Luzzatto Sergio

La crisi dell'antifascismo

Autore: 
Luzzatto Sergio

Con «La crisi dell’antifascismo», Sergio Luzzatto, studioso della Rivoluzione francese e del fascismo, ha scritto un pamphlet sapidissimo e assai efficace: adatto a qualunque cittadino italiano che voglia schiarirsi le idee intorno ad alcuni fra i temi più ricorrenti nel dibattito pubblico in corso nel suo paese.

Si parte dalla constatazione che l’antifascismo, inteso quale insieme di valori fondanti il vivere civile della nostra democrazia, versi oggi in una crisi evidente di attrattiva e prestigio. Le cause, scrive l’autore, si possono rintracciare prima di tutto in un’inevitabile condizione di senilità: nelle leggi biologiche cui non solo le esistenze individuali, ma le vicende umane per intero sembrano dover soggiacere. Sessant’anni sono ormai passati, infatti, dalla fine del fascismo e dagli eventi della Resistenza, e oggi è adulta la generazione dei figli di coloro che già nacquero in età repubblicana. E poi anche in un declino di credibilità, cui l’antifascismo non è riuscito a sfuggire dopo il 1989 e la fine ingloriosa del «socialismo reale»: dato il rapporto «sottile e spesso equivoco che la memoria dell’antifascismo ha storicamente intrattenuto con la rimozione del comunismo» (p. 9). In altre parole, data la certa disponibilità, presso alcuni ambienti della cultura e della militanza antifascista, a tacere o minimizzare la portata storica delle colpe del comunismo. E se quest’ultimo ha costituito, di fatto, una delle anime più vitali e importanti dell’antifascismo, pare ora che la sua agonia sottenda, o quanto meno stia favorendo, l’agonia dell’altro.

È lo scenario periglioso di quanto sta avvenendo in Italia. Dove il rischio è che la condanna del comunismo (specie se sommaria e anacronistica, cioè incapace di tener conto «quanto fosse siderale la distanza che separava un comunista italiano da un fascista in termini di obiettivi politici, di immaginario sociale, di valori umani», p. 38) ecceda in ingordigia, e giunga a inglobare nel suo campo semantico la condanna dell’antifascismo. Offrendo il destro, per le medesime vie, a un’altra forma di equidistanza, che Norberto Bobbio ebbe a definire, pochi anni prima della morte, «aberrante»: quella tra antifascismo e fascismo.

Infatti, da sponde capziosamente terziste, è possibile prendere le distanze dall’uno come dall’altro. Ma diremmo meglio che purtroppo non si tratta di un rischio, quanto di una realtà già in atto. La posizione dei tre , né fascista né comunista né antifascista, è proprio quella che sta dominando le scene della discussione massmediatica attuale: propagandata com’è da un’influente e composita legione di intellettuali (molti dei quali, ahimè, sedicenti liberali), poligrafi, operatori della cultura i più vari, dalle colonne dei maggiori quotidiani come dalle poltrone dei talk show televisivi, e finanche dagli sceneggiati nazional-popolari di prima serata.

Luzzatto lo chiama il «verbo post-antifascista». E non fa altro che sviscerare, con acume, una tendenza abbracciata entusiasticamente sin dalle più alte cariche istituzionali: da Marcello Pera, Presidente del Senato, il quale senza timore ha affibbiato all’antifascismo, parafrasando Renzo De Felice, la qualifica di «mito incapacitante», come a dire del tutto inservibile per definire una liberaldemocrazia moderna; a Silvio Berlusconi, che non ha mai ritenuto di dover presenziare, in veste di premier, ad alcuna celebrazione del 25 aprile. Il verbo post-antifascista, insomma, è il credo ispiratore di quel grande progetto revisionista, politico e storico insieme, cui oggi arride in Italia tanta fortuna. Storia e politica – trapela chiaramente dall’analisi di Luzzatto – procedono infatti a braccetto nella duplice volontà di riscrivere l’assetto istituzionale del paese, da un lato, e il suo passato recente, dall’altro. C’è, in altri termini, una relazione strumentale fra il revisionismo storiografico, che da almeno un decennio scarica a priori il suo discredito sopra il mito fondativo della Resistenza (che la buona storiografia, peraltro, ha già contribuito a smitizzare, pur senza liquidare), e il revisionismo politico che intende metter mano alla Costituzione della Repubblica, sorta appunto da quell’esperienza, e dagli ideali antifascisti che la animarono.

Nella fattispecie, è noto, il fine è di ridisegnare il ruolo della magistratura, il primato del Parlamento, le prerogative del Capo dello Stato, lo statuto della Consulta: non a caso, i caratteri «più genuinamente antifascisti» (p. 95) della nostra Carta costituzionale. Perché l’identità dell’Italia repubblicana, come di qualsiasi altra nazione, è fondata su valori scaturiti dalla sua storia: o meglio – essenziale precisazione – da alcuni episodi della sua storia, piuttosto che da altri. La scelta, che è morale e politica, di celebrare gli uni oppure gli altri, è una scelta che non ammette conciliazioni fra memorie per forza divise e contrastanti, e che tali debbono rimanere. Pena l’annacquamento della storia del Novecento nel mare indistinto di un’improponibile, quanto improbabile, storia bipartisan.

«Onora il padre e la madre. Qualunque padre e qualunque madre. Cos’altro invitano a fare – in effetti – gli storici, i giornalisti, i politici che perorano la causa di una riconciliazione nazionale tra i figli dei resistenti e i figli dei saloini, o che sognano addirittura lo spettacolo di un abbraccio in extremis tra gli epigoni delle brigate partigiane e gli epigoni delle brigate nere, se non ad annacquare le motivazioni ideologiche, psicologiche, etiche degli uni e degli altri nell’oceano di un embrassons-nous generale?» (p. 21).


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004, pp. 105, 7 €.

L’autore (Genova, 1963) insegna Storia moderna all’Università di Torino. Tra i suoi libri, Il corpo del duce (1998), Il Terrore ricordato (2000) e, con Victoria de Grazia, per Einaudi, Il Dizionario del fascismo (2002-2003).


Patrick Karlsen, ottobre 2004.

A te, Gianfranco, liberale autentico.

ISBN/EAN: 
9788806170493

Commenti

Cher Buck,

incredibilmente questa pagina non era correttamente indicizzata. E' una gioia reintegrarla nell'archivio e salutarti daccapo per la dedica in calce, apprezzo molto.

nonostante non siano annoverabili come storici tra i "sedicenti liberali" - "terzisti" d'istinto ci metto anche Angelo Panebianco e Piero Ostellino.
Anche loro se ben ricordo, a parte il loro persistente minimizzare le anomalie berlusconiane (il che non li fa affatto liberali e terzisti), in argomento hanno assunto atteggiamenti "revisionisti".
Per tornare ad argomento che ho precedentemente trattato c'è da dire che Indro Montanelli, sicuramente considerato il più noto ed accanito tra gli anti-antifascisti, nella sua perenne polemica nei confronti della storiografia di sinistra (tanto per dire la stessa che negava il forte consenso popolare ricevuto dal regime), quando ormai aveva lasciato gli ormeggi del Giornale e dei suoi lettori, ha avuto parole molto poco concilianti verso i nuovi "revisionisti".
Detto poi da chi ha avuto in qualche modo una visione buonista del fascismo fa pensare.

mando il commento in più parti, scusate, ma la mia connessione va a corrente alternata. interessante. e molto. ma l'antifascismo è entrato in crisi subito dopo la guerra. 

"In questo clima, il vecchio Borsa constata che i partiti,
soprattutto democristiani e comunisti, i due più efficienti partiti di
massa, si muovono con cautela, spesso con ambiguità. è un denso elenco
di querimonie:"Alla nostra politica finanziaria è mancata una
coraggiosa risolutezza democratica [...] Uguale coraggiosa risolutezza è
mancata alla nostra politica interna soprattutto per colpa dei partiti,
i quali non sono quel che dicono di essere e fanno della diplomazia e
dell'opportunismo a tutto danno di quelle forze morali e ideali che
dovrebbero esserne la ragione e il prestigio".

E poi l'elenco degli
impegni mancati:"La paura dell'impopolarità, colpendo energicamente i
mali che stanno in basso, e la paura degli interessi costituiti,
colpendo quelli che stanno in alto; la mancata epurazione;
l'intangibilità della burocrazia fascista; il poco o nessun freno messo
alla corruzione e al sopruso, da qualunque parte vengano; certi metodi
che si perpetuano sotto un'altra etichetta e, da ultimo, l'infelice
amnistia, che ha ridato piena cittadinanza al fascismo sono tutte cose
che si notano e non posso a meno di lasciar perplessi e amareggiati"."
di Walter Tobagi, Mario Borsa giornalista liberale - il "Corriere della
sera" e la svolta dell'agosto 1946, in "Problemi dell'informazione"
1976 (numero 3, mi sembra).

il virgolettato dopo il virgolettato si riferisce ad editoriali di Borsa apparsi sul
Corriere che lui dirigeva (e che fu costretto a lasciare, dopo essere
stato chiamato a salvarne le sorti, vista la svolta fascista del
giornale, per tornare ad essere un giornale "pulito") nel 1946.
Il problema dell'antifascismo è che ha sempre avuto paura. Il caso di
Borsa e del Corriere post-guerra è emblematico.
Il Corriere viene espropriato ai vecchi proprietari e chiamato Borsa,
che nel 1925 aveva pubblicato, La libertà di stampa, contro i metodi che
il fascismo stava utilizzando per soffocarla sempre di più. Unico
giornalista che poteva corrispondere per testate giornalistiche
straniere in Italia dal 1938 (o 1939, scusate). Chiamato per questo,
straniero in italia. Mai piegato. Chiamato al corriere per restituire al
giornale quella caratura che aveva avuto dal 1876 fino al ventennio,
prima di vendersi ad altri interessi.
E dopo averlo traghettato e ripulito, ecco i vecchi proprietari di nuovo
in sella, e lui fuori.

Scusate la lunghezza, e forse anche l'imprecisione di qualche data.
Ancora, da altri editoriali:
"La colpa non è tutta e solo di Mussolini [...] è stata la nostra
borghesia che, presa nel 1919 da panico pecuniario per i disordini del
dopoguerra, né gravi in sé né irrefrenabili, credette di vedere la
propria salvezza sociale nei manganelli degli squadristi."

Ancora:
"far sentire ai CLN periferici - e francamente ce n'è bisogno - che in questo momento il loro dovere è quello di impedire le violenze
personali, le rappresaglie, le minacce, i ricatti, le estorsioni
arbitrarie di denaro"...."è il fascismo di certi antifascisti"..."c'è in
giro troppo fascismo camuffato da antifascismo. Bisogna avere il
coraggio di individuarlo, di denunciarlo, di colpirlo, di disperderlo."
Di nuovo:
"Ristabilire la legalità significa non soltanto epurare il paese dai
fascisti ma anche epurare certi antifascisti dal loro fascismo, dalla
loro mentalità fascista, dai loro metodi fascisti, dalle loro
imbecillità quasi fasciste e dalla loro prepotenza molto fascista".

scusate. la smetto. un po' lungo. forse confuso.
ciao.
ndr

"Si parte dalla constatazione che l?antifascismo, inteso quale insieme di valori fondanti il vivere civile della nostra democrazia"

Questo assunto mi ha sempre lasciato perplesso, per usare un eufemismo. Come si può fondare una democrazia sull'anti qualcosa (il fascismo, nella fattispecie), invece che su un qualsiasi pro.

mi spiace per il commento in più pezzi, ma non mi è possibile mandare commenti più lunghi, nè mail lunghe, per motivi legati alla connessione internet.
però ci tenevo. "il fascismo di certi antifascisti". questa espressione. consiglio di leggersi mario borsa, giornalista. scrittore. io ho letto solo un suo libro, Il giornalismo inglese, ora Il Sole ha ripubblicato la sua La libertà di stampa, con l'articolo di Walter Tobagi da cui ho tratto queste righe. spero piano piano di riuscire ad approfondirne la conoscenza, magari anche degli scritti narrativi, che però sono di non facile reperibilità. perché non ho quelle sette otto vite necessarie a far tutto? ahahah!!!!
ciao.

"È lo scenario periglioso di quanto sta avvenendo in Italia. Dove il rischio è che la condanna del comunismo (specie se sommaria e anacronistica, cioè incapace di tener conto «quanto fosse siderale la distanza che separava un comunista italiano da un fascista in termini di obiettivi politici, di immaginario sociale, di valori umani», p. 38) ecceda in ingordigia, e giunga a inglobare nel suo campo semantico la condanna dell?antifascismo. Offrendo il destro, per le medesime vie, a un?altra forma di equidistanza, che Norberto Bobbio ebbe a definire, pochi anni prima della morte, «aberrante»: quella tra antifascismo e fascismo".

Questo passo sarebbe da argomentare parecchio (e non ho idea l'autore come l'abbia argomentato). La distanza tra un comunista italiano e un fascista italiano, mi pare chiaro e lampante, è sempre esistita. Metterli nello stesso calderone è sbagliato e inopportuno. Ma per motivi immagino molto differenti da quelli che sembra scorgere l'autore in questione. O si vuol affermare che i comunisti italiani erano - solo per aver partecipato alla resistenza - migliori dei fascisti italiani. Per diritto acquisito sul campo, per cosi dire? Ma andiamo, non raccontiamoci barzellette. Vogliamo parlare dei valori umani? che qui si evocano a paragone. Vogliamo metterli davvero sul piatto della bilancia? E non lo so mica quanto converebbe a comunisti...

Bobbio l'ho sempre considerato un cialtrone fazioso.

"La posizione dei tre né, né fascista né comunista né antifascista, è proprio quella che sta dominando le scene della discussione massmediatica attuale". E mi domando, si può ancora discutere oggi di fascismo, comunismo e antifascismo? Sono idee di un altro tempo oramai, a meno che non servano - come al solito - per giustificare l'immobilismo dei nostri tristi politicanti.

"Marcello Pera, Presidente del Senato, il quale senza timore ha affibbiato all’antifascismo, parafrasando Renzo De Felice, la qualifica di «mito incapacitante»"

è la prima volta che sono d'accordo con Pera, mito incapacitante è proprio il termine azzeccato, per ciò che andavo spiegando nel post precedente.

Sono d'accordo che è inutile pacificare ciò che non può essere pacificato, partigiani e repubblicani di Salò devono rimanere distanti. Che la storia sia rletta in una chiave più equa è però una necessità, anche revisionando, laddove serve (e serve parecchio). Del resto, come diceva De Felice, lo storico attento è revisionista, il revisionista per antonomasia.

Inutile pacificare, dunque, ma superare e lasciare alla storia quel tempo controverso e doloroso di guerra civile è una necesità. Concentrandosi sul presente, quanto mai pieno di problemi che con le vicende di allora non hanno nulla a che vedere.

14. Già. Ma le persone che stanno dove stanno non l'hanno superato, né lasciato, né niente. La guerra civile di 60 anni fa continua ad essere buona scusa per tutto. Non è tutta colpa della DC e del PCI? Non è tutta colpa di Mussolini? Non è tutta colpa del Re? Non è tutta colpa del Cavour? E Garibaldi? è tutta colpa dei barbari!!!!!! di Roma, acc!!!
eheheh.

tutto ciò mi ricorda la scena di un film di Nanni Moretti...

Non mi ricordo che film era, però mi ricordo la scena di lui dentro un bar e due vicini discorrono tra loro. ad un certo punto uno dei due dice all'altro: ma fascisti o comunisti in fondo son la stessa cosa. Nanni Moretti diventa una belva e chiede Ma dove siamo in un film di alberto sordi? Subito dopo Viene sbattuto fuori

Te lo meriti, Alberto Sordi. Te lo meritiii

copertina!

copertina!