Lucchiari Anna

E al telefono tu. Apologia del cellulare. Divagazioni notturne

Autore: 
Lucchiari Anna

Questo strano libro di narrativa – diciamo un memoir molto compassato e beneducato, piccolo borghese e capace di qualche polemicuccia strisciante ma mai feroce e mai netta – non sarà di conforto allo studioso di una delle più gravi fonti di stupidità, di deconcentrazione e di egoismo della società occidentale: ossia, il telefono. Tuttavia, sappiate che “E al telefono tu. Apologia del cellulare. Divagazioni notturne” serve, forse involontariamente, per ricordare quei meravigliosi anni in cui l'alieno strumento di invasione della vita privata dei cittadini, dei marmocchi catodici e dei professionisti era ancora guardato col sospetto e col rispetto che si dedica allo sciacquone, nei bagni: era uno strumento funzionale, opportuno in certe, fortuite e quotidiane circostanze, quindi semplicemente non doveva rompersi. Doveva servire per una manciata di secondi, massimo un paio di minuti, e per il resto del tempo restarsene là, immobile. Muto.

Naturalmente non sto dicendo che questo libro servirà ad armarvi di consapevolezza e di odio, dell'odio necessario per distruggere per sempre la centralità dei telefoni nelle vostre esistenze; purtroppo, si direbbe che la Lucchiari sia tra quei cittadini che hanno, pure a malincuore, accettato l'integrazione del ciocco di silicio parlante nelle proprie vite. Ha una certa nostalgia del passato, ma vede nell'accrocchio gracchiante uno strumento di comunicazione – l'unico – con certe persone amate, e si consola così. Animo, signora Anna: non è finita. Siamo al principio di una grande battaglia di civiltà. L'abolizione completa e definitiva del telefono moderno, della telefonia e dell'inciviltà che governa l'invasione di compagnie telefoniche, gadget imbecilli (schermi, suonerie, servizi inutili, web per comunicazioni sgorbie e spionaggio d'accatto, etc), campagne di marketing e telefonate del cazzo, inutili e prepotenti prevaricazioni periodiche nella vita dei nostri compatrioti. Quando il mostro smetterà di gracchiare, e tornerà a essere utile come una scopa, allora la nostra società sarà tornata a essere una civiltà. Almeno: si sarà avviata su quel sentiero che alla presenza fisica e alla realtà, alla materia e alla verità restituisce i rapporti umani, ripristinandone l'essenza. Tutt'altro che verbale. Il verbale è quello del vigile urbano quando passi col rosso. Tutto qui.

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Nelle prime battute, la Lucchiari ricorda gli anni belli in cui il telefono era considerato un lusso: nero, inchiodato al muro, in un posto scomodo e maledettamente favorevole all'eco dello squillo, costringeva a parlare in piedi e a perdere tempo ripetendo, “mi senti?”. Ovviamente non aveva appeal, e non aveva particolare senso: faceva scena. Serviva per darsi comunicazioni indifferibili e urgenti senza perdere troppo tempo. L'autrice, bambina, a ogni squillo avvertiva “brividi di eccitazione e una enorme curiosità” (p. 8). Chi poteva mai telefonare a casa? Certo non qualche bastarda azienda di vini, acqua, olio, sostegno ai cittadini che hanno perso una falange in vacanza-studio e via dicendo: né qualche infame compagnia telefonica che ti sveglia dopo una notte di lavoro per proporti un favoloso abbonamento al nuovo servizio televisivo, o un cialtrone conoscente di quinto grado che vuole avere un favore e ha letto il numero sull'elenco. All'epoca, chiamavano solo le persone famigliari e care. Gli altri non osavano.

Bei tempi.

In quella civile società, campeggiava, in certe case borghesi, una macchina da cucire: simbolo e segno di lentezza, di cura artigianale, di propensione al personalismo, pure piegato alle esigenze del nucleo famigliare. Allora si preferiva investire in poltrone piuttosto che in palmari; parlare al telefono serviva poco, stare seduti come cristo comanda era un piacere. Se raccontassimo a quei nostri ormai lontani compatrioti che c'è chi spende un milione e mezzo per uno smartphone, e non per un divanetto, credo che quel nostro antenato impazzirebbe a forza di ridere. E invece no, nonno: c'è chi ha magari tre cellulari e quattro telefoni fissi, ma in compenso ha due sedie di plastica e gli scaffali delle librerie vuoti; pochi libri, pochi film. Molti filmati o foto sul suo telefonino. L'immagine del niente è un istinto compulsivo.

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Per incontrarsi, racconta la Lucchiari, allora bastava darsi appuntamento in strada. Lo so, sembra incredibile, ma potrebbe funzionare anche oggi. Pensateci su. Chi abita distante può sempre scriversi. La scrittura è uno strumento di comunicazione molto più civile, lento e meditato: sentito. Non s'impone, non ruba tempo, non pretende immediatezza né interazione istantanea. Non è un maledetto cazzo di telefono. L'email è geniale, da questo punto di vista: placa gli ansiosi (“devo parlargli! Devo dirglielo!”), assicurando loro che il messaggio è andato a destinazione, ma non costringe i destinatari, loro interlocutori, a dare loro bado o ragione in tempi irragionevoli e imposti. No. È intelligente, l'e-mail. È rispettosa. Come un sms. Come ogni forma di comunicazione scritta.

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La Lucchiari riferisce della successiva metamorfosi dell'alieno: il nero mostro era diventato grigio, sempre magnificamente scomodo e ingombrante, magari piazzato su un mobiletto. In casa, c'era giusta e opportuna scarsa tolleranza per le ciacolade telefoniche: “Telefonate brevi! Per le lunghe ci si scrive”, le diceva il padre, un umanista in cui mi riconosco (p. 11). Un grand'uomo che oggi dovrebbe parlare alla nazione a reti unificate. Io sono un suo ultras.

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Passano gli anni. La Lucchiari si sposa e l'alieno, poco a poco, si fa bianco. Lo definisce “una cosina graziosa, tipo mouse, che mi divertiva”. Ocio alla trappola e alla consapevolezza di noi vittime: “La trasformazione cromatica prometteva una maggiore familiarità” (p. 12). Con un telefono? Famigliarità con un telefono? Ma allora anche un palo della luce può essere famigliare. Anche un cartello stradale del 1982 può diventarlo. Scherziamo? Non è finita. “Ora è colorato, di fogge diverse, poco più grande di un cellulare e mi segue per tutta casa, senza fili, senz'altro in comune con l'avo che i buchini artisticamente disposti” (p. 12): un incubo spacciato per meraviglia. Non posso crederci. Quanto ai buchi, evito di analizzare il concetto, sto pensando a una cosa sbagliata.

L'atroce è avvenuto: “Il telefono non era più un marchingegno che serviva per le comunicazioni indispensabili e improrogabili, era un confessionale (…) un palcoscenico senza spettatori” (p. 13). La Lucchiari evidenzia che il grottesco ruolo di status symbol di quel cancro ambulante che è il cellulare ha aspetti orribili: “Un uomo è veramente importante quando il suo telefonino squilla in continuazione, quando disturba tutti e il proprietario si guarda intorno tronfio e con contenuto orgoglio” (p. 17). Secondo l'autrice, il mostro portatile corrisponde a “una aspirazione di recitazione a soggetto: per il pubblico” (p. 19). E' consapevole della sua potenza: “non si spegne completamente, sta in stand-by, registra le chiamate che possiamo riprendere l'indomani, ci avverte con piccoli bip che abbiamo appena ricevuto un messaggio” (p. 27); leggete bene queste parole e meditate. Non abbiamo via di scampo. Quel robo non muore. Quel robo dorme, come noi. Soltanto, registra tutto, a differenza nostra, che dormendo ci cancelliamo dal mondo per qualche ora. Il bastardo vigila e tutto memorizza.

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Gli SMS (“videotelegrammi”: buona definizione. Significa “video-scrittura-a distanza”) sono guardati con sospetto: la Lucchiari non valuta la loro ottima natura di comunicazione rispettosa dell'umanità e della privacy, destinata alla risposta in differita, preferendo considerarli strumenti ludici o emi-ludici.

Spieghiamo le ragioni del fraintendimento: l'autrice ritiene che la voce esprima la persona: che sia anzi “tutta la persona” (p. 31). Addirittura? Non basta. Per via dell'eccessiva comunicazione scritta, via mail, la voce ha assunto diversa centralità. “Benedetto cellulare” - scrive - “che consenti collegamenti plurimi nel tempo, che porti voci e memorie da lontano e lontanissimo che si rincorrono in un labirinto di strade (...)” (p. 40; segue confuso discorso sugli emisferi cerebrali). Ma attenzione: la Lucchiari sa che “si parla con un altro ma anche con se stessi, come fosse un lungo monologo a voce alta” (p. 46).

E su questa allarmante e angosciante consapevolezza, s'interrompe la mia analisi. Perché sto pensando a quanti maledetti monologhi mi sono sorbito da quando ero bambino, quante inutili rotture di coglioni mi sono state riversate addosso, e vorrei prendere a sganassoni chi mi ha monologato nelle orecchie rubandomi ore di vita, senza pietà della mia pazienza e della mia comprensione. La gentilezza viene sempre scambiata per disponibilità. È un boomerang, la gentilezza, se uno ha la disgrazia di avere parenti o amici logorroici, o tendenti al monologo. Un giorno, mi vendicherò distruggendo la vostra imbecille cultura della comunicazione telefonica. Voglio sradicarla. Ho appena cominciato. Spargeremo sale sulle cartacce delle ultime pubblicità delle compagnie multinazionali. Sarà un gran momento.

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Pensate: nel 1930, l'American Telephone and Telegraph company poteva orgogliosamente comunicare alla stampa che ciascun telefono degli States poteva essere collegato a 32.200.200 dei 35.300.000 telefoni del mondo. Impressionante, no? 1930. Ma come diceva Guzzanti, qualche anno fa, pensando allo stesso falso fenomeno di “globalizzazione” del web, del miracolo della comunicazione tra un italiano e un abitante dei poli: “a eschime', ma io e te, ma che cazzo c'avemo da disse?”. In effetti. A volte, manco col vicino di casa c'è troppo da dire. Figuriamoci al telefono. Si può condividere il silenzio. La cornetta è come la conchiglia, no? Quando dall'altra parte c'è il vuoto, o semplicemente vuoi smettere di sentire quei fonemi disarticolati, è come se ascoltassi il mare. Le onde. Le onde. Le onde. La spiaggia. Il mare. 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Anna Lucchiari, scrittrice e traduttrice veneziana.

Anna Lucchiari, “E al telefono tu. Apologia del cellulare. Divagazioni notturne”, Armando Editore, Roma 2006.

 

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2009.

ISBN/EAN: 
9788883588914

Commenti

Contro il telefono, atto primo.

"Tuttavia, sappiate che ?E al telefono tu. Apologia del cellulare. Divagazioni notturne? serve, forse involontariamente, per ricordare quei meravigliosi anni in cui l?alieno strumento di invasione della vita privata dei cittadini, dei marmocchi catodici e dei professionisti era ancora guardato col sospetto e col rispetto che si dedica allo sciacquone, nei bagni"

ah ah ah ah ah. "col rispetto che si dedica allo sciacquone" è davvero ganza, come direbbero i miei parenti dell'appennino.

"Se raccontassimo a quei nostri ormai lontani compatrioti che c?è chi spende un milione e mezzo per uno smartphone, e non per un divanetto, credo che quel nostro antenato impazzirebbe a forza di ridere".

Eh si, credo anch'io. Che triste riflessione.

"E invece no, nonno: c?è chi ha magari tre cellulari e quattro telefoni fissi, ma in compenso ha due sedie di plastica e gli scaffali delle librerie vuoti; pochi libri, pochi film. Molti filmati o foto sul suo telefonino. L?immagine del niente è un istinto compulsivo".

Questo è ancora più triste e incomprensibile, a ben pensarci. é un segno dei tempi, della decadenza della civiltà occidentale. E c'è ancora chi afferma che quello che viviamo sia il migliore dei mondi possibili... ma per favore!

2. ahahah:)))

3. Appunto. Dobbiamo essere come Candido. Un altro mondo è possibile.

"Spieghiamo le ragioni del fraintendimento: l?autrice ritiene che la voce esprima la persona: che sia anzi ?tutta la persona?"

Però su questo sono d'accordo anch'io. Odio parlare per sms, non per il discorso della differita, ma perchè non capisco le emozioni di chi parla. E per me è fondamentale capire cosa pensa chi mi risponde: attraverso la comunicazione virtuale non ci riesco, cosa che mi dà un fastidio notevole. Come odio msn e mal sopporto tutte le comunicazioni virtuali. Il mio ordine è, naturalmente: se possibile parlare di persona, in seconda battuta per telefono ma a voce, in ultima per msn skype etc o sms. Anche perchè se qualcuno non vuol rispondere è libero di farlo, dunque non capisco perchè gli sms - dal tuo punto di vista - siano più rispettosi. Certo, so da quando ti conosco che odi il telefono e preferisci la mail, ma questa distinzione sms-voce non riesco bene a comprenderla. Per quel che riguarda skype, msn affini non ho idea di che rapporto tu possa avere con loro, visto che non ci è mai capitato di parlare attraverso questi strumenti.

Le onde. Virginia Woolf. Da leggere. (-:

6 - Letto, libro stranissimo e comunque affascinante.

"È intelligente, l?e-mail. È rispettosa. Come un sms. Come ogni forma di comunicazione scritta"

E' rispettosa ma equivoca. Concordo con Léon. E la parola scritta serve spesso a farci leggere quello che vogliamo. Mille volte più comprensibile un tono di voce, senza dubbio. Io detesto le email e gli sms sono puro cazzeggio. Se si ha da parlare due cose contano: gli occhi e le orecchie.

Più che altro il telefonino (più che il fisso) ha un unico scopo tra la gente: sentirsi meno soli. Sul tram, per strada, quando si è soli a casa e si ha voglia di stare con qualcuno che è lontano. E si deprimono quando non hanno nessuno con cui parlare. O ci si sente inferiori se nessuno ci manda qualche sms. Io sono l'unica persona che conosco che sa apprezzare la solitudine. Eppure ho un telefonino :)

Anche a Roma i ragazzi trogloditi usano il cellulare con la musica a palla? Qui è un'infelice tendenza.

4, 3 si eh? :)))

8 - "Io sono l?unica persona che conosco che sa apprezzare la solitudine". Non sei l'unica, ti garantisco. Anch'io l'apprezzo assai, e come te ho il telefonino;)

ahahaha!
Certe stilettate al telefono sono proprio divertenti!!!!!
Riguardo al resto, odio cellulare e sms (quanto cazzeggiano i ragazzi co'sti sms!) e concordo con quanto detto da chi mi ha preceduto sui messaggini. Non ne faccio uso quasi mai, in genere per necessità, per il resto per me il cell. è un oggetto in più nella borsetta, che devo, per ora, sopportare.
Le mail mi piacciono molto di più e le uso anche per comunicazioni pratiche non urgenti. Vanno bene se non si riesce sempre a vedersi oppure per le persone lontane.
Il fisso è in decadenza, serve per prenotare visite mediche e altri affari pratici, ma vedo che mia figlia ha la fase delle telefonate oceaniche (il maschio no, è telegrafico,va a sms piuttosto) e gliela lascio, l'ho avuta anch'io, è un frutto dell'età.
Alla fine penso che sia tutto soggettivo, non vedo la necessità di demonizzare il telefono, dipende dall'uso che le persone ne fanno, in sé è un mezzo che può piacere o meno.
Gf: scusa se te lo dico, ma le poche volte che ti ho visto, stavi molto spesso con l'occhio al cell e tra messaggi e squilli avevi un bel da fare: riesci a spegnerlo ogni tanto? Perchè la prima rivoluzione passa per noi stessi. Quando non ti reperiscono per un certo numero di volte, poi gli indesiderati capiscono che è tempo di tirarsi via dalle scatole.

8 questo discorso della solitudine e del parlare sempre è interessante: perché poi si debba sempre avere un cicaleccio di fondo non si sa.....vuol dire aver paura di stare con sè stessi, forse.
Mah, alle volte in autobus o altrove mi capita di sentire senza volerlo, le comunicazioni via cell: dove sei? Sto arrivando, sì tra poco....il 90& è di comunicazioni pressoché inutili, fatue, puri riempitivi del tempo, cazzeggio. Sinceramente preferisco star zitta, se sto arrivando e sono in orario, che avviso a fare? Avviserò se sono in enorme ritardo.

Gf... in alcuni passaggi sei decisamente esagerato.
Io sono stata privata del telefono, negli anni in cui, nella reclusione impostami, almeno la voce delle amiche mi avrebbe confortata. Per non parlare del mio lontanissimo fidanzato.
Per certe strade ci si deve passare, poi sputiamo sulla comunicazione telefonica inutile insieme.

Io e mio marito ci siamo sposati con la sofferenza doppia delle cabine telefoniche che nove volte su dieci erano rotte e nel primo appartamento dove abbiamo vissuto abbiamo piazzato un telefono per stanza :)))

Poi gli anni ti riportano a terra, e capisci che di telefono in un appartamento - non in una casa di 16 stanze - forse ne basta e avanza uno.

I cellulari sono una specie di griglia (nel senso di padella) per friggere le orecchie e il cervello. Li uso per necessità, per comunicare, per riempire il tempo, per ascoltare la radio, per dire che sono partita e per fare tutta quella serie di inutili cose che tanto aborrite.
Amen.

Saprei vivere senza? Assolutamente sì, perché per la maggior parte della mia vita non sono esistiti. E questo mi salva.

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Sulla pagina: Gf, l'argomento ti interessa, si vede! Bella segnalazione!

Io penso che il discorso telefono, senza stare tanto a maledirlo, si possa in parte risolvere con scelte individuali mirate.
Fisso: mi pare si possa ancora optare per non comparire nell'elenco telefonico, così ci si dovrebbe salvare dalla pubblicità, il numero si può darlo a pochi e fidati, che conoscano i nostri gusti e quindi non ci chiamino se non in caso di disgrazie o necessità assolute;
Cellulari: basta non possederlo! Fine del problema: è così indispensabile o ce lo fanno credere? Possibile che si sia tutti così importanti da dover essere sempre e assolutamente reperibili?
Se lo si ritiene necessario, basta talvolta spegnerlo, oppure dare il numero a poche persone (familiari, ufficio se serve), così cala la probabilità che squilli. Chiaro che se mezzo mondo ha il nostro numero ci sarà sempre qualcuno che chiama o manda sms. In ogni caso i numeri si cambiano.
Mandare pochi messaggi e non inutili, così le persone non si sentiranno in dovere di risponderci o di mandarci a loro volta notizie non richieste.
Se poi è così necessario averlo, usarlo e tenerlo acceso, dopo che mezzo mondo ha il nostro numero...beh,non vedo soluzioni, tenersi i fastidi e brontolare contro la società contemporanea che ha queste usanze. Oppure, potendo, mollare tutto e ritirarsi in eremitaggio col pc ,mandando al diavolo il resto :)

preferendo considerarli strumenti ludici o emi-ludici.

manca una S?

"La gentilezza viene sempre scambiata per disponibilità. È un boomerang, la gentilezza, se uno ha la disgrazia di avere parenti o amici logorroici, o tendenti al monologo.Un giorno, mi vendicherò distruggendo la vostra imbecille cultura della comunicazione telefonica".

Direi che si abbina alla grande con le dichiarazioni dell'intervista radio...

Quanto all'idiosincrasia per il telefono, in tutta onestà, credo che molto dipenda dall'uso che se ne fa. Può diventare odioso, ma è anche utilissimo.
Accorcia le distanze, ma concordo con Luca: per parlare sul serio occorrono anche occhi e orecchie.
Gli sms, li trovo discreti e funzionali. Meno impegnativi dell'email. L'unica pecca della comunicazione scritta è che manca delle sfumature della voce (a meno che uno non conosca a fondo "lo stile" del mittente). E quindi spesso crea fraintesi, o peggio finsce col dare eccessiva importanza a ciò che si trasmette. Per iscritto è come se anche le cose più semplici acquisissero una certa "melodrammaticità", un che di definitivo, che non si smorza con una risata, con un sopracciglio inarcato o una scrollata di spalle.

15, no no:). "emi", "emi".:).

16. Esatto. E' una piccola anticipazione;).

17. Forse. Forse...

6, ma devi parlarcene tu, And;)

5: ma l'sms non è emozionale: è telegrafico, funzionale, essenziale. E stupendamente differito. La differita è tutto.

Msn o Skype sono un ibrido: pretendono interazione, ma limitata rispetto al telefono (dipende dall'interlocutore). Se te ne servi per spedire allegati o qualche messaggio, senza pretesa di tempo reale, allora sì che vanno bene.

8, Luca: "Più che altro il telefonino (più che il fisso) ha un unico scopo tra la gente: sentirsi meno soli. Sul tram, per strada, quando si è soli a casa e si ha voglia di stare con qualcuno che è lontano. E si deprimono quando non hanno nessuno con cui parlare. O ci si sente inferiori se nessuno ci manda qualche sms."

> La Lucchiari è d'accordo con te, direi.

11. eh, io devo usare l'SMS (e tenere acceso il cellulare) per la questione "funzionale" che qui chiamavo "dello sciacquone". Abitudine inveterata a seguito di disgrazie famigliari e/o domestiche, e fin quando non cesserà l'allarme non potrò mai spegnerlo (ma spengo la suoneria).

13, 14: Ilde e Marina:

"I cellulari sono una specie di griglia (nel senso di padella) per friggere le orecchie e il cervello. Li uso per necessità, per comunicare, per riempire il tempo, per ascoltare la radio, per dire che sono partita e per fare tutta quella serie di inutili cose che tanto aborrite.
Amen."

> Ecco, per me servono fin quando vale il principio della necessità. No radio - la musica s'ascolta al volume adeguato - no comunicazioni superflue, no stupidità, no display colorati, no seghe di suonerie, no videogiochi, no scacciapensieri, no messaggi precompilati, no T9, no niente che non sia necessario, no video, no foto (ma per carità), no pagliacciate a consumo come il web sul telefonino.

20, 8. Sì ma io non intendo affatto difendere la funzionalità del telefono come consolazione alla solitudine. Sia chiaro, per me quell'uso del telefonino è piuttosto stupido. E si avvicina al concetto squallido di chat pro amicizie.

17, esatto...

22. Vero.

21 benissimo, allora concordiamo sull'uso pressoché spartano del cell.
Riguardo all'accensione vedo che sei preso come me, allora non ti resta che sfogarti con un bel saggio!!!!! :))))

prima devo studiarmi tutto l'edito IT, però:).
Ho appena cominciato, entro agosto finisco...;)

presto on line un nuovo pezzo sulla questione spinosa del telefono...

Marrone: "C'era una volta il telefonino. Un'indagine sociosemiotica".