Quando l’autore s’immischia, sono cavoli amari. Ché poche cose risultano più moleste di un romanzo appestato dalla presenza tangibile del narratore, da glosse non petite, da occhiolini insistiti e smanacciamenti sul disco della narrazione. Un romanziere, in teoria, non è un dj, un libro non è un disco e il narrare è bello quando fluisce limpido e invisibile nelle sue logiche creative. A patto di non imbattersi nel talento strabiliante del norvegese Erlend Loe, uno che ti comincia un libro con una condanna per strapazzamento di cocorite (condanna a non poter più tenere in casa cocorite) e te lo conclude con lui, l’autore, che scende in giardino ad abbracciare i genitori che hanno appena parcheggiato la macchina. E dire che Volvo è un romanzo – anche – animalista e ben poco familista. È un libro, prima di tutto, divertente e virtuoso, coraggioso e vincente nella sua scommessa di giocare a carte scoperte. Il che significa che il cofano della macchina narrativa è di cristallo, la trama – parola di Loe – ininfluente, e uno dei personaggi proviene da un altro romanzo che il lettore non deve sentirsi in colpa di non aver letto. Anzi, l’autore si affretta a riassumerne gli accadimenti, dopodiché a noi resta solo la voglia di recuperarlo. Non la frustrazione, o il terrore di “non aver capito certi passi fino in fondo”. Ma di cosa parla, Volvo? Di tre personaggi. Maj Britt è un’arzilla novantaduenne con la passione per le cocorite e la marijuana e l’odio per la nota azienda Volvo Trucks, la branca della Volvo che produce camion. Doppler, già protagonista dell’omonimo romanzo (2004), è un uomo che ha abbandonato la civiltà per vagabondare in compagnia dell’alce Bongo (un’escamotage che sa di Paasilinna). Von Borring è un anziano capo scout omosessuale e ornitofilo, che vede nel gavettone il non plus ultra tra i provvedimenti disciplinari. La trama decolla con Maj Britt e ingloba via via gli altri due soggetti, per poi interrompersi a pagina 230, quando le loro strade si dividono. L’asso nella manica di Loe è una narrazione… per asterischi. Che procede serena e tranquilla, indugiando spesso e volentieri in capitoli-parentesi. Il primo esempio di ciò è a pagina 20, quando si fa menzione dei figli, nipoti e bisnipoti * di Maj Britt. A pagina 21 il nuovo capitoletto reca la seguente intestazione: * sui figli, nipoti e bisnipoti di Maj Britt. Una trovata che a tratti genera scatole cinesi di rimandi da disambiguare. Non si spaventino, tuttavia, i lettori più angustiosi: l’“ipertestualità” di Volvo è un gioco, e il romanzo ha il sorriso sulle labbra dall’inizio alla fine. Contagiosissimo. Tra perle di saggezza, miccette di umorismo scandinavo e una foto di maschio adulto di beccofrusone (riprodotta, per lo scorno di Loe, in bianco e nero), Volvo ci prende in ostaggio per qualche ora nel cuore della Svezia. Ad acuire la sindrome di Stendhal concorre la traduzione di Giuliano D’Amico, efficace dalla prima all’ultima riga. Chi scrive – tanto per citare Loe – il norvegese non lo sa, ma una traduzione ben fatta, autoriale nel pieno senso del termine, si riconosce subito dalla gioia che infonde. E una volta chiuso il libro, il comandamento è uno solo: rimediare tutto il rimediabile a firma Erlend Loe.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Nato a Trondheim nel 1969, Erlend Loe ha scritto finora otto romanzi, oltre a libri per bambini e sceneggiature. In Italia i suoi testi sono editi da Iperborea e, in seconda battuta, da Feltrinelli.
“Volvo”, Iperborea, Milano, 2010. Traduzione di Giuliano D’Amico.
“Volvo lastvagnar”, Cappelens, Oslo, 2005.
Simone Buttazzi, agosto 2010.
Commenti
[erlend loe] neo SIMONE!
[erlend loe] neo SIMONE!
[Erlend Loe] Che stile! Che
[Erlend Loe] Che stile! Che brio le tue pagine! E' sempre bello leggerti, Simone. Le scatole cinesi e gli asterischi non sono il mio genere, ma dopo una recensione così, come minimo viene un po' di curiosità. Grazie sempre. Ti abbraccio.
[angela] simone è simone:).
[angela] simone è simone:).
[iperborea] libri IPERBOREA
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