Lipuš Florjan

L'educazione del giovane Tjaž

Autore: 
Lipuš Florjan

Esistono romanzi che nascono per alfabetizzarci alla complessità e alla ricchezza della realtà: insegnano non soltanto a guardare nell'anima e nelle dinamiche psichiche del protagonista; insegnano piuttosto a osservare una terra, e i popoli che vivono in quella terra, con diversa intelligenza e più adeguata sensibilità. È il caso fortunato di questo sperimentale quaderno di narrativa pubblicato dalla piccola Adelphi dei Balcani, vale a dire la Zandonai di Rovereto: “L'educazione del giovane Tjaž” (192 pagine, 13 euro) è un testo che sembra nato per addestrarci a capire quanto articolata e complessa sia la questione degli sloveni di Carinzia. L'artista, Florian Lipuš, classe 1937, è uno sloveno di Carinzia, autoctono: è austriaco, ma la lingua della sua anima e del suo popolo è un'altra. È parte di una minoranza etnica che si sta difendendo dalla snazionalizzazione, e dal nuovo medioevo mitteleuropeo, con dignità e intelligenza: confidando nella letteratura, e sulla sua naturale capacità di sensibilizzare alla diversità, piuttosto che sulle rivendicazioni più direttamente politiche e propagandistiche, in generale. Lipuš è nato nel villaggio di Lobnig (Lobnik in sloveno), nel comune di Eisenkappel-Vellach (vale a dire, Železna Kapla-Bela), laddove l'Austria sta per diventare Slovenia. Al di qua del fiume Drava. Uno di quei posti in cui sarebbe saggio, civile e rispettoso se la particolare composizione etnica e culturale finisse per essere madre di un allegro e fertile bilinguismo, come già accade in diverse vecchie frontiere, da quelle parti. Staremo a vedere se la piccola Europa saprà difendere, a dovere, le tante voci dei popoli che la abitano, tutelandole, senza alterarle.

Grande amico e sodale di Peter Handke, suo primo traduttore in tedesco, Lipuš è un artista che potrebbe somigliare molto al suo suicidello e complicato alter ego giovanile Tjaž: condividono, stando a quanto riferisce il traduttore, Michele Obit, almeno l'esperienza dell'adolescenza in collegio. Su “D” di Repubblica, Tiziano Gianotti ha definito nei giorni scorsi il libro di Lipuš un romanzo breve e grave “attraversato dalle folgori del talento” d'un artista che ha saputo, con personalità, rappresentare un romanzo di formazione e di autodistruzione, decisamente in linea con lo Zeitgeist novecentesco; è un romanzo sperimentale, una giostra di narrazioni e di prospettive diverse su una storia di sofferenza e di incomunicabilità. Per capirci: Tjaž era uno che, già da ragazzo, in collegio, si chiudeva in stanza e faceva una cosa proibita. Una delle tante, ma una delle più insolite. Scriveva a macchina. Suo padre non era mai stato un grande cantastorie, e lui era cresciuto cercando di riempire a dovere gli spazi che il padre lasciava qua e là. Suo padre era cresciuto senza ascoltare buone parole, era cresciuto a comandi e bastonate. Lì per lì aveva educato il figlio alla stessa scuola. “Ciononostante la sottomissione raramente diventò consapevolezza, e non fluì mai nel sangue”, riferisce Lipuš. Tjaž aveva saputo rivoltarsi, come tutti i figli sani, quando era giunto il momento giusto. E aveva saputo imparare a graffiare il presente, per sublimare i suoi vuoti. Non credeva in Dio: forse perché “ha un nome disgraziato, la parola Dio, in sloveno 'Bog'': racconta di un passato modesto, deriva da 'ubog', 'povero', e da 'uboštvo', 'povertà', 'miseria', 'mancanza', fa parte di questa famiglia”. E tuttavia quel dio era stato addestrato ad amare, nel collegio in cui ogni cosa era ferocemente irreggimentata, in cui parlare una lingua diversa da quella imposta non era particolarmente consigliato, in cui diventare grandi significava, potenzialmente, diventare altro da sé. Peter Handke ha scritto che Lipuš è caratterizzato da un virtuosismo stilistico tipico: questa prima traduzione in lingua italiana ha costituito una sfida, quella di mantenerlo vivo. Sfida, almeno musicalmente, riuscita. Altra singolare presenza nel sempre più divertente catalogo Zandonai.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Florjan Lipuš (Lobnig, Carinzia, Austria, 1937), scrittore austriaco della minoranza slovena.
 
Florjan Lipuš, “L'educazione del giovane Tjaž”, Zandonai, Rovereto, 2011. Postfazione di Peter Handke. Traduzione di Michele Obit. 192 pagine, 19 euro.

Prima edizione: “Zmote dijaka Tjaža”, 1972.

Approfondimento in rete: WIKI sl / rassegna stampa IT / Osservatorio Balcani e Caucaso.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2011.
 
Prima pubblicazione: “Il Riformista” del 29 dicembre 2011, pagina 7. Tutti i diritti appartengono al “Riformista”. L'articolo appare su Lankelot per gentile concessione del “Riformista”.
ISBN/EAN: 
9788895538570

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[Florjan Lipuš] tutti i dati

[Florjan Lipuš] tutti i dati e i link: 
Florjan Lipuš, “L'educazione del giovane Tjaž”, Zandonai, Rovereto, 2011. Postfazione di Peter Handke. Traduzione di Michele Obit. 192 pagine, 19 euro.
Prima edizione: “Zmote dijaka Tjaža”, 1972.

Approfondimento in rete: WIKI sl / rassegna stampa IT / Osservatorio Balcani e Caucaso.

[zandonai] ultime 13 schede

[zandonai] ultime 13 schede zandonai in lanke: http://www.lankelot.eu/Zandonai

[radio capodistria] Mercoledì

[radio capodistria] Mercoledì 4.1 alle 18 su Radio Capodistria, IN ORBITA presenta "NITE 4 IXIS 8a edizione" con Lamberto Bello + intervista agli Shandon. Alle 18.30 in collegamento Roberto Curti di Blow Up per la rubrica "ROCK-O-RAMA" e Gianfranco Lankelot Franchi (è fissa tappeto) che ci consiglia 2 libri: Florjan Lipuš, “L'educazione del giovane Tjaž” (Zandonai Editore) e Angelo Zabaglio, “Serio F'Aceto” (Edizioni Ensemble). Replica 6.1 alle 23. Streaming: http://tvslo.si/predvajaj/v-zivo-radio-capodistria/ra.capo/

[lipus] la recensione

[lipus] la recensione di Diego Zandel:

"Florian Lipuš, il racconto della vita in seminario
di Diego Zandel

Ci sono paesi che sostengono le loro minoranze linguistiche. Prendiamo uno degli ultimi, bei libri pubblicati dall’editore Zandonai, che sempre più si sta caratterizzando per l’attenzione che rivolge agli autori dei paesi dell’Est europeo. Mi riferisco in particolare, ora, a “L’educazione del giovane Tjaž” di Florjan Lipuš, nella traduzione di Michele Obit. L’autore è cittadino austriaco, appartiene però alla minoranza slovena della Carinzia. In questo senso, è l’esponente più notevole della letteratura slovena in Austria. Ebbene, per la pubblicazione del suo libro in Italia si sono spese ben tre istituzioni importanti, una austriaca (il Ministero per l’Educazione, le Arti e la Cultura) e due slovene (l’Agenzia nazionale per il libro e l’Associazione slovena degli scrittori). Così si fa. E a ragione. Non certo per mantenere il punto della presenza identitaria e linguistica su un territorio di confine, ma per valorizzare ciò che merita di essere conosciuto. E Florian Lipuš merita di essere conosciuto. Il primo ad accorgersene è stato Peter Handke, che con la collaborazione di Helga Mračnikar, ha tradotto “L’educazione del giovane Tiaž” in tedesco. Anche perché Handke, di madre slovena, ha frequentato lo stesso collegio seminariale Marianum di Maria Saal a Sankt Veit an der Glan in cui è stato Lipuš e che ha ispirato il romanzo di cui stiamo parlando.
Si tratta infatti di una storia per certi versi autobiografica, escluso il finale. Ma certamente tale per quanto riguarda lo spirito iconoclasta che la anima. Il giovane Tiaž sente l’oppressione di vivere in questo collegio, i cui insegnamenti poggiano su una sostanziale ipocrisia, religiosa, sessuale, disciplinare, che spingono il protagonista a una insofferenza nei confronti dell’ambiente. Il dramma qui, in qualche modo, si sposa felicemente al sarcasmo, alla derisione. Se l’aspetto claustrofobico e l’ambiente limitato culturalmente riporta alla mente un autore sloveno straordinario come Ivan Cankar e il suo “L’idealista” (storia di un maestro socialista in un villaggio contadino in cui il suo credo è soffocato dall’ignoranza della gente), quello sarcastico e grottesco richiama gli scrittori mitteleuropei più significativi. Anche per la scrittura allegorica, allusiva. Si pensi a come risolve in una battuta la ipocrita pruderie collegiale là dove, mentre si ritrova con una ragazza che rischierebbe di essere sbattuta fuori dalla pensione in cui alloggia se viene con un maschio, ricorda “nel collegio di solito era peggio, a coricarsi sullo stesso letto erano in due, e talvolta si cimentavano in un vicendevole sforzo manuale”. Oppure, ancora, l’idea della direzione di assumere come cameriera alla mensa una donna brutta di viso e di figura, soddisfacendo così “in maniera ideale i requisiti per essere ammessi a lavorare in collegio”; ciò nonostante però consapevole ben presto, la donna, di suscitare curiosità nei ragazzi per la sua “fessura”, ben presto si affrettava a soddisfarla.
La stessa trasgressione sul piano religioso. Lipuš-Tjaž indaga che la parola Dio, in sloveno è Bog, e ciò drammaticamente ricorda la parola ubog, che vuol dire povero, che è la condizione che ha portato Tjaž, figlio di un boscaiolo e di una donna morta in un campo di concentramento in collegio. Finché per la sua irrispettosità manifesta non sarà espulso, per poi fargli scegliere il suicidio. “Con la sensazione che in un momento così difficile era stato al proprio posto e si era dimostrato un uomo nel vero senso della parola” come riporta la voce fuori campo di chi con Tjaž era in collegio e ne racconta la storia. Forse neppure con troppa amicizia."
Diego Zandel
Florjan Lipuš, L’educazione del giovane Tjaž, Zandonai, pag.183, €. 13,00