Rafanelli Loretto

Intervista

Autore: 
Rafanelli Loretto

Per lei la poesia è la ricerca di sensazioni, di emozioni da trasmettere ad altri o qualche altra cosa?

La poesia non può essere la ricerca di sensazioni o di emozioni da trasmettere ad altri, il poeta non scrive per garantire qualche stilla di meraviglia, di stupore, di soddisfazione nel lettore. Se questo fosse il suo obiettivo, avrebbe perso di vista il senso profondo della scrittura, del fare poesia. Ovviamente, che il poeta arrechi qualche effetto di questo genere non è certo un fatto negativo, ma ciò non deve avvenire attraverso un piano prestabilito e voluto, studiato, ciò diventerebbe puro manierismo, mestiere, vacuo consenso. Il fare poesia è qualcosa di altro, innanzitutto una necessità e in quanto tale, si insinua in percorsi sconosciuti, segreti, si inoltra in un labirinto, dove ciò che si attinge fa parte di un codice sconosciuto personale ed universale, pubblico e privato. Il risultato è quello di situarsi nella profondità di una vertigine, dove ben poco, e certo non tutto, si sa di quello che si è prodotto. E’ una situazione di rischio: cioè arrischiare se stessi in un non luogo, in un ambito non definito, non consolidato. Questa scrittura si consegna ad un lettore che si spera possa saper entrare anch’esso in questo labirinto, comunque che sappia condividere, almeno in parte, il percorso compiuto dal poeta, per raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e del mondo.

Gli argomenti che affronta sono espressione di situazioni vissute o nascono a caso o sono un percorso che lei vuole seguire?

Nella mia poesia vi sono un po’ tutte queste cose. Ci sono situazioni vissute, fatti personali, intimi, familiari. Fatti pubblici, storici, lontani nel tempo e vicini, come le guerre o la shoah, o altro. Il poeta è un uomo di questo mondo, assolutamente calato in questa realtà. Pieno della sensibilità, come i più hanno, verso le tragedie e le speranze che attraversano l’umanità. Non potete pensare al poeta come a qualcosa di diverso, di estraneo alla società, piuttosto di una persona tesa alla denuncia e all’amore, di una persona tesa alla verità, per quanto possibile. Altro rispetto agli altri, nel poeta, è il linguaggio, l’ approccio. La sensibilità poetica porta il poeta a focalizzare un aspetto o un altro, ma anche quando esplicitamente non parla di eventi storici, bensì di situazioni personali, rimane sempre il suo dettato radicale, non privato, aperto all’altro, focalizzato verso l’attesa dell’ospite, verso la conoscenza di sé e del mondo, con una grande attenzione ai terribili fatti e alle tante questioni che agitano l’umanità in questo momento storico. Ma ancora una volta rilevo che non si tratta di una meditata scientifica progettualità. Pensate piuttosto al navigatore che procede a vista, nella disperata geografia del mondo, pensate a un uomo che segue un esile fioco lume nella notte, come diceva il grande poeta, Paul Celan.

E’ sempre gratificato, fiero della sua opera?

Assolutamente no, o solo raramente. Nel rileggere le mie poesie trovo frequentemente che qualcosa non è andato nella direzione giusta. Mi pare che si sia sempre in attesa di una ulteriore poesia. O forse il poeta non può tendere alla perfezione, perché ciò sarebbe la fine della poesia, della vita. E’ stato detto che un poeta scrive 7-8 straordinarie poesie, per il resto magari buona produzione, ma non veri e propri capolavori, e se questo vale per i grandi poeti, ovviamente varrà ancor più per i diversi dignitosi poeti, e credo anche per un poeta come me, che è impegnato in una scrittura che tende a stabilire un proprio dettato esemplare. C’è anche un’altra questione che definirei sottilmente insondabile: il poeta credo soffra la sua produzione finita, perché è un po’ come dover abbandonare la creazione artistica che per molto lo ha impegnato e che sa  che non sarà più sua ma di una comunità di persone, lettori, critici, conoscenti, semplici curiosi.  Anche di fronte a gratificazioni importanti, come mi è capitato d’avere (premi, recensioni e saggi), io rimango molto vigile sul mio valore, sul lavoro poetico che ancora devo compiere. Che passa, sia detto per inciso, pure attraverso la lettura di altri poeti. Credo che vi sia anche un aspetto terapeutico nello scrivere: è un esercizio che può fare bene, può aiutare. Ma ciò per il gesto in sé dello scrivere, non necessariamente per quello che si è riusciti a produrre, che invece può lasciare insoddisfatti.

Come si è avvicinato al mondo della poesia?

Leggendo poesia. Soprattutto i grandi poeti del passato ma anche quelli del Novecento. Mi sono avvicinato alla poesia da adolescente, poi non ho più cessato di leggerla e di scriverla, e oggi che ho fatto di questa pratica una profonda ragione di vita, vedo che questo mondo mi ha totalmente chiamato a sé. So di poeti che sono giunti alla poesia per via di un percorso personale particolare. Mi piace ricordare il Tonio Kroger di Thomas Mann, quando guarda i bei tennisti biondi che giocano mentre lui emaciato e fragile non potrà che rivolgersi alla scrittura. Ma questa sarebbe una visione della creazione artistica non del tutto appropriata. Pure se a volte vera. E continuo a pensare che non debbano essere le tragedie a trascinare all’esercizio della scrittura poetica, piuttosto la radicalità di un pensiero che sa arrischiare verso spazi non riconoscibili, verso una alta tensione umana e sociale, verso uno svelamento totale del proprio vissuto, nello strenuo dispiegarsi del proprio immaginario, nell’attenzione della realtà dove viviamo. Conviene anche a questo proposito ricordare che Leopardi consigliava di non scrivere sull’onda di fatti personali penosi, giacché il risultato sarebbe stato modesto, se non negativo, dato che l’incalzare di certi eventi ci pone in uno stato di sfogo che può risultare eccessivo se non debordante. Quindi la strada della lettura è la via maestra, da lì può nascere, se c’è capacità e consapevolezza poetiche, la spinta necessaria per fare poesia.

Chi è stato il suo primo maestro?

Io ho avuto tanti maestri. Ogni poeta ogni scrittore deve necessariamente avere tanti maestri: i poeti italiani da Dante a Petrarca a Leopardi a Pascoli, e via discorrendo, e i poeti stranieri; così come i lontani poeti greci e latini; così come i grandi tragici greci, da Eschilo a Sofocle. Per non parlare dei narratori, dei filosofi, dei pittori, pensate a Caravaggio, dei musicisti. Questo lungo elenco, non serve a sfoggiare delle competenze, perché tante letture devo ancora farle e quelle fatte non sempre sono state esaurienti e circostanziate, ma ad affermare una necessità impellente di inoltrarsi in questa dimensione di scrittura: perché è indispensabile avere anche una consapevolezza teorica. C’è una lunga catena di scritti, di opere artistiche, che hanno formato i contemporanei, che hanno garantito un pensiero, una identità e l’immenso piacere di sapere passare i giorni nella loro opera, di sapere interpretare le tante stagioni, di poter conoscere noi stessi e il mondo. Volendo passare a qualcosa di più vicino a noi, direi che vi sono stati negli anni ottanta tre poeti che per ragioni diverse ho sentito assai importanti: Piero Bigongiari, Mario Luzi, Roberto Carifi. I primi due, maestri assoluti del Novecento, poeti della scuola ermetica fiorentina, che io ho frequentato e seguito con grande ammirazione, persone squisite che coniugavano il grande talento poetico, l’immensa sapienza e la modestia dei veri grandi personaggi. Carifi, poeta e pensatore dei nostri anni, ha avuto un grande ruolo nei consigli degli inizi, quindi fu decisivo nella pubblicazione del mio primo libro, una sicura amicizia e una vera gratitudine mi legano a lui.

Che cosa consiglia ai giovani che vogliono diventare poeti?

I consigli sono semplici: essere forti lettori, non si può essere veri scrittori senza essere prima, o contemporaneamente, ma preferibilmente prima, grandi lettori. Sapersi introdurre nei ritmi, nelle ricche articolazioni, negli anfratti sperduti dei versi dei poeti. Nella loro emozione incerta e struggente. Fare poesia è appropriarsi di tecniche, di una organizzazione della scrittura, di linguaggi appropriati. Nulla si inventa. Bisogna sapere che esiste una logica interna alla poesia che è cosa complessa, affatto semplice. Bisogna capire che ci vuole grande umiltà, grande pazienza, fare un esercizio continuo, confrontarsi con i propri coetanei, leggere loro ad alta voce i propri primi lavori, non credere che si sia in grado di fare poesia semplicemente perché si è scritto qualcosa nella forma del verso. Sapere che ci sono tre-quattromila anni di scrittura, e nessuno può pensare che siano passati invano, ma invece è necessario attraversarli. Sapere che è bene far parte non dei 3 milioni di persone che in Italia scrivono poesia, ma che è preferibile, soprattutto all’inizio, far parte della esigua schiera di coloro, poche migliaia, che vogliono leggere poesia. Dopo tutto ciò, puoi porti la domanda che Rilke, il grande poeta tedesco del 900, fece al suo giovane poeta che lo interpellava: “…confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere…domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?”.

Loretto Rafanelli (Porretta Terme, BO, 1948) è un poeta italiano.

La sua prima raccolta di poesie fu I confini del Viso (Forum, 1987), seguita da Il sangue della ricordanza (I Quaderni del Battello Ebbro, 1994). Il terzo libro è di drammaturgia e si intitola Nelle buie stanze (I Quaderni del Battello Ebbro, 1997); esso contiene diversi drammi, tra i quali I ciclamini di Bosnia e Nelle buie stanze. In seguito Rafanelli ha pubblicato la silloge poetica Il silenzio dei nomi (Jaca Book, 2002). Nel 2005 è la volta de Le voci del Filadelfia. Il grande Torino (I quaderni del Battello Ebbro), un testo poetico ispirato alla tragica scomparsa della squadra di calcio del Torino, nel 1949, segnalato nel Premio internazionale Mario Luzi del 2007.

Recentissima è l'uscita del nuovo libro di versi, Il tempo dell'attesa (Jaca Book). La critica ha sottolineato la sua sensibilità alle tragedie del mondo contemporaneo, alla memoria autobiografica, alla riflessione esistenziale, che si lega sempre ad una predisposizione al dialogo con il lettore. La sua lirica è pertanto chiara e classicamente elegante.

Rafanelli ha ottenuto numerosi riconoscimenti nei più importanti premi nazionali: Gozzano, 2002; Metauro, 2003; finalista vincitore al Camaiore, 2002, al Caput Gauri, 2002, al Civitanova-Poesia Premio Sibilla Aleramo, 2003; al Volterra, Ultima Frontiera 2004; al Premio dell'Unione Scrittori Italiani e del Ministero dei Beni Culturali, 2004. Egli è stato infine invitato nel 2006 a manifestazioni culturali a New York e Pechino.

fonte http://wikipedia.org

ISBN/EAN: 
9788816520202

Commenti

Ave, Francesco! Sintetizzo gli interventi redazionali. Ho adattato il titolo (COGNOME NOME - Intervista) e tolto il neretto. Ho inserito i tags (Letteratura, Letteratura Italiana, Poesia, Rafanelli, etc).

In ogni articolo, qui, dobbiamo inserire - anche trattandosi di interviste - delle note biografiche per approfondire. Non appena avrai tempo, di prego di integrarle. Il format - obbligatorio - da integrare in calce e compilare manualmente, volta per volta, sta qui: http://www.lankelot.eu/index.php/format-letteratura-obbligatorio/

Ciò detto... grazie per il nuovo contributo, e a presto per i commenti!

(la ragione del COGNOME-NOME nei titoli è questa: http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1

... la facile consultazione nell'archivio. Dà un'occhiata, prova a leggere e commentare qualcuno dei circa 1900 articoli.)

(danke)

"Il risultato è quello di situarsi nella profondità di una vertigine, dove ben poco, e certo non tutto, si sa di quello che si è prodotto. E? una situazione di rischio: cioè arrischiare se stessi in un non luogo, in un ambito non definito, non consolidato"

> Questa prima risposta è davvero micidiale.
Da meditazione.

"non si tratta di una meditata scientifica progettualità. Pensate piuttosto al navigatore che procede a vista, nella disperata geografia del mondo, pensate a un uomo che segue un esile fioco lume nella notte, come diceva il grande poeta, Paul Celan."

> E questa è un'altra risposta memorabile.
Per quanti non hanno letto Celan, cominciamo da qui:

"Epitaffio per François"

L'una e l'altra porta
del mondo, aperte:
aperta l'una e l'altra
da te, nella notte bifronte.
Le udiamo sbattere e sbattere,
noi portiamo l'indefinito,
portiamo quel Verde nel tuo Eterno.

(ott. 1953).

E ancora...

"La china"

Tu vivi presso di me, uguale a me:
come un sasso
nella guancia scavata della notte.

Oh questa china, amore,
dove senza posa, pei rigagnoli
come sassi,
rotoliamo.
Più e più rotondi.
Più simili. Più estranei.

Oh quest'occhio ebbro,
che in questi stessi luoghi va errando
e su di noi insieme posa
talvolta lo sguardo e si stupisce

*

Sempre Celan.

"Qualunque pietra tu alzi"

Qualunque pietra tu alzi -
li discopri, coloro cui occorre
il riparo delle pietre:
denudati,
rinnovano il loro intreccio.

Qualunque tronco tu abbatti -
inchiodi assi
d'un giaciglio, dove
di nuovo s'ammucchiano le anime;
come se non si scotesse
anche questa
Era.

Qualunque parola tu dica -
rendi grazie
alla perdizione

***
Questi versi - come i precedenti - sono tratti da "Von Schwelle zu Schwelle" (1955), "Di soglia in soglia": ed. it a cura di Giuseppe Bevilacqua, Torino 1996. ISBN 88-06-137794

"Quindi la strada della lettura è la via maestra, da lì può nascere, se c?è capacità e consapevolezza poetiche, la spinta necessaria per fare poesia."

> Altro saggio passo, e fondamentale consiglio di Rafanelli.

Clausola scolastica ma opportuna: "Sapere che è bene far parte non dei 3 milioni di persone che in Italia scrivono poesia, ma che è preferibile, soprattutto all?inizio, far parte della esigua schiera di coloro, poche migliaia, che vogliono leggere poesia. Dopo tutto ciò, puoi porti la domanda che Rilke, il grande poeta tedesco del 900, fece al suo giovane poeta che lo interpellava: ??confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere?domandatevi nell?ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere??."

> ti ha risposto come un maestro all'allievo, Francesco. La rotta è quella, e l'ha tracciata con eleganza. Grazie per la condivisione.