Cosa ha portato esattamente la modernità nell’età che stiamo vivendo? Senza ombra di dubbio si tratta di un impatto che ha avuto una grande influenza sulle latenti capacità relazionali dell’uomo.
La capacità di muoversi in primo luogo, di trasformare un territorio in principio limitato in una vasta arena di interazioni sociali in precedenza rese difficoltose, quando impossibili, dalla distanza. In secondo luogo, in assenza di una presenza fisica, resta ugualmente la possibilità di poter comunicare con il resto del mondo, senza limiti se non quelli imposti arbitrariamente dalle restrizioni alla libertà di espressione e di circolazione delle idee così frequenti in quei paesi dove il potere è in mano a regimi scarsamente democratici e l’ideologia è unica e discendente dall’alto, senza alternative. La tecnologia, la miniaturizzazione, Internet e la sua evoluzione wireless, con la sua galassia di potenziali ed infiniti contatti, ha trasformato il presente mutandolo in una immensa realtà globale nella quale gli effetti di qualsiasi fenomeno (Beck docet) non si ripercuotono più solo all’interno di un confine ristretto ma si estendono anche a notevoli distanze. La comunicazione può essere differita, oppure pressoché istantanea in una sorta di nuova concezione del “vecchio” broadcasting televisivo che ora può fregiarsi dell’etichetta di “multimediale e virtualmente interattivo”.
La comunicazione nella modernità si dirama e si ramifica raggiungendo un po’ tutti, ovunque si trovino. Eppure, non si può evitare di vedere in questo processo ineluttabile una duplice valenza: da una parte sono diversi gli effetti positivi, ai quali bisogna aggiungere una accresciuta consapevolezza e una matura opinione pubblica che sempre più appare informata e disposta ad esprimere un’opinione sugli eventi che la riguardano direttamente o indirettamente. Il pluralismo delle fonti e la parcellizzazione dei punti di vista, alle volte diametralmente opposti, contribuisce ad una visione icastica del mondo e della sua (pur sempre irriproducibile) complessità. Dall’altra tuttavia emerge allo stesso tempo lo smarrimento di fronte ad una massa così ingente di informazioni, la tempesta mediale che infuria sulle teste e, ormai, si può dire dentro le teste di tutti, porta anche paure sconosciute, il nuovo sopravanza il vecchio ad una velocità tale da travalicare la normale capacità di metabolizzarlo. Il degrado si diffonde forse in dosi che non sono mai state viste prima, persino l’emarginazione che ora si estende non solo all’interno delle città e fra città della stessa regione, nei quartieri, addirittura nello stesso palazzo ma più in generale a livello mondiale. Vi sono paesi fuori dal giro di interessi economici e politici che vivono in uno stato di abbandono assoluto, fra l’indifferenza generalizzata, come imprigionati in un tempo lontano.
La paura verso l’Altro esplode in tutta la sua drammatica problematicità. La modernità inoltre desta timori (che siano razionali o meno) per l’incapacità sempre più manifesta di gestire il potenziale tecnologico. Hiroshima e Nagasaki sono un esempio storico degli effetti devastanti di un’energia impazzita impiegata a scopi meramente distruttivi. Le conseguenze diventano l’aspetto principale che fino a questo momento non era stato preso in considerazione: le mutazioni da radiazioni, il corredo genetico, la memoria biologica degli esseri viventi che si incrina e cambia forma, non per un normale processo naturale ma, per un effetto secondario di una esplosione atomica. Effetto che si riverserà, simile ad una maledizione divina, sulle generazioni future. L’uomo si trasforma e anche quando si tratta di un atto volontario non può immaginare a cosa può andare incontro. Un po’ come viene mostrato nel film dell’ ’82 Blade Runner di Ridley Scott (o anche in altri film come “Metropolis” di Lang, “Io, robot”di Proyas, “Ghost in the shell”di Oshii, ecc…), l’uomo macchina, l’uomo fabbricato su misura per soddisfare le esigenze di un padrone umano, può sfuggire al controllo e riscoprirsi amante della vita forse più dei loro stessi creatori o di chi dà loro la caccia per eliminarli. Sullo sfondo di una società reietta, mutante e adattata, una visione pessimistica ma non del tutto improbabile (nel romanzo orginale di Philip K. Dick si parla di una società sopravvissuta ad una guerra nucleare), si intrecciano le vicende di un cacciatore e di un gruppo di androidi di nuova generazione (il Nexus 6) prodotto da una grande multinazionale (La “Rosen” trasformata nel film nella “Tyrell Co.”) sfuggito al controllo su una colonia cosiddetta “Extra-mondo” e tornato sulla terra per trovare il modo di sfuggire ad una morte programmata a breve termine nel loro stesso codice genetico.
L’eredità che l’Ultima Guerra Mondiale si era lasciata dietro aveva perso forza; coloro che non erano riusciti a sopravvivere alla polvere erano scivolati nell’oblio anni prima, e la polvere (conseguenza dello spaventoso Fallout. N.d.A.), ormai attenuata la sua virulenza trovandosi ad affrontare i più robusti sopravvissuti, si limitava a sconvolgere le menti e le caratteristiche genetiche- (Dick, p.18) La comunicazione e i mezzi di comunicazione anche nella libera trasposizione di Scott (molto più in linea con il boom anni ’80 dei mezzi della comunicazione e alle speranze/prospettive da questi generati) sono preponderanti e la loro presenza è costante, invasiva come gli enormi dirigibili tecnologici che “portano” la pubblicità e sono visibili da ogni anfratto oscuro della metropoli. Ma ancora di più viene mostrata la stratificazione sociale (ridotta a due sostanziali livelli) rappresentata da una parte dall’impressionante sviluppo verticale degli edifici e dalla loro forma vagamente mitica (il palazzo della Tyrell assomiglia ad una Ziggurat) e da un sottostrato di bassifondi popolati da un coacervo di razze che comunicano attraverso una lingua franca. Una società confusa, caotica questa, quanto ordinata e raffinata appare invece quella delle grandi corporazioni che gestiscono il potere come divinità occulte.
Ma tema principale attorno al quale ruota l’intera narrazione è l’emarginazione dei soggetti dispersi in una realtà immane dominata dalla tecnologia, un vasto cancro sociale che trasmette tutto il malessere di una realtà spersonalizzante e aberrante. I diversi, “gli speciali” in questo mondo, sono costretti a nascondersi in enormi casermoni disabitati (come Isisore/Sebastian affetto dalla sindrome di Matusalemme), così anche gli androidi braccati da un potere che cerca (quasi disperatamente) di mantenere un controllo stretto delle proprie creature, di marchiarle e di renderle distinguibili privandole dell’empatia (sentimento che nella pellicola il cacciatore di taglie Rick Deckard misura attraverso la somministrazione del test Voigt-Kampf). Tuttavia appare evidente, soprattutto dalle ultime sequenze, come anche questo valore diventi totalmente relativo. L’ultimo androide rimasto, di fronte ad una morte inevitabile quanto imminente, sceglie di compiere un gesto incomprensibile agli occhi del cacciatore salvandolo da una fine certa. E’ il trionfo dei sentimenti sulla materia che si dissolve, la consapevolezza ultima di un destino comune (come quello che lega Deckard a Raechel) che va al di là del perenne, filosofico quesito: chi siamo? Si direbbe quasi un dogma di fede. O una speranza?
Bibliografia
Philip K. Dick, “Do androids Dream of electric Sheep?”, Fanucci Editore, Roma, 1998.
Letture consigliate
Alan Turing, Computing machinery and intelligence, Mind, 59 (1950)
Jurgen Habermas, Storia e Critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari, 2002
Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1999
Ulrich Beck, La società del rischio: verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000
Commenti
Ave, Dark! Ho reimpaginato e inserito i tags;). Adesso leggo.
Una serie di riflessioni appassionanti su un futuro semplicemente prossimo; e come correttamente spieghi, sostanzialmente già annunciato dalle opere d'arte, con discreto anticipo (precog!)
Uelà, come va? Dopo un periodo di oblio e crisi intellettuale rieccomi.
Sto leggendo Disorder... davvero niente male. Permetterai una recensione su queste stesse pagine?
Molto volentieri. Quando vorrai.
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Felice di saperti oltre il periodo di crisi. Ne vedremo i frutti.
E pensare che da bambina fantasticavo di un congegno in grado di trasmettere messaggi scritti in tempo reale...Quando mi dissero che esisteva (fax), pensai mi stessero prendendo in giro...
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