Lucamante Stefania

Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah

Autore: 
Lucamante Stefania

Per chi, come me, è appassionato di letteratura della Shoah, il saggio della Lucamante è una lettura illuminante e preziosa. La studiosa italiana, docente presso la "Catholic University of America", concentra la sua attenzione su un settore della letteratura dell'Olocausto fin troppo spesso omesso o trascurato, quello rappresentato dalla letteratura femminile e, ancora più segnatamente, dalla letteratura femminile italiana.

L'accuratezza e la profondità dell'analisi della Lucamante mettono in luce le peculiarità di questo microcosmo letterario solitamente poco studiato e ne evidenziano tutta la portata storica, umana e letteraria. "Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah si porge quale testimonianza critica dell'impegno assunto da alcune scrittrici italiane (o che hanno scelto l'italiano come strumenti linguistico) a trasmettere la prospettiva femminile su eventi che hanno determinato la storia d'Italia e d'Europa nello scorso secolo, principalmente le leggi razziali e la Shoah, sullo sfondo di una sofferta parentesi mussoliniana e della sua pesante eredità".

Attraverso i sei capitoli che compongono il libro, la Lucamante spiega "come quindi una donna produca e trasmetta la memoria di un evento storico epocale com'è stato la Shoah". Perché le donne, come si evince da innumerevoli testimonianze, hanno vissuto la tragedia della deportazione, della prigionia e dello sterminio con una coscienza molto diversa dagli uomini, anche se la Storia o buona parte della letteratura legate all'evento non sottolineano quasi mai tale differenza.
Le rappresentazioni letterarie delle italiane, ad oggi, non sono molto numerose così come scarseggiano approfondite analisi teoriche relative a questo tema. La Lucamante, per affrontare il suo studio, parte dai "memoriali", quelle forme di scrittura che servirono ad alcune donne tornate dai campi, per raccontare, recuperando immagini e ricordi, quanto avevano visto e vissuto. Il percorso procede poi verso forme di scrittura che trasfigurano in componimenti letterari veri e propri in cui la testimonianza sa divenire fiction senza perdere mai, nemmeno per un istante, la propria valenza e il proprio spessore. Il percorso procede poi fino ad affrontare quei testi nati dai cosiddetti "figli della Shoah", persone che non hanno vissuto in prima persona l'orrore dell'Olocausto, ma che hanno scelto di raccogliere la memoria delle proprie madri o della propria famiglia per trasmetterla attraverso un testo. La suddivisione logica e cronologica compiuta dalla Lucamante, in sostanza, è la seguente:
"a) esempi di scrittura di testimonianza nel primo periodo (1945-55);
b) testimonianze e romanzi del secondo (1974-85);
c) nell'ultimo (1990-presente) la scrittura si apre a una gamma multiforme di testo di saggistica, romanzi e memorie senza trascurare interessanti ibridazioni generiche, le cosiddette scritture di frontiera, e ancora altre testimonianze
".

Recuperando un principio affermato da Primo Levi, la studiosa sottolinea come il racconto di un reduce della Shoah è da considerarsi come un genere letterario a sé stante e, nel contempo, deve essere visto come un obbligo morale e civile. Tra le prime sopravvissute che riuscirono a scrivere una propria memoria della Shoah c'è Giuliana Tedeschi Fiorentino. La sua testimonianza, al pari di quelle di Liana Millu o di Lidia Beccaria Rolfi, restituisce una visione molto toccante e chiarificatrice di quale fosse il "senso dell'ebraismo" in Italia al tempo dell'imposizione delle Leggi Razziali, ma anche il senso di estraniamento e di alienazione provato da chi tornava a casa e, spesso, non trovava comprensione né credibilità. La violenza fisica e psicologica vissuta dalle donne, come si può facilmente intuire, non è identica a quella vissuta dagli uomini. Il corpo femminile si fa "bersaglio", diventa cioè oggetto di stupri, abusi e molestie, un tema che viene spesso trasferito, in maniera palese o in maniera latente, negli scritti delle sopravvissute: "… quello che maggiormente colpisce chi legge i testi delle deportate è quella diffusa condizione di corporeità, la vischiosità del racconto nell'immagine scelta per trasmettere il vissuto. Non si vuole dimenticare il proprio corpo; anzi, lo si trattiene nell'immagine narrata".

Dai memoriali di reduci come Frida Misul, Alba Valech e Luciana Nissim si evince anche quanto l'esperienza dei campi di sterminio, difficile e dolorosa per ogni donna, sia stata ancora complicata per le italiane. Non erano abituate al clima così rigido, non sapevano arrangiarsi, parlavano solo l'italiano e per questi motivi morivano più facilmente delle altre. "Le donne, escluse dal sistema patriarcale della guerra, sono immesse nel campo in quanto ritenute prive degli attributi propri del loro genere. La disumanizzazione quindi si riflette in modo ancora più oppressivo per loro, un momento senza precedenti nel mondo europeo".
Purtroppo i memoriali delle italiane non sono numerosi. Come ha evidenziato Anna Bravo, con l'avvento del femminismo e con una nuova presa di coscienza, finalmente le donne scelgono di "aggiungere la loro parola a quella di chi le aveva precedute nel tempo nella decisione di parlare delle proprie esperienze". E si arriva così al secondo periodo, quello caratterizzato da testimonianze che si fanno romanzo e che vede, come maggiori rappresentati Edith Bruck e Liana Millu. L'impegno etico si fonde, in questo caso, con quello estetico e il racconto viene trasfigurato in forma romanzesca mantenendo intatto l'obiettivo finale: lottare contro il pericolo dell'amnesia. "Millu e Bruck costituiscono il modello classico della testimone divenuta "reduce di mestiere" per necessità e per amore della scrittura".

Ma c'è anche un altro filone letterario che la Lucamanti esplora attraverso "Quella difficile identità" ossia quello delle "bambine di Roma": Lia Levi, Rosetta Loy e Giacoma Limentani. Grazie ai loro scritti, immaginifici ma pur sempre radicati nella concretezza del Ghetto romano, si può percepire il carattere della Shoah in Italia e il livello di assimilazione degli ebrei italiani. La componente finzionale dei testi delle tre autrici, "ancora bimbe al tempo delle leggi razziali", è predominante ma, in ogni caso, gli scritti di Levi, Loy e Limentani sono complementari ai memoriali e ci permettono di avere una visione più ampia degli eventi: "l'esperienza del razzismo e della guerra in Italia, percepite da bimbe la cui voce in età adulta acquista autorità e consapevolezza".

Un lungo capitolo del libro è poi dedicato a "La Storia" di Elsa Morante. Ho avuto la sensazione che questa parte sia un saggio dentro al saggio, uno studio talmente accurato e profondo che meriterebbe, probabilmente, un'analisi a sé. La studiosa affronta con meticolosità la genesi de "La Storia", scava dentro i suoi significati, ricostruisce il dibattito critico attorno al libro sottolineando la rilevanza, spesso sottovalutata o del tutto ignorata, dei temi ebraici in esso contenuti.

Infine c'è spazio per gli scritti dei "figli dell'Olocausto", prima tra tutte Helena Janeczek. Scritti generati, a partire prevalentemente dagli anni '70, quando i figli dei sopravvissuti alla Shoah cercano, e in qualche caso pretendono, un dialogo con i propri genitori soprattutto per comprendere certi silenzi e una storia familiare mancante. "Non aver vissuto la Shoah, se non per interposta persona, non significa ignorarne la sofferenza filtrata attraverso i genitori, tutt'altro. E' questo che i figli cercano di dire nei loro scritti". Eredi di una testimonianza ingombrante e spesso "nebulosa" si trovano a dover affrontare, facendolo proprio, "il dovere morale, prima ancora di quello artistico, di rappresentare le difficoltà, i problemi, i traumi di ritorno della propria famiglia".
 
Un saggio complesso ed affascinante quello della Lucamante la cui lettura, come si può intuire, non è semplicissima. Infatti credo che "Questa difficile identità" possa essere un ottimo testo accademico, ma anche un'opera nella quale i continui riferimenti filosofici, letterari e storici diventino, oltre che elemento di supporto teorico, anche spunto per ulteriori ricerche ed approfondimenti.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Stefania Lucamante si è laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Cagliari ed ha ricevuto il dottorato in Letterature Comparate presso The Catholic University of America nel 1995. Vive a Washington DC dal 1986 ed è specializzata in Women's Studies e letteratura contemporanea. Ha insegnato in diverse Università statunitensi ed ha pubblicato una lunga serie di studi dedicati alla letteratura femminile, alla storia della Shoah e sul romanzo contemporaneo. Collabora anche con varie riviste nordamericane.

Stefania Lucamante, "Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah", Iacobelli Editore, Roma, 2012.

Stefania Lucamante: Scheda (The Catholic University of America)

(monnalisa, aprile 2012)
ISBN/EAN: 
9788862521581

Commenti

[lucamante] scrive

[lucamante] scrive Monna: "Per chi, come me, è appassionato di letteratura della Shoah, il saggio della Lucamante è una lettura illuminante e preziosa. La studiosa italiana, docente presso la "Catholic University of America", concentra la sua attenzione su un settore della letteratura dell'Olocausto fin troppo spesso omesso o trascurato, quello rappresentato dalla letteratura femminile e, ancora più segnatamente, dalla letteratura femminile italiana. L'accuratezza e la profondità dell'analisi della Lucamante mettono in luce le peculiarità di questo microcosmo letterario solitamente poco studiato e ne evidenziano tutta la portata storica, umana e letteraria..."

[ebraismo, lucamante] link

[ebraismo, lucamante] link per approfondire:

Stefania Lucamante, "Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah", Iacobelli Editore, Roma, 2012.

Stefania Lucamante: Scheda (The Catholic University of America)

[Ebraismo] A febbraio è

[Ebraismo] A febbraio è uscito per Guanda un libro irriverente su questi temi "Prove per un incendio" di Shalom Auslander:

http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&idlibro=7411&titolo=PROVE+PER+UN+INCENDIO 

Lo sta leggendo mia sorella, quando lo avrà finito, proverò a darci un'occhiata.

[Ebraismo - and] Ho letto la

[Ebraismo - and] Ho letto la scheda della Guanda e, a quanto ho capito, il libro di Auslander (che non conosco) non ha molto a che fare con la Shoah, se non in maniera molto marginale e molto fantasiosa.
Presumo che l'autore non avesse intenzione di scrivere qualcosa di realmente collegato all'Olocausto, probabilmente utilizza l'evento solo per tratteggiare meglio alcune caratteristiche del suo personaggio e un determinato contesto.

Nulla a che vedere, in sostanza, con il saggio della Lucamante che, seppur un po' faticoso da affrontare, ha una valenza (letteraria, storica e filosofica) piuttosto importante.

[Ebraismo] Non so quando lo

[Ebraismo] Non so quando lo leggerò ma ti dirò. Qui intanto c'è una recensione:

http://www.wuz.it/recensione-libro/6765/prove-per-incendio-shalom-auslander.html

Io continuo a pensare che fra le ultime cose che ho letto in tema di olocausto in chiave moderna che fa più riflettere sia "Il mio olocausto" di Tova Reich che penso possa innervosire parecchi lettori proprio per il suo tono satirico e molto molto pungente.

http://www.einaudi.it/libri/libro/tova-reich/il-mio-olocausto/978880619097

Purtroppo devo dirti che dopo un po' ho smesso di leggere determinati libri, ne ho letti parecchi, perché purtroppo al di là del contenuto, etc. che ovviamente lasciano senza fiato, è proprio per il loro stile, insomma per com'erano scritti, che sinceramente mi lasciavano perplessi. E così ho deciso di dedicarmi, quando mi va, anche ad altri stermini, genocidi, etc. 

[Ebraismo] Vista anche la

[Ebraismo] Vista anche la scheda su Wuz. Che dire? Non lo comprerei e non lo leggerei. Probabilmente appartengo al gruppo di persone a cui questa lettura non piacerebbe. Non so quanto apprezzerei qualcuno che fa satira su 6 milioni di morti. Forse sono un po' bigotta, ma non ce la farei, mi spiace. 

Per quanto mi riguarda, so che, pur avendo letto parecchi libri sulla Shoah, continuerò a cercarli e a studiarli. Il tema dei genocidi, in generale, è molto affascinante e credo sia fondamentale affrontarlo costantemente.

[Ebraismo] Ti capisco

[Ebraismo] Ti capisco perfettamente Monna, pienamente condivisibile, pare un po' eccessivo anche a me. E' un discorso complesso questo che si muove in due direzioni, da un lato la parte di documentazione storica, saggi critici, documentari, etc che hanno un valore decisivo per conservare la memoria, dall'altro c'è la rielaborazione in chiave narrativa o poetica o filmica. Si può scrivere narrativa o girare film, scrivere una graphic novel di finzione che parli di quegli argomenti o che siano forme ibride? Io penso di sì. Come farlo? Ecco, questo è ciò che più mi interessa non essendo un saggista o uno storico ed è quello che cerco di studiare maggiormente (e molti dei libri che ho letto erano ottimi come memorialistica ma poca cosa dal punto di vista letterario). Vorrei che ci fosse qualcosa della portata del Vonnegut che descrive la tragedia di Dresda o anche Grossman con Stalingrado e anche qualcosa come quello che ha realizzato Daniel Mendelsohn con il suo "Gli scomparsi". Se per esempio penso a come l'accoppiata Spielberg/Benigni (prodotti di grande consumo) hanno trattato la Shoah io mi vergogno, perché li trovo falsificatori proprio come impostazione di fondo. Come scriverne allora? Da tempo si parla nella mia famiglia di scrivere qualcosa sulla nostra storia e se dovessi farlo con una sorta di autobiografia collettiva ci metterei ben poco (oddio, così per dire...) ma sono cose che mi interessano fino a un certo punto. Quale forma trovare? Cosa dire? Cosa scrivere? Ma soprattutto come scrivere? E come ragionare sulla memoria? Faccio un esempio, Arcipelago Gulag ha valore documentale ma letterariamente è una ciofeca se lo si confronta alle pagine di Salamov.

Scusate tutti per l'intervento lungo ma è un tema che mi sta particolarmente a cuore.

[Ebraismo] Il saggio della

[Ebraismo] Il saggio della Lucamante, per tornare a noi, analizza in parte anche queste problematiche. Non a caso pone l'attenzione sui vari stili che hanno consentito alla Shoah di essere raccontata e descritta attraverso un libro. Per Levi, come viene sottolineato in questo saggio, la letteratura sulla Shoah è un genere letterario a sé stante, non c'è nessuna categoria letteraria che possa accogliere questa tipologia di scritti che, a dire il vero, possono avere forme diverse.
Ci sono i "memoriali" che raccolgono le testimonianze dei sopravvissuti. Ci sono libri ibridi che mescolano la verità vissuta alla finzione e poi ci sono romanzi veri e propri che sono opere nelle quali la Shoah fa prevalentemente da sfondo anche se non è stata vissuta in prima persona da chi scrive.

Anche io penso che la "fiction" possa essere adatta a descrivere e raccontare certi argomenti. Anzi, credo che sia importantissimo che venga usata in questo senso. Il valore letterario di queste opere (come per ogni opera scritta) può essere discutibile, ovviamente.

Penso poi al talento di Primo Levi o a quello di Elie Wiesel che, pur avendo vissuto in prima persona l'Olocausto, hanno saputo (anche utilizzando la finzione letteraria) scrivere opere splendide di cui conoscerai sicuramente la qualità e il valore.

[Ebraismo] Proprio per questo

[Ebraismo] Proprio per questo motivo credo che darò una lettura a questo saggio. Il problema si pone in particolare per chi oggi vuole scriverne, perché è indubbio che persone come Levi, Wiesel e molti altri sono le vittime di quella tragedia. In maniera molto forzata potrei dirti che sanno di cosa parlano. Ma oggi? Ci sono i nipoti, il tempo passa e davvero si è scritto di tutto e di più su questo argomento. E allora si pone il consueto problema del contenuto e della forma. La Janeczek per esempio ha scritto un bel libro ma rileggendolo a distanza di tempo mi sono detto "Mi piace perché parla della sua relazione con la madre sopravvissuta o anche per come è scritto?" E devo dirti esclusivamente per il contenuto perché per il resto il libro è poca cosa a mio avviso e questo mi ha creato una certa perplessità. 

Per me comunque le pagine migliori sull'Olocausto sono state quelle di Paul Celan.

Ecco, forse sto cercando qualcosa di paragonabile all'emozione anche estetica che mi ha trasmesso "Europeana" di Ourednik che è davvero qualcosa di incredibile.

[Ebraismo] Sai and, credo di

[Ebraismo] Sai and, credo di aver provato la tua stessa perplessità quando ho letto il libro della Sepetys, "Avevano spento anche la luna". In quel caso, però, l'autrice (nata negli USA ma di origini lituane) voleva raccontare la deportazione voluta dai Russi nel 1941, quella che costrinse molte persone, considerate "nemici del popolo", ad essere imprigionate nei campi di lavoro voluti da Stalin.

Come ho scritto anche nella recensione di questo libro, apprezzo lo sforzo ma manca qualcosa. Si sente che la storia è inventata, le manca autenticità e spessore. Infatti il libro non è all'altezza del clamore di cui è stato al centro. Ed accade troppo spesso, purtroppo.

[morante, "la storia"] nella

[morante, "la storia"] nella scheda di Monna se ne parla - allora approfitto per segnalare la scheda di lettura dedicata al romanzo, pubblicata tempo fa - http://www.lankelot.eu/letteratura/morante-elsa-la-storia.html - e completa di annotazioni relative alle terribili sofferenze del popolo ebraico.

[Ebraismo-Monna] In questi

[Ebraismo-Monna] In questi giorni ho letto il libro di cui avevo parlato "Prove per un incendio" di Shalom Auslander e confesso che mi ha stupito. E' un libro che bisogna capire e che solo un ebreo come l'autore avrebbe potuto scrivere con questa libertà. Superato lo shock iniziale di trovarsi la vera o presunta Anne Frank ancora viva e anziana confinata in una soffitta, poi pagina dopo pagina si comprendono le ragioni di questa scelta. In alcune parti è veramente cattivissimo. E per farmi un'idea ho letto anche il suo precedente "Il lamento del prepuzio" (che è più bello di "Prove per un incendio" e leggendo l'esordio ci si può fare un'idea dell'autore, delle sue tematiche, della sua visione del mondo).

Sulla diaspora/emigrazione ebraica mia sorella mi ha pure consigliato "Il mondo libero" di David Bezmozgis, uscito sempre per Guanda.

[Auslander] (M'hai preceduto)

[Auslander] (M'hai preceduto) Molto bella la recensione di Angela. Più avanti leggerò il libro recensito da Alex. 

[Auslander-Lupo] Grazie

[Auslander-Lupo] Grazie Michele per i link. Sono abbastanza d'accordo col tuo giudizio sul romanzo di Auslander. Credo che non ci sia nulla di così scabroso nel suo libro, almeno questo vale per il mio tipo di sensibilità, qualcun altro lo troverà probabilmente molto eccessivo, se non offensivo, già solo per il fatto di aver "resuscitato" Anne Frank.

[auslander] ma il lamento in

[auslander] ma il lamento in effetti era un'altra cosa