginale (attraverso l’assistenza o l’accompagnamento della persona anziana alla sua ultima tappa), per certi versi inquietante nel considerare quanta dolorosa distanza possa intercorrere tra corpo in decadenza e mente ancora lucida, che getta davvero un’ombra di ignominia sull’uomo inteso come persona nella sua integrità. Eppure la vecchiaia, il declino, la malattia, la morte, fanno parte inevitabile dell’esistenza e non ci sarebbe vera umanità senza di esse.

Impossibile giudicare la scelta dell’autore che annega la propria disperazione nell’annullamento volontario, difficile non condividere almeno in parte il senso di inutilità che una vita esclusa da ogni affetto e da ogni vicinanza interiore con chicchessia porta inevitabilmente con sé. Il lamento doloroso di Lola ricoverata “Ma quanto ci metto a morire…” che riecheggia poi continuamente nella testa del suo compagno di vita, genera una grande pietà in chi legge e dice la non scontatezza - nemmeno per chi crede - del momento ultimo, racconta l’attimo più difficile di tutta la vita, quello della morte, appunto.

Nella condivisione di queste pagine, ho dato risalto a ciò che forse anche per vissuto mi ha colpito maggiormente: vale forse la pena rassicurare gli appassionati di letteratura ungherese, che troveranno tra queste pagine un meraviglioso piccolo compendio di letture, annotazioni, critiche relative ad opere e autori magiari, così come gli appassionati di Sándor Márai troveranno molti riferimenti, anche diretti, alle sue opere e ne approfondiranno meglio il pensiero, scoprendo un Márai quasi metafisico.

Quanto a me, per molto tempo mi sono chiesta il motivo della fine volontaria di questo straordinario autore e credo, in questi diari, di aver avuto una risposta piena, dolorosa, umanissima.

Questo è il momento del risveglio. Quel che segue, sempre più intimamente è il disgusto. Il disgusto, perché lei "non c'è", perché è morta. Perché tutto ciò che preti, medici, persone di ogni sorta hanno blaterato nel corso dei tempi a proposito della morte sono semplici menzogne. Il fatto stesso della morte è disgustoso (28 marzo 1986).

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sándor Márai (Kassa, Ungheria, 1900 – San Diego, California, 1989), romanziere, poeta, giornalista e commediografo magiaro.
Sándor Márai, L'ultimo dono. Diari 1984-1989 
A cura di Marinella D'Alessandro
Milano, Adelphi, 2009
236 p.
(Biblioteca Adelphi 541)
 
Titolo originale: Napló 1984-1989
 
Approfondimenti in rete
Buona ed esaustiva la voce di Wikipedia
Márai su Lankelot
 

Ilde Menis, febbraio 2010 

ISBN/EAN: 
9788845923913

Commenti

[Marai] Beh, che l'influenza

[Marai] Beh, che l'influenza serva a qualcosa: questo Marai mi ha letteralmente folgorata.


p.s.: battesimo sul nuovo Lankelot anche per me!

[marai] finalmente! volo a

[marai] finalmente! volo a leggerti.

[marai] ecco, il mistero del

[marai] ecco, il mistero del suo suicidio cessa d'essere mistero. Capisco perfettamente il tono dell'articolo (e condivido la tua scelta). La lettura è, come sempre, estremamente equilibrata, elegante e intelligente. Nel tuo stile.

Bel contributo.

[marai] Grazie per la lettura

[marai] Grazie per la lettura e la sistemazione degli spazi: devo prender mano :))

[Marai]intanto sono felice

[Marai]intanto sono felice del tuo esordio nel nuovo lanke.


Per il resto, sai bene di aver toccato argomenti che mi riguardano e che abbiamo anche condiviso. Come dice  Bianchi, la morte è il "caso serio" della vita ed è sempre un mistero e non si è mai  del tutto preparati ad affrontarla

[Marai] Grazie ;)

[Marai] Grazie ;)