Una città di isole: un libro fatto di impressioni, appunti e note stravaganti, vagabonde, irregolari; la struttura dell'opera è inesistente, la sensazione è quella di sfogliare il taccuino di un autore. Un autore che mostra consapevolezza delle lezioni degli antichi maestri del grand tour (inevitabilmente, Stendhal, Ruskin e Montaigne) e nel frattempo va assimilando la loro tecnica di narrazione a tutta una serie di reminiscenze contemporanee (la Campo, Zanzotto, la Ortese) o moderne (Proust) che costellano le pagine. Di narrazione compatta non si può parlare; ecco pensieri e schizzi d'autore, allora, a proposito di Roma: dei suoi microcosmi, delle sue isole, delle sue infinite chiese, delle sue fontane e fontanelle (inclusa quella per i cani: unica al mondo - piazza San Salvatore in Lauro: p. 15), degli ex voto e delle vecchie botteghe; dei ristoranti a buon prezzo e di quelli che è meglio non avvicinare nemmeno, delle storiche tradizioni capitoline (Cereria Di Giorgio, p. 39) e delle nuove istituzioni commerciali, tutte identiche e sempre riconoscibili (Autogrill).
Lodoli voleva tributare un omaggio a Roma: è riuscito nell'intento, senza dubbio, perché “Isole. Guida vagabonda di Roma” può essere considerato sia una sorta di itinerario altro nell'Eterna, andando a fare la gioia dei sempre tanti turisti e degli innamorati della Capitale; sia una sorta di riscoperta, da romano e per i romani, di quegli angoli, di quelle piazze e di quei quartieri (forse: di quelle persone) che abbiamo rimosso, dimenticato o sottovalutato. È un libro sicuramente turistico, sicuramente commerciale, sicuramente personale. Le osservazioni sulle opere d'arte e sulla bellezza e sulle caratteristiche di certi monumenti appesantiscono inevitabilmente la lettura: lo stile di Lodoli è più portato alla descrizione di sentimenti, sensazioni e stati d'animo che di sculture (magari sfortunate come quella dell'Ed Wood del Rinascimento: Copé, p. 47) o di tele (scolastica la lettura del ritratto della Cenci). Lodoli diverte e intrattiene quando si dilunga nella descrizione antropologica e sociologica della città (micidiale, ad esempio, l'elenco delle varie tipologie di caffè, p. 50; oppure, la spiegazione dell'altrimenti arcana, extra moenia, vicenda della “Palla” dello Stadio Olimpico per appuntamenti tra tifosi) e della cittadinanza; indovina lo spirito dei romani sin dall'incipit (“scantonare, ecco cosa ci piace”) e non dimentica le commistioni che fondano la nostra essenza, “popolare e patrizia, sprezzante e formale, chiassosa e reticente”. Brilla quando scrive l'elegia del portinaio, magari umbro, marchigiano o sabino e con un nome improbabile (p. 140), ma piomba nel didascalico accennando all'Auditorium allora in costruzione (p. 6). Stupisce quando rivela che tra gli storni c'è spesso un falco pellegrino in agguato, causa delle loro assurde e coreografiche traiettorie (e dire che pensavo fosse un modo per deviarci dall'attenzione proprio mentre ci bombardavano di merda) e suggerisce destinazioni notturne (come il Bar Castellino, in piazza Venezia) note fondamentalmente agli autoctoni (certi segreti non vanno svelati).
Micidiali le descrizioni delle difficoltà del romano nel raccontare Roma a un amico, magari straniero: credibile il fiatone che caratterizza la fine di queste giornate. Romantica, infine, la questione dei cambiamenti del territorio:
“Mio padre ricorda ancora quando la piazza del Pantheon era pavimentata con il legno di Montevideo, e mio fratello maggiore ricorda gli stabilimenti sul Tevere, dove i più coraggiosi e i più poveri facevano i bagni. Le cose passano, a volte il tempo le trasforma, a volte le cancella senza pietà. Io comincio a guardare con nostalgia le ultime cabine telefoniche: ora che pure i ragazzini hanno un cellulare in tasca, ora che tutti parlano con il mondo intero quando e come vogliono, non c'è più bisogno di quelle microstanzette posate sui marciapiedi della città” (p. 61); seguono ricordi di come eravamo quando telefonavamo (in strada) nelle cabine.
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Lodoli ha cantato Roma più volte, nel corso della sua carriera. Qui lo ha fatto assemblando frammenti di una rubrica di un quotidiano, sembrerebbe, e intrattenendo sé stesso e il suo pubblico. Nel 2007, Abate ha pubblicato una “Guida non conformista di Roma” che andrebbe integrata e assimilata a questa di Lodoli; il tutto a beneficio del turista intellettuale e originale. Siamo dalle parti dei sentiti esercizi di stile e delle lezioncine di recupero per quelli che sono stati assenti per troppo tempo da queste parti. Con grazia, ma con molta maniera.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Marco Lodoli (Roma, 1956) scrittore, insegnante e giornalista italiano. Ha esordito pubblicando poesia (“Un uomo innocuo”, 1978). Primo romanzo, “Diario di un millennio che fugge”, 1986.
Marco Lodoli, “Isole. Guida vagabonda di Roma”, Einaudi, Torino, 2005-2008. Collana ET Scrittori 1518.
Approfondimento in rete: Wiki it / Abruzzo Cultura / Rai / Tellus.
In Lankelot:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2009.
Commenti
pensieri e schizzi d’autore, allora, a proposito di Roma: dei suoi microcosmi, delle sue isole, delle sue infinite chiese, delle sue fontane e fontanelle (inclusa quella per i cani: unica al mondo (piazza San Salvatore in Lauro: p. 15), degli ex voto e delle vecchie botteghe; dei ristoranti a buon prezzo e di quelli che è meglio non avvicinare nemmeno, delle storiche tradizioni capitoline (Cereria Di Giorgio, p. 39) e delle nuove istituzioni commerciali, tutte identiche e sempre riconoscibili (Autogrill)...
non è una stroncatura, ma la sfiora….
però qualche appunto simpatico nel libro credo che ci sia.
Campo, Cristina Campo: l’hai letta? Anni fa avevo visto di un convegno su di lei.
Lodoli è un insegnante. Diciamolo, che insegna. Mica è una brutta cosa. Anche la voce di wikipedia la mette in secondo piano, rispetto a "scrittore e giornalista".
3 beh, sì, ogni tanto ci sono suoi articoli su Repubblica in cui parla della sua esperienza.
Non ancora, Marina (2, Campo) ma vorrei, almeno entro il 2012.
3. Hai ragione;). Integro.
2. In realtà c'è più di uno spunto notevole. Il problema è che io non sono il lettore ideale di un libro del genere, che mi sembra più adatto alla circolazione extra moenia, pronto a trasformarsi in guida per un viaggio di una settimana da queste parti, assieme magari ad Abate e a una guida più classica;).
Io volevo apprezzare 3-4 cose in particolare, che qui non dico, e verificare delle corrispondenze con gli altri libri di narrativa di ML. Fatto:)
6. difficilmente delle guide, per quanto "alternative", sono indirizzate agli stessi abitanti dei luoghi che descrivono, e c'è da considerare anche il fatto che ognuno di noi vive i propri luoghi in modo diverso, e che una persona, per quanto possa conoscere bene una città, rimarrà comunque indissolubilmente legata solo a "certi" quartieri, per dire. Ma questo avviene anche in piccoli paesi, dove a distanza di cento, centocinquanta metri, i ragazzini crescono e fanno esperienze diverse...Per dire che ognuno ha una propria guida personale. Vabbé, cose così.
(ma forse proprio per questo è interessante confrontare le proprie idee e i propri posti con quelli di un altro letterato, oltretutto decisamente più quotato e apprezzato. Si imparano un sacco di cose. A me non sarebbe mai venuto in mente di parlare di piazza Socrate, per una serie di ragioni che extra moenia non vengono nemmeno decifrate:) )
Io, comunque, considero sempre un gesto di grande generosità il divulgare i segreti di Roma e l'indicare i luoghi più "autentici" dell'Eterna al grande pubblico.
Personalmente, quando riesco a scovarne uno, tendo a tenermelo per me e per pochi altri.
Sarò egoista, ma mica è bello per niente dare le perle ai porci...
Eh. Altra questione scottante, in effetti. ma forse Lodoli pensa che male che vada lo leggono in 3mila, 5mila al massimo: si può fare:).
bah, la mia unica guida a Roma è Guzzanti che imita Venditti, con Tuttocittà come spartito del pianoforte. Ah...
"insegnante". Mamma mia. Beato chi c'ha la passione. Io ho fatto domanda nella speranza che non mi chiamino mai. Santa disoccupazione.
E poi ai ragazzi di oggi che gli dici? Non guardare Maria De Filippi? Ti rigano la macchina.
11. ahahahaah:))).
12. Invece sarai grande. Vedrai. Grande e amato.
12, no per carità. Io sogno un lavoro in cui non devo avere a che fare con la gente. Tanto mi farei subito nemico qualcuno, no no :) Meglio impiegato in ufficio tutta la vita.
Però con il pc connesso a internet!
15, 16. E pensi che in ufficio non ci sia gente? Magari:). E' proprio come tornare a scuola. Soltanto, non si è coetanei (dramma) e non si condividono affatto le passioni (nemmeno quando dovrebbe essere così).
Meglio i ragazzi.
Che palle.
un po', sì. I pettegolezzi sono più cattivi che ai tempi del liceo, anche. L'ideale sarebbe avere casa e bottega, hammer...
Infatti. Ricordo una frase di un mio compagno di scuola, un disegnatore formidabile. Diceva "Fare il fumettista è il massimo. Passo la giornata a disegnare, poi mi fumo una sigaretta e sorrido alla mia bella brasiliana che gira nuda per casa". ahahahhahaa
ahahahah
Ho anche scoperto che fare il commesso in una cappelleria di lusso andrebbe bene. Cappelli a cento euro l'uno, quasi zero clientela. Ma è questa è tutta un'altra storia :)
beh, ne vendi 40 al mese e ti sei fatto lo stipendio.
Aggiungi che la clientela è selezionatissima :)
eheheheh! Ragazzi, ho letto con un sorriso. Oltre ai ragazzi che oggi sono molto più difficili, ci sono i genitori a scuola! Una razza difficilissima, che vuole spesso saperne più dell'insegnante.
In fondo non mi sono pentita di essermi dedicata alla famiglia, anches eogni tanto mi sembra di essere considerata simile a un elettrodomestico, diciamolo chiaro.
25, meglio essere un forno a microonde che una sputacchiera in classe... Molti insegnanti parlano di ragazzi selvaggi e "de coccio" e, come dici tu, genitori terribili. Ma basta vedere come sono i ragazzi per strada o sull'autobus. La volgare violenza di Maria De Filippi e altri esempi di televisione spazzatura si è inculcata nella civiltà giovanile con un'efficacia personalmente spiazzante. Noi (classe 83 ma anche 86) non eravano così manco per niente.
Io volevo nascere pensionato.
eheheh! :)
Ragazzi:comunque ce ne sono anche di educati e corretti, dai, non demoliamoli proprio tutti. In ogni caso, è durissima anche educarli adesso,pure economicamente è micidiale, si è diffuso un tenore di vita troppo alto secondo me e adesso andrebbe ridimensionato. Vallo a spiegare.....sembra di far discorsi dell'altro mondo.
La decrescita cambierà il mondo (e a breve vi parlerò di HAWKEN)
www.scrittinediti.it/blog/2009/06/23/lodoli-marco-isole-guida-vagabonda-...
[marco lodoli, roma] uscito
[marco lodoli, roma] uscito pochi giorni fa su Repubblica:
Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce
di MARCO LODOLI
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti. "A me professò 'sto discorso del merito mi fa rodere. La meritocrazia, la meritocrazia... ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non je la famo, noi non contiamo niente?". Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla, guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia, verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.
Guardo la classe: Michela ha confessato che non può fare i disegni di moda perché a casa non ha un tavolo, nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una casa che è letteralmente un buco. Roberta invece mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al migliore amico del suo fidanzato, "era uno che se faceva grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n'animale cattivo, nun se lo meritava de morì così a ventidue anni". Samantha invece trema perché stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i soldi per pagare l'affitto non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.
La miseria produce paura, aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto l'anno, "perché i tagli si fanno sentire anche sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo". In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti, droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto s'ammucchia orrendamente, tutto si mette di traverso e oscura il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l'iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.
"E non ci venissero a parlà di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s'è capito come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po' di marocchini a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà come n'azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso. Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar camposanto, dentro una vita di merda". Forse ha ragione questa ragazza, suo padre ha "un brutto male", come direbbe il buongusto - "un cancro che lo spacca, professò", dice lei - forse è vero che non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio: l'oro passa e le pietre vengono buttate via.
I ricchi hanno capito al volo l'aria che tira, aria da Titanic, e hanno subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole straniere, master, stage, investimenti totali nello studio. L'élite non ha più tempo né voglia di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi: ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato sulle scuole di lusso. E così la scuola non è più il luogo del confronto, della convergenza, dell'appianamento delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore, a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra, o comunque si prepara a "meritarselo". Chi non ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l'affronto dei discorsi sull'eccellenza. Ormai il nostro paese è tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si butta un osso e un'emozione della De Filippi, li si lascia nell'abbrutimento e nell'ignoranza, mentre ai ricchi si aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui, da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d'acqua morta.
(09 febbraio 2011)
http://www.repubblica.it/scuola/2011/02/09/news/lotta_banchi-12236180/
[Lodoli] è su Repubblica di
[Lodoli] è su Repubblica di oggi, ma questo di Citati è ancora meglio:
http://www.repubblica.it/scuola/2011/02/09/news/studio_inutile-12235340/...