“Cuba resta per me un luogo dell’anima, un posto dove tornare per ricordare il passato e programmare il futuro, una pausa alla convulsa e frenetica vita italiana, un momento di sosta per tirare il fiato. Ho scritto molto su Cuba e ho ambientato tante mie storie tra questa gente che adesso posso dire di capire, pure se sono italiano. Non ho mai avuto nei confronti dei cubani un comportamento da burino saccente che si sente un uomo civile in mezzo ai selvaggi. E mi dispiace quando sento un cubano dire: “No somos animales. Somos cubanos!”. Non ho nessun bisogno di sentirmelo ripetere perché lo so perfettamente. Cuba è per me un tuffo nel passato, un punto e a capo, un momento di riflessione, una pausa dovuta, un mojito ghiacciato da sorseggiare con calma come faceva il vecchio Hemingway. Cuba è un panorama di palme, banani e gigantesche ceibas affacciate sul mare che si piegano sotto la forza d’un uragano tropicale. Cuba è anche i suoi problemi irrisolti che appena metto piede sull’isola diventano parte di me, non posso fare a meno di vederli. Non sono Gianni Minà che visita Cuba passando dalle segrete stanze del Comandante en jefe, uno dei pochi luoghi dove va tutto bene e non manca niente, neppure il superfluo. Non sono neppure un esponente dei comunisti italiani che rende visita all’apparato del regime. Per fortuna nessuno mi dice cosa devo riferire una volta tornato in Italia. Non è un vantaggio da poco”.
Questo è lo spirito con cui Gordiano Lupi, uno dei maggiori conoscitori italiani di Cuba, si è occupato nei suoi romanzi e nei suoi reportage della vita difficile nell’isola umiliata dalla rivoluzione castrista. Con lo stesso spirito Lupi dà alle stampe Una terribile eredità (Perdisa editore, pagine 128, 12 euro).
Alberto è un soldato cubano inviato dal regime di Castro in Angola a combattere una guerra che non sente. Il protagonista vivrà i cinque anni in Africa come un’esperienza traumatica che gli cambierà definitivamente la vita.
Nella prima parte del romanzo Lupi descrive nei minimi dettagli l’orrore della guerra: un inferno nel quale ogni essere umano finisce per abbrutirsi. Un incubo che difficilmente la memoria riuscirà a cancellare. È quello che succede ad Alberto quando viene mandato in missione nel deserto insieme ai suoi commilitoni. La missione fallisce perché vengono attaccati dai ribelli. Si salveranno in pochi. Per sopravvivere i soldati saranno costretti a mangiare la carne dei propri compagni trucidati.
Alberto torna a Cuba con il peso di questa terribile eredità che lo trasformerà in un cannibale seriale. Sullo sfondo del periodo speciale, il protagonista combatte con la furia omicida che si porta dentro. Ma si accorge che quella maledetta esperienza nel deserto lo ha completamente cambiato. Lui sa che il cannibale che si porta dentro sarà sempre invincibile. Non riuscirà a elaborare il lutto di quei tragici giorni del deserto, e in ogni crimine che commetterà rivivrà fino alla fine sulla pelle delle sue vittime l’ossessione dei ricordi di guerra.
Creando un affascinante connubio di horror e reportage, Gordiano Lupi torna a Cuba per scrivere il suo romanzo migliore. Un viaggio contemporaneo al termine della notte sul dolore e sul male. Con una scrittura estrema, tesa e lucida l’autore esplora con acuta psicologia la crudeltà dell’uomo e del regime, il rapporto tra innocenza e senso di colpa, la macabra rappresentazione della follia che invade con prepotenza la natura umana.
Sarà difficile per Alberto liberarsi di questa terribile eredità. Non ci riuscirà nemmeno quando verrà arrestato e rinchiuso in un manicomio criminale. Quello che è accaduto in quel maledetto deserto lo ha reso un dannato per sempre. Sarà il finale a sorpresa a dirci quello che realmente il male ci mette sotto gli occhi ogni santo giorno che attraversiamo la vita .
Lupi in questo straordinario romanzo - metafora sulla condizione umana, senza concedere un attimo di tregua, incalza il lettore con una verità crudele: il terrore è sempre in mezzo a noi e si serve del male per trasformarci in pericolosi assassini. Gli interrogativi più inquietanti sulla natura umana rimarranno senza risposta. Lupi nel suo libro li passa in rassegna tutti, con il disincanto di chi è convinto che il male vince sempre sul bene perché l’uomo è il carnefice di se stesso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), romanziere, poeta, saggista, recensore, soggettista, sceneggiatore, traduttore, editore italiano.
Lupi, Una terribile eredità, Perdisa editore, 2009.
pagine 128, 12 euro.
È stato recensito o presentato da: Cinemavvenire / Satyrnet / Kaos online / Rossella Anelli / Zam / Rassegna stampa cartacea e varia
Approfondimento in rete: Sito ufficiale di Gordiano Lupi / Blog di Gordiano Lupi / Casa editrice di Gordiano Lupi / Intervista di Giorgini (Kult) / E-book gratuiti / Lattanzi su Lupi / Controstorie (Letteratitudine) / MilanoNera / Racconti di Lupi
GORDIANO LUPI in LANKELOT
Nicola Vacca, settembre 2009
Commenti
Sostiene Nicola:
"il terrore è sempre in mezzo a noi e si serve del male per trasformarci in pericolosi assassini."
Aggiungo le nuove parole dedicate da Patrizia Garofalo al libro (il suo articolo d'antan è on line da qualche tempo, qui:
http://www.lankelot.eu/?p=2127
PATRIZIA GAROFALO.
"Inutile sarebbe indagare e inoltrarsi nella logica di qualsivoglia guerra se non rintracciarla nella follia di chi stabilisce le sorti di individui destinati a precipitare nell?instabilità storica, fisica e coscienziale, a partire senza una motivazione plausibile e a nulla anelare tranne che a cercare la propria salvezza a qualsiasi costo. Ma alla guerra non c?è fine: devasta la normalità, le emozioni e i sentimenti, trasmuta ogni vincolo spirituale, sancisce il trionfo della disumanità, sventra ogni tentativo di ricostruirsi con fantasmi che inutilmente tentano di svanire, di rimuoversi, si appropria per sempre del corpo, è un attraversamento di dolore che assiste all?annientamento della vita insieme al sovvertimento dei valori.
Una terribile eredità di Gordiano Lupi (Perdisa 2009) si sgrana pagina per pagina sia in immagini dure e distaccate, in una impartecipazione quasi da terza dimensione, sia in aperture a grandangolo nel cui alternarsi assiduo risiede l?originalità dell?autore.
Ogni parola rimanda al cuore la sofferenza del protagonista nel perdurare dell?orrore, lacerante, senza rimedio e senza respiro. L?animo e lo sguardo dello scrittore sono al di qua di qualsiasi giudizio o interpretazione; mai omologazione dunque, ma identità precise e irripetibili, sofferte, ?persona? nella sua unicità è il protagonista, delineato attraverso un realismo forte a tratti da reportage giornalistico, e al contempo accompagnato da uno scrivere riscaldato dalla pietas. L?esperienza reale trasmuta in quella scritturale, luogo d?elezione in vista della memorabilità degli eventi.
Lo stile del romanzo, simbiotico al contenuto, è controllato da una sapiente paratassi e da una punteggiatura che si sgretola mimando, reificando quasi, i ritmi dell?orrore e del dolore; arrivano al lettore input parossistici nella forza espressiva delle immagini che sempre più intensamente comunicano l?avvertimento della catastrofe. ?La terra non ce la faceva più a sopportare il peso dei suoi morti e quasi rifiutava di ingoiarli e di dargli sepoltura?.
Mi sovviene Ungaretti in Non gridate più; ma nella guerra di questo racconto, dove il protagonista resta fermo alla fase della pena, mancano la fede e la tensione a un altrove mistico, il riscatto, la pace, la possibilità di sollevarsi da un?esistenza stagnante nel tragico: ?Dove esiste la fame non esiste la vita?; ?Qualcuno comprenda che non c?è fine all?orrore?.
Mi sembra che ciò voglia dirci questo avvincente libro. Trovare come unico sfogo la soppressione di innocenti vite per cibarsi della loro carne altro non è che lo stigma enfatizzato di una guerra che segnerà un ritorno nella propria terra con un?eredità raccapricciante: ?Per tutti sono un povero pazzo e posso dire quello che voglio?. La pazzia quindi, l?insania come unica libertà anche se si sta marcendo dietro alle sbarre. L?antropofagia, paradossalmente, nell?introiezione dell?altro potrebbe essere letta come atto di amore e di lutto (cos?altro è l?elaborazione del lutto se non l?introiezione del soggetto dell?abbandono?). E in sequenza partono le immagini che scandiscono la storia del protagonista, stringono l?animo e ci fanno partecipi di quel dolore presente e della retrospezione.
L?irreversibile itinerario verso la follia nella disseminazione della propria individualità-identità indurrà il protagonista a coniugare insania e pena, capacità di uccidere e al contempo di continuare ad amare, e in tal senso Gordiano Lupi finisce per addentrarsi negli interstizi dell?umana psicologia quale buio perenne: come altrimenti coniugare amore e morte visto che sono isolatamente irriconoscibili? Nel protagonista più che a un inaridimento spirituale si assiste al pronunciamento della sovrana indissolubilità di amore e morte. E il suo responso di reduce finirà per vaticinare tale verità-enigma, in una visione tutt?altro che contemplativa del vero.
Le onde del mare si frangevano sul muro in granito, screpolato e distrutto in più punti? dove si faceva più forte il sapore del mare, i palazzi colorati di rosa e di giallo mostravano alla forza del vento un antico splendore? di quella regione ricordo solo un deserto infinito?
Le scimmie ci fanno troppa pena? gridano come bambini disperati? Un pianto stridulo. Terrorizzante. Muoiono per il dolore? il passato tornava come una scure selvaggia a decapitare i sogni? compresi presto che con quell?incubo avrei dovuto convivere per tutta la vita? bevo quel sangue a lungo poi stacco le labbra ho paura che i ragazzi comprendano quello che mi sta accadendo? io non sono un vigliacco, scappo per amore? dal deserto dell?Angola si torna, non si torna da quello dell?anima. È anche questo la guerra; non poter disinnescare una bomba che si ha dentro.
Il figlio dagli occhi come quelli di Clara c?è, lasciato, ritrovato, lasciato di nuovo? gli vuole bene, lo va a trovare e rende più accettabile la follia. L?eredità è lì, in un pacchetto ben legato con le ultime notizie di un articolista del Granma, un pezzo di carne ben salato dal profumo dolciastro?. Emblematica oblazione: paradigma e lascito di dannazione o di reciprocità d?amore".
(PATRIZIA GAROFALO)
E io sono qui per ringraziare dell'attenzione che come sempre l'amico Gianfranco mi dedica, pure se tanto lo so che "resteremo sempre a un punto dai campioni...."
Gordiano
amico mio. tutto quel che è possibile, per te.
ti abbraccio,
gf
Evitate i bacci in bocca. Scherzi a parte. Speriamo che questo nuovo romanzo di Gordiano abbia il successo che si merita. E' la sua opera migliore. C'è unesistenzialismo drammatico, direi tragicamente poetico.
nicola vacca
Il romanzo sembra abbandonare la soggettività di un evento , seppur tragico per ergersi nella dimensione del cosmo senza volerlo.
L'Angola diventa un punto da cui partire per l'oggettivazione della miseria, crudeltà e violenza umana.
Oggi questa recensione è uscita su Linea quotidiano. Siamo in attesa di una versione breve anche su Liberal
verreste a Ferrara alla presentazione? fino a quattro persone riuscirei ad ospitarle io.Sarà il 9 dicembre all'ariostea alle 17.
Il libro concordo con quanto detto è uno dei migliori e intensi di Gordiano.
Aggiornamento.Colpo grosso per Gordiano. Sabato su Liberal esce l'altra mia recensione alè