London Jack

Rivoluzione

Autore: 
London Jack

“Sono nato proletario. Ho scoperto presto l’entusiasmo, l’ambizione e gli ideali e nel tentativo di soddisfarli, ho finito per renderli il problema di tutta la mia infanzia. Vengo da un ambiente rude, volgare, duro. Non avevo un orizzonte davanti a me: direi piuttosto un confine. Il mio posto in questa società era negli abissi, dove la vita offriva solo squallore e sventura: lì, sul fondo, carne e spirito erano ugualmente affamati e tormentati. Sopra di me troneggiava il colossale edificio della società (…)” (London, “Cos’è la vita per me”, tratto da “Rivoluzione”, p. 177).

Davide Sapienza restituisce, nell’elegante edizione Mattioli, un Jack London dimenticato: quello dello zibaldone “Revolution and Other Essays”, originariamente edito nel 1909, raccolta di saggi brevi, articoli, frammenti diaristici, prose d’argomento politico. È un’opera fascinosa, scomposta e disomogenea; cattura la concentrazione del lettore perché sulla scena sembra salire Martin Eden, ossia il London autentico. Quello che aveva fede nel progresso spirituale e non materiale, nella scrittura e nell’evoluzione: il proletario ribelle, il figlio del popolo che predicava la rivoluzione del popolo, il favoloso autodidatta che non aveva paura di niente, e sembrava estraneo alla menzogna. Pretendeva il senso: viveva nella ricerca del senso dell’esistenza.
È rabbioso, d’una rabbia gentile – la rabbia gentile: possibile? – ed estranea al compromesso: idealista puro, consapevole delle sue radici e della sua essenza, guarda al suo tempo (da scrittore, e da scrittore-viaggiatore; da lavoratore, e da lavoratore-sognatore) e annuncia qualcosa che pure non abbiamo conosciuto. Una diversa giustizia, una diversa esistenza, una diversa compatibilità tra i nostri desideri e il nostro tenore di vita: London parla di semplicità e di amore, di giustizia ed uguaglianza con semplicità e amore: con dolcezza, e fede. È un socialista rivoluzionario; è un socialista che non poteva prevedere il male che sarebbe derivato dai regimi socialisti del Novecento: dalla contraddizione insanabile originata dal potere manovrato da oligarchie altre e non meno odiose sulle spalle dello stesso popolo. È un individualista che presta la sua forza al socialismo, perché rifiuta le logiche del capitalismo.
È torrenziale e comiziale, almeno nel saggio eponimo: sentir parlare dell’esercito di compagni, sette milioni di idealisti che combattono per rovesciare l’ordine all’insegna d’un rosso stendardo, fa venire i brividi. London sarebbe stato un politico caratterizzato da una chiarezza esemplare. Amare la pace ma non avere paura della guerra: avallare la lotta armata contro il regime (p. 19); riconoscere patriottismo e militarismo come nemici primi, sognando un mondo senza confini, razze, Paesi, nazionalità: credere nella fratellanza degli uomini (p. 37): questi gli assi portanti della sua visione. Mistica:

“La rivoluzione è un fatto. È qui, adesso. Sette milioni di rivoluzionari organizzati lavorano notte e giorno e predicano la rivoluzione, l’appassionato vangelo, la Fratellanza degli Uomini. Non si tratta di una semplice propaganda economica, fatta a sangue freddo: nella sua essenza, questa è anche una propaganda religiosa, portata avanti con lo stesso fervore di San Paolo e Gesù Cristo. La classe capitalista è stata incriminata. La sua gestione della società è stata fallimentare e ora dev’essere revocato ogni potere (…)”

Memorabili le pagine sulla crisi economica e sulla disoccupazione (p. 25), le sferzate alla stampa serva del regime e strumento per il mantenimento dello status quo, le riflessioni sull’evoluzione tecnologica e sulla sua necessaria funzione: quella di liberare gli uomini dal lavoro fisico più sfiancante, distribuendo con equità le risorse tra tutti i cittadini.

Altrove, quando parla di Letteratura – notevoli le pagine dedicate a Kipling, ad esempio – spiega cosa significava l’arte per uno come lui. E non può non restare impresso, perché rivela lo spirito della sua battaglia di scrittore: quella che voleva fosse la sua meta.

“(…). Ricordiamoci bene che trattandosi di artisti, verranno tramandati solo i nomi di coloro che ci avranno parlato con sincerità. Dovranno cioè essere stati portavoce della verità più profonda e significativa, le loro voci dovranno essere state forti e chiare, definite e coerenti. Mezze verità, verità parziali: non basteranno, né saranno sufficienti le voci acute e i tremiti profani. Dovrà esserci una qualità cosmica, capace di intercettare e trasmettere in forme d’arte durature i fatti vitali della nostra esistenza. Dovranno raccontare perché abbiamo vissuto, poiché in futuro sarà proprio quello che abbiamo fatto nel corso della nostra esistenza a renderci degni di essere ricordati o dimenticati” (p. 140).

Destinato ad appagare la curiosità dei cultori dell’opera dell’artista americano, questo volume potrà regalare a quanti conservano ricordi poco più che infantili o adolescenziali della sua produzione una prospettiva diversa, più complessa e stratificata, sul dna dell’attività intellettuale e letteraria di London. È chiaro a un tratto che la profonda umanità e la spiritualità che animavano la sua scrittura dipendevano da un sogno che l’artista voleva incarnare e materializzare: un sogno di giustizia, e di evoluzione; di rabbia, e di amore.
Ossessionato dall’onestà, voleva edificare una casa che fosse onesta nella costruzione, nel materiale e nell’aspetto: che non raccontasse menzogne, fondendo utilità e bellezza (p. 111). Questa casa possiamo abitarla giorno dopo giorno, tenendo fede al suo grande esempio: battendoci per l’autenticità, la verità e la trasparenza, e per la denuncia della corruzione e dello sfruttamento degli esseri umani, opponendoci alla decadenza dello Stato. A differenza sua, non avremo ideologie di supporto: dovremo poggiare soltanto sulla nostra intelligenza, e sulla più grande lezione dell’arte letteraria – la comprensione, e la condivisione dei sentimenti e delle emozioni: l’abbattimento dei confini e dei muri di ogni genere, la pretesa d’una libertà. Nuova, e vera: universale. 

È da quando  ho letto "Martin Eden" che penso di dover essere degno di Jack London, come letterato. Dopo "Rivoluzione" aggiungo: come essere umano.
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

John Griffith London, alias Jack London, nacque a San Francisco nel 1876. Figlio illegittimo, conobbe la realtà dura dei moli di Oakland e della baia di San Francisco, insieme a ladri e contrabbandieri. Costretto a mestieri disparati, non sempre legali, fu avventuriero alla ricerca del mitico oro del Klondike, e gran divoratore di libri di ogni genere. Riuscì a essere per un quindicennio uno degli scrittori più famosi, prolifici e retribuiti. Finì distrutto dall’uricemia indotta dall’alcool, a Glen-Ellen, California, nel 1916. 

Jack London, “Rivoluzione”, Mattioli 1885, Fidenza, 2007.
Traduzione e prefazione di
Davide Sapienza. In appendice: FBI su Jack London.

Prima edizione: “Revolution and Other Essays”, 1909.   
Approfondimento in rete: The Jack London Collection / The Literature Network / Jack London International / Biografie On line / Antenati / Lettera.com / Lagioia in Nazione Indiana

In Lankelot

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2008 

“Questo è il mio orizzonte: attendo con ansia il tempo in cui l’uomo saprà conquistare un progresso che non sia solo materiale, il tempo in cui l’uomo agirà guidato da un incentivo più alto di quello odierno, che è appunto lo stomaco. Continuo a credere nella nobiltà e nell’eccellenza dell’uomo. Credo che la dolcezza spirituale e la generosità sconfiggeranno la volgare ingordigia di questi giorni” (Jack London).

ISBN/EAN: 
9788889397893

Commenti

È da quando ho letto "Martin Eden" che penso di dover essere degno di Jack London, come letterato. Dopo "Rivoluzione" aggiungo: come essere umano.

"Costretto a mestieri disparati, non sempre legali, fu avventuriero alla ricerca del mitico oro del Klondike, e gran divoratore di libri di ogni genere. Riuscì a essere per un quindicennio uno degli scrittori più famosi, prolifici e retribuiti. Finì suicida, distrutto dall?uricemia indotta dall?alcool, a Glen-Ellen, California, nel 1916."

Eppure, dunque, ha fallito... Ereditiamone il verbo, ma stiamoci attenti.

La sua fine non può che rattristare molto. Ma ha combattuto con grazia e stile, furibondo con la vita perché la amava con un'intensità incredibile. Stesso amore portava all'umanità-

Assolutamente.

Ah, leggerlo da ragazzino significa certamente perdersi qualcosa.

"Ossessionato dall?onestà, voleva edificare una casa che fosse onesta nella costruzione, nel materiale e nell?aspetto: che non raccontasse menzogne, fondendo utilità e bellezza (p. 111). Questa casa possiamo abitarla giorno dopo giorno, tenendo fede al suo grande esempio: battendoci per l?autenticità, la verità e la trasparenza, e per la denuncia della corruzione e dello sfruttamento degli esseri umani, opponendoci alla decadenza dello Stato".

Sono colpito. Molto.

Anch'io, e credo di aver ricominciato questa riscoperta di un autore che credevo - stupida l'immagine che aveva negli anni Ottanta, stupida e falsa - esistesse solo per i romanzi d'avventura solo grazie a Martin Eden, recensito da Angela e restituito dalle parole di Luca.
Questo libro, che mi sono ritrovato a sfogliare nella Fiera di Roma, scoprendo il bel catalogo di narrativa Mattioli (c'è anche Huxley...), a un tratto mi ha spaventato, per la politica; poi è lentamente planato sull'umanità, un'umanità totale, limpida. Tanto limpida che ferisce.

(e chiarisce tutto...)

Chi ha voglia di andarsi a studiare un catalogo di narrativa dal sapore della piccola miniera d'oro, punti pure qui:

http://www.mattioli1885.com/libri/cat_nar.html

e poi mi sappia dire;)

"È torrenziale e comiziale, almeno nel saggio eponimo: sentir parlare dell?esercito di compagni, sette milioni di idealisti che combattono per rovesciare l?ordine all?insegna d?un rosso stendardo, fa venire i brividi".

Ma non sarà troppo politico? Nel senso, non perde un po' l'universalità delle tematiche affrontate?

"A differenza sua, non avremo ideologie di supporto: dovremo poggiare soltanto sulla nostra intelligenza, e sulla più grande lezione dell?arte letteraria ? la comprensione, e la condivisione dei sentimenti e delle emozioni: l?abbattimento dei confini e dei muri di ogni genere, la pretesa d?una libertà. Nuova, e vera: universale".

Diciamo che in parte qui già mi rispondi. Ma il dubbio mi resta, visto il pathos ideale ed emotivo che pervade l'opera e che traspare fortemente dal tuo pezzo.

Beh, cento anni fa poteva essere così - parlo almeno del saggetto eponimo, "Rivoluzione", e dei vari altri richiami interni nell'opera - ma oggi, onestamente... cosa è rimasto di quella battaglia?
Partitelli che rappresentano una scarsa percentuale dell'elettorato, qualche nostalgico, qualche scimunito, qualche romantico. E molta povera gente che sogna di essere tutelata e rappresentata da un partito vero. Che non può essere quello, credo sia chiaro anche a loro. Non più. London viveva in un momento in cui si poteva credere di cambiare le cose con la politica: ne sono derivati diversi regimi, nel Novecento. Non nel suo Paese, no...:) quello è un regime diverso, più subdolo.
*
Lui racconta lo spirito che animava i socialisti nel primissimo Novecento. Noi lo abbiamo studiato.
Credo che da numerosi principi socialisti si possa e si debba trarre linfa per vivere con più umanità, rispetto e solidarietà. Non so perché ma non riesco a vederci più niente di politico, sarà che viviamo l'epoca della mascherata carnevalesca della democrazia dei partiti, non so... sarà che sto cercando umanità e basta, sentimenti e principi e basta. E in London riesco a ritrovarne.

(non sembra uno di loro. E' un idealista).

a proposito...
curiosamente il traduttore ha convertito un "camerati" in "compagni", perché credeva si potesse equivocare. La nostra strana sensibilità di posteri, vedi?
Dimenticando che il principio del fascismo è in effetti piuttosto equivocabile, da certi punti di vista. Mussolini non era socialista - ex sindacalista rivoluzionario? Sempre a fianco del popolo si voleva stare. Pensa a quando è stato scritto questo libro...

Non fa una piega il tuo ragionamento. D'accordo con te che i principi del socialismo non sono da buttare, anzi. E gli idealisti mi piacciono, lo sai. Certo quello era un altro tempo, sembrano passati secoli e invece... beh in fondo è un male dimenticarsi di tutto quello che c'è stato, da dove vengono le ideologie, pur totalitarie, che hanno dominato il Novecento e che ancora dominano (il capitalismo non è morto, anzi, è solo diventato più subdolo: si fa passare per progresso e benessere). Salvere i principi è giusto: è soplo che ci si è un po' stancati dei grandi ideali pervertiti dagli uomini. Non lo so, qui parliamo di letteratura e - per quanto assai politica - siamo su altri territori. Certo più puri, non c'è dubbio.

Sì. E sai dove ne abbiamo la conferma?
Quando London parla di arte, e di condizioni di vita dei cittadini - magari nell'America che all'epoca non era affatto estranea al lavoro minorile, era in piena crisi economica, non tutelava i cittadini lavoratori...
allora si riconosce la purezza del suo pensiero: la sua estraneità a un interesse, a un vantaggio personale.

14 - Non ho letto mai London, ma se lo dici tu non ne dubito;)

Parti da Martin Eden. Libro che cambia la vita:).
In meglio.

16 - Addirittura? Domani lo compro!

concordo col 16!

Dopo i 15, 16 mesi - neanche ricordo - passati senza leggere un libro, in piena crisi esistenziale e nausea, quando avevo appena ripreso faticosamente a entrare nelle librerie e a leggere qualcosa (ma con grandissima lentezza, e molta angoscia) ho letto quel romanzo e mi sono ritrovato e riallineato. Si può obbiettare che riallinearsi alla Letteratura è dannoso nel nostro tempo, e poco realistico e soprattutto poco sensato in ottica professionale:).
Però mi ha guarito (o mi ha ammalato di nuovo?:) ).

18. Eh. Io aspetto ancora che tu ne scriva...

16-18. M'avete convinto, lo compro lo compro;)

19 - Propendo per guarito. O un dolce ammalarsi, quantomeno;)

Io non l'ho ancora capito, o forse sì ma la risposta non mi piace:)
E non voglio esserne convinto. Cmq, lunga vita a Jack. Altro che Bandini di Fante, Martin Eden è un caposcuola come il febbrile figuro di Hamsun...

presto una sorpresa.
Firmata sempre Sapienza & Mattioli.