Miserere! - Osservazioncelle del tutto personali su ''Tu non dici parole'' di Simona Lo Iacono (Giulio Perrone editore, Roma 2008)
Esistono fondamentalmente due tipi di parole: quelle leggére e quelle pesanti. Sono le stesse parole, capiamoci, ma la loro collocazione le rende volatili o plumbee: è dunque il posto in cui si mettono le parole a designarne la forza; ed è lo spazio temporale, l'epoca storica in cui le parole cadono, a dar loro un senso forte o debole. Il contesto, in soldoni, lavora sui lemmi scolpendoli e rendendoli maschere tragiche o comiche o ironiche e via discorrendo. Lo stesso vediamo quando ci troviamo a discorrere dello stesso argomento con diverse persone e in diverse situazioni ambientali.
Le parole di per sé hanno comunque un'anima poco mutevole, fissa come il Cielo che - per chi crede nel Dio cattolico - le ha donate agli uomini non per prostituirne la bellezza ma per cantare le lodi di un uomo redimibile e di un Redentore amorevole e compassionevole. Ben altra cosa, perciò, rispetto a chi agisce in malafede (nel romanzo tardogotico di Simona Lo Iacono molti, a partire dall'arcivescovo Angimbè, il quale ''Usa parole. Proprio lui, che delle parole conosce solo la peggior parte'', sta scritto a pag. 151) e ben altra cosa anche rispetto a chi ha degli squilibri emotivi altrettanto forti quanto debole è la sua personalità reale, interiore (penso al truce capopopolo Pilosa, strumento diabolico nelle mani dell'insensato agire dell'Angimbè).
La bellezza delle parole dunque ne è solo un aspetto, sebbene, analogamente alla Luna, se ne possa in Terra vedere con facilità solo una faccia, quella appunto violenta - chi ha cattivi intenti, si sa, nota solo gli aspetti facili ed utilitaristici di tutto. E sebbene questa bontà-bellezza delle parole sia recondita, nel racconto Francisca, Pititta e Tufania (siciliane del Seicento) ne posseggono solo gli aspetti positivi, celesti e divini: loro riescono a vedere l'altra faccia dei verba, cioè quella che corrisponde al loro animo gentile e caritatevole di giovani donne schiacciate fra la pazzia teocratico-inquisitoria dei Tribunali ecclesiastici seicenteschi e la brutalità men che animalesca dei ribelli alla masaniello maniera. La faccia difficile delle parole, per molti inavvertibile anzi preclusa, è invece per questi tre personaggi muliebri la piú semplice e naturale, la spontanea espressione di vaticinii e sentimenti veri, unici. È l'occasione per colloquiare con gli Enti Supremi in una confidenza rasentante l'osmosi e la... diremmo la santità!
Le tre donne parlano dunque non per comunicare (ed imporre) delle turpi decisioni ma per esprimere quanto - causa limitatezza mentale e spirituale - nessuno è in grado di cogliere: infatti il latino inconsapevole di Francisca si muta nel latinorum dell'arcivescovo Angimbè. Figura molto manzoniana, questa, che ci rimanda un po' anche all'avvocato Azzeccagarbugli. C'è molto Manzoni, infatti, qui, ma senza alcuna pretenziosità... solamente un omaggio fra le righe. Che risulta commovente e corroborante, almeno al sottoscritto.
Il puro latino di Francisca, dicevasi, rappresenta uno strumento di fede eccelsa e primigenia, un profluvio di verba scorrenti come acqua di ruscello, una litania la cui suggestione è tutta musicale, a voler dichiarare il candore dell'Agnello di Dio, l'agnello sacrificale che s'incarna, pariteticamente, nelle tre amiche di ''Tu non dici parole''. Sono parole bianche, albine, immacolate, armoniche e bambine… le stesse che, nella bocca di Angimbè, si colorano del nero del quale la sua perversione spirituale le vuol tingere, anzi sporcare, immiserire. E quel ''Miserere, miserere, miserere'' costituente lo slogan di Francisca (la quale per il resto è afasica con quasi tutti) ben si adatterebbe al Pilosa, alla perpetua di don Pippino e al curato stesso, se costoro fossero capaci di elevare una siffatta preghiera, la cui umiltà è, invece, esclusiva dotazione degli ultimi fra gli ultimi.
L'argomento del romanzo, di questo variopinto, religiosissimo dramma siciliano secentesco, è cosa molto trattata dagli autori moderni (Bufalino e Vassalli in primis), ma qui assume dei guizzi di originalità non sottovalutabili perché, al di là dell' (azzeccato) uso di vocaboli dialettali, raramente credo si sia letta in Italia un'opera narrativa lunga interamente incentrata sul problema dell’interpretazione del linguaggio scritto ed orale - per di piú estendendo tale eterno problema al dilemma concernente il rapporto fra giustizia umana e giustizia divina (punto di forza dell'opera).
Per quanto riguarda lo stile e la sintassi adoperati, potrei solo suggerire a Simona Lo Iacono che in molti casi le sue bellissime (ed originali) suggestioni poetiche e la leggibilità del testo in genere, non avrebbero assolutamente perso forza anche se espresse evitando le eccessive cesure del testo, ovvero la prosa ritmica di tipo paratattico - faccio un esempio: ''Se è fuggito non resta che fuggire. Se l'ha lasciata non resta che cercarla. Anche se non sa nemmeno che direzione prendere, Francisca, che nome invocare''. Ecco, qui, con delle virgole o dei punto e virgola al posto dei punti fermi il risultato sarebbe stato uguale, a mio avviso, ottenendo dei periodi piú complessi e strutturati, piú discorsivi diciamo (i soggetti delle frasi erano presenti già prima e sottintesi, dunque non costituiscono un ostacolo). Ma queste ultime sono osservazioni del tutto marginali... magari motivate dal mio attaccamento alla prosa di autori come Brancati o Calvino e a stilemi pienamente narrativistici.
Questo romanzo storico, ambientato nella Sicilia (a Bronte) del Seicento e tutto al femminile, resta un'opera prima notevole, soprattutto in quanto tentativo di compendiare il ritmo (endecasillabico o a verso libero?) del cuore con la fluidità prosastica della trama. Cosa già fatta, certo: ma solo secoli fa. Eccitante rivedere cose simili nell'era della banalità tecnologica e della confusione, in cui il Manzoni ci manca poco che diviene, agli occhi di tutti, Piero Manzoni – quello della ''Merda d'artista'', qualcuno se lo ricorderà, purtroppo.
Una piccola nota va infine inclusa nella presente recensione: una maggior attenzione alla lettura delle bozze finali l'editore avrebbe dovuto mettercela, cosí scongiurando qualche manciatella di refusi che purtroppo compare qua e là nel testo – pur non dando alcun serio fastidio alla lettura... Dopotutto l'amore per le parole belle (e queste di Lo Iacono lo sono veramente) andrebbe messo in pratica anche dagli editori, per mezzo della propria attenzione alla precisione tipografica dei testi.
BREVI NOTE
“Tu non dici parole'' di Simona Lo Iacono (Giulio Perrone editore, Roma 2008)
Simona Lo Iacono (Siracusa, 1970), giudice e scrittrice italiana.
Sergio Sozi (Lubiana, febbraio 2009)
Commenti
Sozi sull'esordio della Lo Iacono!
buona lettura,
gf
http://giulioperroneditore.it/node/264
Ringrazio come al solito Gianfranco e tutti voi di Lankelot per avermi concesso spazio. E adesso, visto che siamo da Franchi, parlate con... franchezza!
Salutoni
Sergio Sozi
P.S.
Negli ultimi tempi il mio naso e' diventato molto ''all'in su'': leggo pochi romanzi-novita' e molti classici (adesso sto rileggendo la stupenda Eneide del Caro), dunque le cose contemporanee se non mi prendono alle prime dieci-quindici pagine le lascio in un angolo e poi ci vuole il carroattrezzi per riportarmele sulla scrivania. Questo libro l'ho finito in tre giorni - con un paio d'ore di lettura al giorno circa. Cio' non vuol dire che sia facile o scorrevole: e' solamente scritto bene (nonostante i refusetti) e con stile personale. Cio' mi basta.
" è dunque il posto in cui si mettono le parole a designarne la forza; ed è lo spazio temporale, l?epoca storica in cui le parole cadono, a dar loro un senso forte o debole. Il contesto, in soldoni, lavora sui lemmi scolpendoli e rendendoli maschere tragiche o comiche o ironiche e via discorrendo. "
> Credo, amico mio, che questa frase nasconda un senso profondamente tragico; e un altro, inevitabilmente, farsesco. In realtà, pensare a come e quanto abbiano cambiato significato parole come "patria", "onore", "nazione", "solidarietà", "eroismo", nel corso dei secoli, è una lezione di storia (e - come giustamente rilevi, di storia della cultura di una società).
"Figura molto manzoniana, questa, che ci rimanda un po? anche all?avvocato Azzeccagarbugli. C?è molto Manzoni, infatti, qui, ma senza alcuna pretenziosità? solamente un omaggio fra le righe. Che risulta commovente e corroborante, almeno al sottoscritto."
> Forse la chiave è stata proprio questa: evitare la pretenziosità e lasciare l'omaggio tra le righe. Non riesco a immaginare una riscrittura manzoniana che non sia kitsch, o fragile. Ottimo rilievo.
"raramente credo si sia letta in Italia un?opera narrativa lunga interamente incentrata sul problema dell?interpretazione del linguaggio scritto ed orale - per di piú estendendo tale eterno problema al dilemma concernente il rapporto fra giustizia umana e giustizia divina (punto di forza dell?opera)."
> Adesso mi viene in mente qualcosa di Eco, ma forse non esattamente narrativa; dovrei aver letto il libro della Lo Iacono per seguirti fino in fondo, in questa riflessione - nel senso che mi pare d'aver capito che abbia trattato in narrativa uno dei nodi fondamentali della poesia.
"una maggior attenzione alla lettura delle bozze finali l?editore avrebbe dovuto mettercela, cosí scongiurando qualche manciatella di refusi che purtroppo compare qua e là nel testo "
> eh eh. In questo senso una persona che non nomino non è cambiata affatto, rispetto a sei-sette anni fa, vedo. Sospettavo ci fossero stati passi avanti, ma pare di no. Curioso.
Curioso anche che abbia deciso di glissare:).
Ottimo contributo, Sergio.
Non avevo mai sentito nominare la Lo Iacono e adesso almeno ho un "fogliettino" nei ripostigli della memoria, che prima o poi si tramuterà in acquisto e lettura.
Danke.
gf
Prima di rispondere al prode Gianfranco, comunico quel che mi ha scritto la Simona Lo Iacono pregandomi di trascriverlo qui poiche' non riusciva ad inserire il commento.
Ecco quanto:
''Caro Sergio,grazie di cuore per questa analisi e per questa lettura. Vi scorgo affondo sincero, esame testuale e critico, venatura d'artista.Ti abbraccio con molta stima e ti auguro per sempre :"parole belle"!''
Firmato
Simona Lo Iacono.
Grazie a te, Simona.
Caro Gianfranco e cari tutti voi, amici,
allora, andiamo per ordine:
3.
Certamente il mio pensiero e' amaro, si', ma solo fino a un certo punto, poiche' intende includere (a mente fredda, la mia) anche gli aspetti positivi del mutamento direi addirittura semantico dei lemmi, oltre ai mutamenti dei significati che e' temporalmente precedente al campo semantico e ne viene ovviamente incluso poi.
L'aspetto positivo, per l'appunto, dell'attuale senso di parole come patria, solidarieta', onore, eroismo e nazione, secondo me risiede nella diffusa relativizzazione degli aspetti etnico-nazionali (in senso stretto) di queste parole, cosicche' vien oggi data loro un'obiettivita' che oltrepassa i confini della lingua e delle tradizioni nazionali e capisce, sente, si compenetra (o prova a farlo) con il significato che le altre lingue e tradizioni danno a tali termini.
Ovviamente, come sempre e' stato, e' e sara', il lato negativo di quanto appena detto resta la confusione, ossia l'indebolimento di ogni ''patria'', ''solidarieta''' eccetera: insomma si rischia, oggidi', di svuotare questi (ed altri) termini, con il dar loro troppe connotazioni altrui, estranee alle tradizioni nazionali.
E il rischio ultimo e' che, nella confusione, i soliti radicali (fascisti e comunisti in primis, parlando di Novecento) se ne approfittino per massimalizzare il tutto.
A stringere il problema, sociopoliticamente parlando, e' in questi termini, credo (faccio l'esempio dell'Italia):
si divide ogni singolo lemma in tre grosse interpretazioni popolari: 1) quella dei quasi-ex fascisti; 2) quella dei quasi-ex comunisti; 3) quella dei filoglobalisti convinti.
A mancare nel gruppo delle tre anzidette, vediamo bene, e' proprio l'asse portante: l'interpretazione che viene dall'identita' storicamente sviluppatasi di un popolo.
Cio' significa cesura storica, scissione intima di un popolo, che non e' capace di usare le parole in maniera condivisa ed antica, in senso complessivo e totale - eccetto mosche bianche, ovvio.
Significa che se dico ''casa'', un italiano pensa all'appartamento del caseggiato popolare e un altro alla villa con tremila metri di parco intorno, mentre un terzo italiano, diviso fra i concetti cileni, svedesi e mozambicani della parole ''casa'', non sa proprio a che casa pensare, non vede piu' la casa, ne' la sua ne' quella italiana in genere; e inoltre: significa che l'uomo si allontana dalle parole - cosa apocalittica, direi, al di la' delle citate ricadute nazionali, gia' gravi di per se'. E significa anche, a concludere, che sia estendendo troppo gli argomenti e le valutazioni del senso di una parola, sia invece restringendoli troppo entro i confini di un popolo, si compie oggi un errore. Ne risulta l'afasia; ma la supereremo, spero, quando avremo - e parlo per noi italiani e non solo purtroppo - quando avremo dicevo selezionato i significati e li avremo introdotti nel nostro ambito complessivo nazionale, etnico e soprattutto storico.
5. e 6.
Ultime osservazioni (il resto non ne necessita).
Sul 5.
Questo libro, ho scritto, e' ''sull'interpretazione del linguaggio scritto ed orale''. Sono qui stato meticoloso: i termini da interpretare sono sia la parola scritta sia la parola parlata; il termine che le ''interpreta'' entrambe, invece qual e', cosa e'? Cosa ''guarda e studia'' le parole, nel romanzo della Lo Iacono? Lo lascio capire, forse un poco nebulosamente, dunque adesso devo ripeterlo con precisione: e' lo spirito umano di certi uomini - che nel libro sono tre donne.
Sul 6.
Io non conosco nessuno; pero' intravvedo un'incuria che mi fa pensare... male. Mi fa pensare a chi lavora fuori del proprio campo meritocratico e fuori dai propri reali interessi - cosa nocivissima in campo culturale. Potro' sbagliarmi. Ma ''to je to'', si dice in sloveno: ''questo e' tutto''. Nel senso di constatazione scientifica. Punto. Nessun possibile personalismo da parte di chi, come me, a Roma ci e' stato cinque anni in tutto appena nato. Pero' la cura tipografica di un testo deve essere responsabile, se no arriva il pignolo come me che ci mette il dito sopra, anzi dentro, e scrive quel che ho scritto io. Io conto poco, ma e' meglio evitarlo, penserei io al posto di chicchessia.
Ed e' tutto
Abbraccioni Fra'
Sergio
7. Optume, Sergio.
Dì all'autrice che - se vuole iscriversi - basta rispondere "No" alla domanda fittizia che appare nella registrazione.
abbraccioni a te, e grazie per le ottime integrazioni.
Figurati, Gianfra': e' un piacere discorrere nel clima di Lankelot: un posto dove la gente sa leggere, scrivere e meditare - dunque non insulta, non travisa le parole e non si fa aggressiva. Posto sacro, questo, dove si parla di cose serie e lo si fa appunto seriamente (senza seriosita') e non di canzonette e altre buffonate mediatiche - Internet che parla di Internet e degli altri mezzi di comunicazione (tv, telefonini, ciddi', eccetera) mi irrita particolarmente, devo dire. Un sito letterario SIA UN SITO LETTERARIO, SENZA ANDARE A CACCIA DI SOUBRETTE E FESSERIE analoghe. Io la vedo esattamente cosi'. Ecco perche' qui sto bene. Qui c'e' la Letteratura. E le persone. Diverse fra loro ma sempre civili e pacate, spesso spiritose. Bello, Lankelot, Gianfranco. Bello senza sviolinate, ti dico, che' io spesso la penso diversamente da altri - ma qui, caso piu' unico che raro, per fortuna non si confonde un pensiero contrapposto ad un altro con un insulto personale.
Unico difetto? La fretta. Andiamo piu' lentamente, ragazzi: la discussione e la profondita' dei nostri scambi ne guadagneranno certamente.
Salutoni
Sergio
P.S.
Naturalmente parlare anche di cinema e musica come fate voi va bene: e' arte, non comunicazione. Non rientra nella categoria dell'arruffianamento.
Carissimo Sergio,
potrei dire apprezzo, di più, adoro il tuo rigore, la tua meravigliosa capacità di entrare nelle opere facendone un’anamnesi che è quasi autopsia.
Un lettore, nel bene e nel male, ha sempre voglia di leggere un’opera, quando è analizzata da te, anche se volessi stroncarla (e non è il caso di Simona).
Ti saluto sempre caramente, insieme alla meravigliosa Lo Iacono.
Francesco Di Domenico
p.s. non riesco a postare, questo sito sembra un castello manzoniano, posti tu per me?
Mi è arrivata successivamente una lettera dal signor WordPress, per cui ci sono riuscito, incollo direttamente per onor di verità:
“Reinterpretare la verità è un male assoluto”
Joachin Navarro Valls - Lectio doctoralis,laura honoris causa Istituto Suor Orsola Benincasa Napoli - novembre 2oo6
12 "per fortuna non si confonde un pensiero contrapposto ad un altro con un insulto personale."
Vero, anche quando si confligge in modo duro. Interessante osservazione.
Come interessante è il pezzo, Sergio, incentrato sul seme-parola. Nella nostra società dello spreco (leggo oggi sul giornale che pure adesso, nel famigerato periodo di "crisi", noi italiani buttiamo via un terzo del mangiare che compriamo) dove ciò che importa è la quantità di prodotto, anche la parola è tale, ed ai suoi seminatori non importa la bontà del frutto, spesso insipido, ma solo la sua quantità. Ummm. Non so quanto sia chiaro questo mio discorso, ma spero si capisca.
14, intanto do - e diamo - il benvenuto a Francesco Di Domenico, Didò. Ave e felice orientamento nel castello.
Ti aiuto: http://www.lankelot.eu/index.php/2009/01/17/lankelot-archivio-articoli-a...
12.
amice Sergio, dici:
"Qui c?e? la Letteratura. E le persone. Diverse fra loro ma sempre civili e pacate, spesso spiritose. Bello, Lankelot, Gianfranco. Bello senza sviolinate, ti dico, che? io spesso la penso diversamente da altri - ma qui, caso piu? unico che raro, per fortuna non si confonde un pensiero contrapposto ad un altro con un insulto personale.
Unico difetto? La fretta. Andiamo piu? lentamente, ragazzi: la discussione e la profondita? dei nostri scambi ne guadagneranno certamente".
> Vero, e ti ringrazio, e ribadisco che ciò si deve a sei anni di impegno civile da parte di tutti. Ad aprile entriamo nel settimo anno di attività, e il nostro dna è rimasto intatto;).
Quanto alla fretta, hai ragione. Nel mio caso, purtroppo, si deve alla necessaria supervisione di ogni singolo articolo. Grazie a Dio ne escono anche 3-5 al giorno, con picchi di 10 nel caso di recuperi di articoli apparsi nella prima versione del .com; e almeno una correzione di bozze e un adattamento a norma e un primo commento va fatto sempre. Ma poi - e questo è il miracolo divertente e buffo del nostro archivio, e della nostra natura totalmente antigiornalistica - si discute di libri e articoli
anche con la differita di un anno o due o più...
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1
io amo l'archivione:)
Capisco, Gianfra'. Ecco, io sinceramente credo che se giornalmente si mettessero ''online'' meno articoli, la discussione di tutti noi su ogni singolo articolo sarebbe piu' lunga e magari ci sarebbero piu' interventi. Cosi' invece ogni articolo diviene obsoleto in ventiquattro ore e non da' tempo alla gente di completare il dibattito. Comunque l'importante e' la serieta' e la correttezza, anche formale, degli articoli - cose queste che tu garantisci ottimamente, caro Gianfranco.
Ciaociao e grazie anche a Dido' per l'apprezzamento.
P.S.
Quanto agli argomenti trattati: per carita' di Dio, non cambiare Lankelot di una virgola! Va magnificamente bene cosi'!
Dipende, amice. In realtà, come ti spiegavo, qui niente è nuovo e niente è obsoleto. Si dibatte anche mesi o anni dopo sullo stesso tema; basta che uno soltanto abbia letto il libro o visto il film e voglia riparlarne, che subito si riaccende la miccia.
Per questo non è un male quel che succede. Cresceremo molto, quest'anno; se i miei libri andranno bene arriverà tantissima gente nuova, tantissima per i nostri parametri, s'intende: 20, 30 attivisti in più saranno un numero massiccio - e c'è la possibilità che gli articoli aumentino a vista d'occhio.
Praticamente, ciascuno deciderà, via archivio, cosa vuole scoprire o dibattere. Ci stiamo avviando a diventare un wikipedia della critica letteraria... ma con il forte impulso dialettico dei commenti.
19. Tra qualche mese, quando cambieremo grafica e un po' di struttura, vedrai che tutto sarà più navigabile. Saranno daccapo divisi letteratura, cinema, musica e scienze.
Caro Dido',
Grazie. Credo che la parola, la Letteratura e il libro (cartaceo) siano le fondamenta di un Paese; pertanto, quando se ne parla, nell'analizzare queste cose servono rigore, spietatezza, accuratezza ed amore.
Meglio dunque, per me, farsi antipatie che permettere libri brutti (anche se le persone mature capiscono che quando pubblicano un libro o un articolo devono aspettarsi anche le critiche negative, purche' ben motivate). Ovviamente non parlo del libro di Lo Iacono, che, come si vede, mi e' piaciuto molto.
Ciao, caro
Sergio
Infatti, Gianfranco, purtroppo ora ho una certa difficolta' a rintracciare l'articolo, una volta che nessuno ci intervenga: devo andare a vedere se sta sotto ''arti'' o ''scienze'', e ripescarlo. Se dividerai in letteratura, musica, cinema e scienze, secondo me farai cosa ottima. Magari sarebbe utile anche specificare dentro ogni singolo articolo in quale settore va a finire. Certo... vista la (ammirevole) monumentalita' di Lankelot, sistemare il tutto deve essere molto arduo, vero Gianfranco?
beh, in realtà è sicuramente in arti una recensione di un romanzo;
e poi, c'è l'archivio che ti segnalavo, questo:
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1
diviso per cognome dell'autore recensito, o per parola chiave.
Prova a navigarlo...
Ci sono andato: ottimo e chiaro, l'archivio. Grazie, Gianfranco.
Una wikipedia della critica letteraria e d'arte in genere. Giusta definizione. Un archivione simile mancava in Italia e ce n'era la necessita'. Devo solo personalmente imparare ad usarlo meglio: con il computer e affini sono un po'... lentuccio!
Per tornare alla Lo Iacono, avrete notato che ho definito ''tardogotico'' questo romanzo. Ovviamente non intendevo riferirmi a stilemi e argomenti propriamente gotici; niente a che fare insomma con Walpole, Shelley, eccetera.
La mia infatti era una definizione coniata completamente dal sottoscritto, per descrivere il clima di ''Tu non dici parole'': un clima che, piu' che distinguere una storia secentesca, riporta il Seicento italiano indietro di (almeno) tre secoli, su su fino alle suggestioni gotiche in senso storico. Quella scenografia mista di lotte intestine nelle religioni, bramosia di potere temporale ed ascetismo puro e altissimo, violenza quotidiana e oscurantismo. Nel Medioevo nascono i grandi innovatori della Chiesa (San Francesco, Jacopone da Todi, Tommaso da Celano, San Benedetto di Norcia...) e nel frattempo si pongono le basi dell'Umanesimo col suo contenuto deflagrante, diremmo ''laico'' o almeno ''laicizzante''.
Dunque la mia definizione era volutamente impropria, nascendo essa da una sensazione epidermica, da un mio guizzo lirico e da un'analogia molto discutibile. Ne sono conscio. Volevo solamente ''dipingere'' l'atmosfera che aleggia in questo romanzo - un'atmosfera colma di vibrazioni forti e contrapposte: bellezza e fede, depravazione e sangue, posti in luoghi ''inappropriati'': un arcivescovo satanico ed una falsa suora ''francescana'' e liliale.
27. Forse ho inteso. Tardogotico nel senso di contrasti forti, di "oscuro", per così dire. Il gotico dell'architettura, e non quello letterario, in definitiva. Giusto?
28.
Semplificando un po' direi proprio di si', caro Branco. Un gruppo scultoreo dell'epoca confinaria fra il Gotico e l'emergere del nostro Umanesimo. Nonostante il romanzo sia ambientato nel Seicento.
15.
Branco, scusami, ho dimenticato di risponderti sul 15, pardon!
Allora. La metafora-catena associativa ''seme-parola-frumento-cibo-spreco moderno'' l'hai resa in modo chiarissimo. E sono del tutto d'accordo con te: oggi lo spreco (che equivale alla superficialita' di chi ha troppo, vedi gli italiani) e' la regola sia dei semi-parole (''Se pareba boves / negro SEMEN seminaba...'' recita l'Indovinello Veronese del IX-X secolo) sia dei semi-cibo, che anche dei semi-figli (sprechiamo l'infanzia dei nostri successori). Insomma sarebbe ora di tornare ad essere italiani. Sperando che il vizio primordiale non sia gia' stato insito nel ''semen'' dal quale proveniamo, perso nella notte dei tempi, di Enotria e Ausonia...
Ciaobbello
Sergio
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