In tempi non sospetti – 2002 – quando era necessario schierarsi, perché sembrava davvero stessero vacillando i presupposti dell’esistenza d’una pur debole e vassalla Repubblica, Lupi non si è chiamato in disparte e ha dichiarato, con questo suo libello satirico, il suo fermo e totale dissenso nei confronti del berlusconismo, ridicolizzando la politica “liberista” della c.d. “Casa delle Libertà” e preconizzando una svolta dittatoriale pure fortunatamente mai avvenuta. Quel che colpisce il lettore libero e democratico, a metà 2007, è che non siano serviti né i libri di Travaglio, né i documentari, né gli instant book di diversi editori indipendenti (Malatempora: ricordo “Come e perché Berlusconi presto cadrà”) a chiarire le idee a un italiano su due. Non li hanno nemmeno ammoniti: niente. Berlusconi ha (provvisoriamente) perduto il suo ruolo di Primo Ministro, ma il suo potere è rimasto capillare e vivo; a livello mediatico, politico ed economico. Sfogliando questo libro si respira l’amarezza di quegli anni assurdi: si sorride e si scuote la testa ricordando quanto ingiusta e assurda fosse la situazione, quanto infami certe riforme, quanto grottesca la sensazione di impotenza che si avvertiva. Storicamente direi che non era mai accaduto che tante ripetute denunce, nazionali e internazionali, cadessero così nel vuoto: che fossero ben documentate, ottimamente articolate, satiriche o caustiche non ha avuto importanza. Quell’uomo – e quel governo – ha retto per cinque anni, e ha rischiato d’essere recentemente rieletto. Lo scenario apocalittico paventato da Lupi non era così impossibile, e non era affatto poco plausibile. Quel che forse non poteva immaginare è che i successori – colorati d’arcobaleno – fossero così simili, nelle politiche economiche e sociali, a chi li aveva preceduti. Quel che Lupi – come molti di noi – non poteva sapere è che i cittadini italiani non hanno più nessun punto di riferimento credibile: cambiano le bandiere e gli slogan ma non i programmi. Cambiano i motti ma non i privilegi. Cambiano i volti ma non cambiano le condizioni dei cittadini e dei lavoratori; piuttosto, peggiorano progressivamente. Pensando, talvolta, che “poteva essere peggio” se si fosse instaurato definitivamente un “regime mediatico”, come quello descritto nelle prime battute del testo:
“Questa storia si svolge nell’isola di Camelia, un Paese che può avere vaghe similitudini con altri che conosciamo ma che in realtà non esiste. Riuscite a immaginare uno Stato dove il capo del Governo è padrone di tutta l’informazione televisiva e della carta stampata? Oppure una nazione dove il presidente del Consiglio è anche il più importante imprenditore nazionale? Ecco, a Camelia detiene il potere una persona così e non lo ha fatto grazie a un colpo di stato, no davvero. È stato democraticamente eletto dai cittadini, senza bisogno di brogli o truffe elettorali. È chiaro che la nostra storia è di pura fantasia (…)”, scrive nell’Introduzione Gordiano Lupi. Già, niente brogli e niente truffe: tanti miliardi che è bastato fondare quel che Lupi definisce “il partito che non c’è” per regalare la suggestione d’un partito democratico, che s’andava autopropagando con un abnorme investimento pubblicitario.
“Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi” (il cognome, suggerisce Marco Busetta, è un omaggio al "Tartarino" di Daudet) è strutturato come un diario: il premier racconta un mese della sua vita e della sua attività politica; è la primavera che cambierà la storia di Camelia. Ritroviamo quindi, sullo sfondo, lo sgradito invio “porta a porta” de “Una storia italiana”, i fatti di Genova, le veline di Emilio Fede, l’infame e angloamericana riforma dei contratti dei lavoratori, l’approccio nei confronti dei clandestini, la (smarrita) leadership di Cofferati, il rapporto vassallatico nei confronti dell’amministrazione Bush e della sinistra amministrazione Putin, lo spettro dei nemici (tutti “populisti”, nel libro) dei quali Pilvio è vittima e via discorrendo. Lupi maschera i nomi di tutti i protagonisti dello scenario politico nazionale e internazionale, divertirsi a ricostruire – che so – “Sgarbi” da “Carezzi” è uno degli svaghi del lettore. Il testo, complessivamente, rimane fedele alla sua natura di pamphlet satirico e politico, mostrando sdegno, preoccupazione e perplessità; rimane come documento – ripeto – delle convinzioni politiche dell’autore e di quanti non si capacitavano di quel che cominciava ad avvenire in Italia. Non importa, da questo punto di vista, se e quanto sia servito: importa che sia esistito, e che non sia stato pubblicato quando Berlusconi è caduto; è uscito con il premier all’acme del suo potere politico – era fondamentale, ribadisco, schierarsi.
Particolari ragioni di interesse estetico non ne vedo: ne vedo piuttosto a livello di identità autoriale; l’opposizione nei confronti di chi s’avvicina alla dittatura, e di chi di dittatura vive (Castro) è un tratto distintivo della sua apprezzabile e democratica visione del mondo. Non così comune come vorrei credere, né in quel che rimane delle Destre, né in quel che rimane delle Sinistre (i centristi, non lo dimentico, hanno il monarca assoluto. Il Papa). La storia contemporanea è uno strisciante annuncio di nuovi e più potenti regimi totalitari; influenzati più ancora che in passato dalle grandi industrie e dai grandi capitali.
È piacevole sapere che c’è chi ha già ampiamente preso le distanze da tutto questo, e da certe odiose derivazioni di diverse ideologie. E non ha nessuna paura di dichiararlo.
***
L’epilogo è piuttosto polemico. Lupi comincia a saldare i conti con l’ambiente letterario – in “Quasi quasi…” e “Nemici miei” assisteremo all’assalto frontale. Questo è solo l’antipasto, amaro e rabbioso, spaccato del malessere dell’autore e della sua stanchezza nei confronti delle contraddizioni del sistema editoriale, e della scorrettezza di qualche (riconoscibile) protagonista: “Questo racconto è soltanto un tentativo di plot che un autore senz’arte né parte ha tentato di costruire. Perché questo è quel che sono, d’altra parte. Uno squallido mestatore senz’arte né parte, come mi definì un giorno uno scrittore vero, un tipo così raffinato che si fa chiamare con un nome inglese mentre è cameliano dalla testa ai piedi (… segue bastonata alle sue puttanate horror, NdR). Così va la vita. E in fondo è giusto così. Soltanto alla fine della storia avremo diritto a qualche spiegazione, se si degneranno di darcela. Soltanto alla fine. Intanto godiamoci il plot.
Perché la vita è plot.
Tutto il resto è letteratura”.
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Cinque anni dopo, queste le riflessioni sul libro a firma Gordiano Lupi.
“Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi è il classico instant book che si deteriora con il passare del tempo. Un libro scherzoso, beffardo, polemico, dissacrante… Si tratta della cronaca ironica di un periodo storico-politico, giorno dopo giorno ho modificato gli avvenimenti politici giocando con questa finzione dell'isola di Camelia, di Pilvio Tarasconi, dei populisti acerrimi nemici e via dicendo… Certo, non è un testo di grande valore letterario, né adesso penserei a ripubblicarlo, resta in catalogo del Foglio, ma non so ancora per quanto. Ha perso molto del suo interesse con il cambiamento delle cose e con il passare del tempo” – mi scrive, a proposito del libro, l’autore il 30 aprile 2007.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), romanziere, poeta, saggista, recensore, soggettista, sceneggiatore, traduttore, editore italiano.
Gordiano Lupi, “Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi”, Il Foglio Letterario, Piombino, 2002. Copertina di Gioma. Quarta di Dalmazio Frau. Vignette di Elena Migliorini e Andrea di Carpegna.
GORDIANO LUPI in LANKELOT
Gianfranco Franchi, Aprile 2007.
Commenti
Primo libello politico-satirico di Lupi. 2002.
"Sfogliando questo libro si respira l?amarezza di quegli anni assurdi: si sorride e si scuote la testa ricordando quanto ingiusta e assurda fosse la situazione, quanto infami certe riforme, quanto grottesca la sensazione di impotenza che si avvertiva"
- Allora dice la verità.
Condivido l'amarezza di Franchi, perchè adesso si potrebbe scrivere un identico libro con protagonista Prodi, magari intitolandolo il Prode Mortadella, oppure facendo una sorta di Avanti miei Prodi!, una cosa così... Non è che la differenza di governo si senta molto, tanta propaganda, molta demagogia, ma i problemi restano gli stessi. Ci sono i precari di prima, le solite incertezze, il quadro politico è sempre più confuso, le aspettative modeste, abbiamo un governo di sinistra che non riesce neppure a fare una buona legge sul lavoro... ma basta parlare di politica italiana che non lo so fare, non me ne intendo... Volevo soltanto dire che secondo me quel libro è archeologia, una raccontino dei tempi passati, non so quale interesse attuale possa ancora rivestire.
Gordiano
Di Lupi sto aspettando Almeno il pane Fidel perché se dell'Italia vivendoci qualcosa si sa, di quell'altro Paese, Cuba, si sa troppo poco e temo anche in modo sbagliato).
Interessante questo libro.
Archeologia?
L'archeologia costruisce la storia e la storia costruisce la memoria collettiva di un popolo.
Quindi è utile, utilissima, per capire, soprattutto quando ce ne saremo dimenticati, i perché di tante cose.
"L?archeologia costruisce la storia e la storia costruisce la memoria collettiva di un popolo.
Quindi è utile, utilissima, per capire, soprattutto quando ce ne saremo dimenticati, i perché di tante cose."
> la risposta di Ilde, Gordiano, è sacrosanta...
(sì che devi parlare ancora di politica, italiana e non solo. E' un dovere di ogni intellettuale consapevole, e di ogni artista impegnato. Con la tua sempre limpida franchezza. Così...)
Non riesco a parlare di politica italiana, non mi appassiona, purtroppo trovo difetti enormi in ogni schieramento poltico e se in passato mi sono definito un uomo di sinistra non è che oggi mi senta così sicuro di esserlo ancora, visto la piega che prendono certi eventi. Ecco, un movimento al quale mi sento vicino è quello radicale che lotta per i diritti umani. I radicali italiani sono sttati gli unici a denunciare la situazione di repressione a Cuba e a manifestare insieme alle dame in bianco (le mogli dei detenuti per reati di opinione). Non è stata cosa da poco, ma chi ne ha parlato? La mia rubrica cubana su www.tellusfolio.it... quanti altri?
Gordiano Lupi
E' veramente curioso, Gordiano, che parlando di politica italiana tu sia slittato subito sulla questione cubana. Ho l'impressione che ci sia un gran bel gioco di specchi, anche inconscio a questo punto; proverò a rileggere, in futuro, i tuoi libri sul castrismo e sulla vita dei cubani sotto Castro traducendo la situazione in Italia. Vediamo che ne deriva.
(cmq: sì, i radicali hanno storicamente meriti notevoli, da certi punti di vista. Denunciano i drammi della repressione cubana ma al contempo si stanno infoibando nell'anglo-americanismo. Non sempre riesco a decifrarli, di recente...)
"Quel che Lupi ? come molti di noi ? non poteva sapere è che i cittadini italiani non hanno più nessun punto di riferimento credibile: cambiano le bandiere e gli slogan ma non i programmi. Cambiano i motti ma non i privilegi". Ecco Franco, io e te abbiamo molte cose in comune come diverse distanze. Ma quando leggo passaggi così "miei", capisco perchè ti stimo e perchè Lankelot è la mia oasi, talvolta.
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"Particolari ragioni di interesse estetico non ne vedo: ne vedo piuttosto a livello di identità autoriale; l?opposizione nei confronti di chi s?avvicina alla dittatura, e di chi di dittatura vive (Castro) è un tratto distintivo della sua apprezzabile e democratica visione del mondo. Non così comune come vorrei credere, né in quel che rimane delle Destre, né in quel che rimane delle Sinistre (i centristi, non lo dimentico, hanno il monarca assoluto. Il Papa). La storia contemporanea è uno strisciante annuncio di nuovi e più potenti regimi totalitari; influenzati più ancora che in passato dalle grandi industrie e dai grandi capitali." >> mi ripeto? no, non lo faccio
"Perché la vita è plot.
Tutto il resto è letteratura?.
Oddio bella questa. Mi intriga :-)
9. Eh? Niente male, davvero. E se l'è giocata come clausola. Bella scelta.
da maradagal a camelia.
6. sinistra? quale sinistra, appunto. condivido: non so se sono confuso e ignorante io o sono loro ubriachi e falsi.
mi fa sorridere il titolo. il mio primo libro è stato le avventure di tartarino di tarascona, daudet. è un paesino carino, ci sono passato di recente. lui pallista uguale. nome azzeccato!
Bravo Marco. A Daudet non avevo pensato affatto. Questa è una notizia che dovrei integrare nell'articolo!
;-)
fatto:)
"(il cognome, suggerisce Marco Busetta, è un omaggio al "Tartarino" di Daudet)"
La parte finale del libro andrebbe spiegata, non so se uno la comprende fino in fondo se non è nel mondo letterario (pure marginalmente come lo sono io). Si tratta di una riposta che do al Maltese, a Fernandel, a parecchi intellettuali da strapazzo del mondo letterario, a tutti coloro che fanno letteratura ombellicale. "La vita è plot. Tutto il resto è letteratura" è scritto per loro...
Gordiano