"L’America, ha detto Horace, il nostro stagista, era un pappone rincoglionito e in declino. Per la nostra repubblica era finita da un pezzo l’epoca d’oro della ruffianeria. Che fine aveva fatto quello spaccone dai nervi di ghiaccio e le zanne di diamante, che aveva assalto la Normandia e preso i sovietici a pisellate in faccia, e che avviava alla prostituzione le carni giovani dei mercati emergenti? Ora il nostro paese se ne stava stravaccato in un angolo della sala da biliardo, era un babbione sdentato con una bottiglia da mezzo di vinaccio Mad Dog e gli occhi gialli e pesanti, l’ennesima vittima designata per il branco dei giovani lupi. “Siamo gli zerbini degli altri paesi industrializzati”, ha detto Horace, con gli occhi accesi di gioia come bracieri. (pag.7)
Ecco le frasi iniziali di uno dei più tragici, sconsolanti, corrosivi romanzi che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, “Chiedi e ti sarà tolto” del poco più che quarantenne scrittore statunitense Sam Lipsyte. Horace è il collega del protagonista assoluto di queste pagine, Milo Burke, un tipo che sembra un incrocio fra Adam Sendler/Ben Stiller/Homer Simpson/Fantozzi/unoacasodi South Park/io o qualcuno di voi/il Paul Giamatti di “Win Win”, con una moglie, Maura, dedita al lavoro e che gli nega i piaceri del sesso, e con un figlio di quattro anni, Bernie, che non si capisce se sia un bambino iperdotato/ipergentile/omosessuale/iperdeficiente/traditore, affidato a seconda delle esigenze, a un asilo nido gestito da hippy con qualche carenza mentale (ma poco costoso) o a una babysitter che preferisce fare altro piuttosto che accudire i bambini e una madre vedova che vive con la compagna e dalla quale il protagonista corre per rifornirsi di soldi.
Un uomo pieno di risentimento e di rabbia, uno che un tempo sognava di diventare un grande pittore pur non avendo il minimo talento e che per campare si è visto costretto a lavorare come fundraiser per una mediocre università frequentata da figli di papà e simili:
“Il nostro gruppo di lavoro raccoglie finanziamenti e materiali per i corsi di arte dell’università. C’era gente che pagava somme cospicue perché la sua progenie potesse assumere droghe pesanti in ottima compagnia, disegnare dal vero sul pc portatile, fare cose estreme con le videocamere e lo stucco. Però quelle somme non bastavano. Non nel mondo spietato delle scuole d’arte. Il nostro compito era grufolare in cerca di altri soldi. Ci servivano sempre altre videocamere, altro stucco, o una sala per le lezioni di danza, o l’ennesima serata di gala per grufolare ancora un po’. Agli sgancia piacevano le serate di gala, le inaugurazioni, i recital, gli spettacoli. Gli piaceva cenare con registi famosi per adularli oppure liquidarli come insignificanti. Gli sgancia erano le persone che ci sganciavano i fondi, così li chiamavamo noi. E se riuscivamo ad agganciarli, lo chiamavamo un bel gancio. Gli sgancia non ne sapevano molto delle opere degli studenti che finanziavano. E come dargli torto? Spesso l’arte prodotta da quei marmocchi viziati non era all’altezza delle porcherie che nostro figlio di tre anni ci costringeva ad appendere in cucina. Ma io ero prevenuto, e non solo perché il più delle volte volevo bene a mio figlio. È che una volta ero stato proprio come quei poveretti. Adesso mi trattavano come se fossi trasparente, o un robottino come un altro che gli compariva nel campo visivo, un oggetto patetico che ostruiva per un attimo il loro orizzonte favoloso. E avevano ragione: ero davvero così.” (pag.9-10)
E questo lavoro Milo non è nemmeno troppo capace di portarlo a termine, anzi, non è per niente tagliato per farlo, è uno dei peggiori dell’ufficio, anzi il peggiore in assoluto, e il disprezzo per questi figli di papà che cercano facilitazioni ogni giorno gli costa pure il licenziamento e la caduta negli abissi della disoccupazione. Da questo momento in poi la vita già non eccelsa di Milo si trasforma in una lenta agonia e quella che avrebbe potuto essere come un’ultima e vigliacca opportunità di riscatto, un amico dei tempi del college, Purdy, che si fa avanti offrendo una lauta donazione all’università e il reintegro di Milo in cambio di uno squallido lavoro da lecchino (stabilire un contatto col figlio segreto tornato mutilato da una delle campagne dell’impero statunitense e al quale Milo a modo suo si affezionerà), si rivelerà essere come la definitiva cacciata nell’abisso.
Lipsyte con uno stile che mescola monologhi di stampo quasi teatrale (io ho pensato a Lenny Bruce) a momenti più intimisti e toccanti, senza mai perdere la capacità di corrodere e affondare i denti nel sogno (americano) finito in una discarica di soldi e fastfood, ci conduce passo per passo in questa caduta, mano nella mano con quest’uomo per il quale puoi parteggiare e provare simpatia ma che puoi anche odiare, sì odiare quest’uomo patetico ma capace anche di gridare in faccia agli altri tutto lo schifo di questo mondo e di gran parte degli esseri umani di questo pianeta, l’uomo che vede il marcio ma che è lui stesso un uomo marcio, uno schifo vero e proprio incapace di aprire gli occhi una volta per tutti e di prendere delle decisioni, un ipocrita capace di giudicare tutti e tutti, un frustrato che addossa sugli altri le colpe del proprio fallimento, un debole ma con il cuore grande, che ama sua moglie, che vorrebbe amare il figlio e capirlo, che simpatizza per deboli, i barboni, i tossici ma sempre a distanza e senza mai dimenticarsi di criticarli, uno rinuncia splendidamente a dipingere, non solo perché non ha talento ma anche perché si accorge di non poter sopportare la vita da mezzo artista, quello che riesce a esporre (o a scrivere, suonare, filmare) perché è capace di stare al mondo, di presenziare agli incontri, di avere i contatti giusti con quelli che sborsano i soldi, uno di quelli che fa a meno di riempire pubblicamente di altro schifo il mondo, uno che pensa di essere sempre stato migliore dei propri compagni di classe quando invece le cose stavano in un altro, uno di quelli che a parole critica il proprio Paese ( e sono pagine toccanti quelle dell’immigrato che si lamenta di non aver trovato gli Stati Uniti che s’aspettava) ma che non fa assolutamente nulla per cambiarlo, uno che ama la moglie e non vuole perderla e la critica per i suoi tradimenti ma ogni giorno sogna di portarsi a letto la propria collega di lavoro, uno di quelli che si fissa su un oggetto appartenuto al padre e che poi lo dimentica in un appartamento per studenti e non fa che rivolerlo indietro per tutta la vita e che quando lo recupera non sa nemmeno regalarlo alla persona a cui l’aveva promesso, uno che riconosce l’assurdità del proprio lavoro ma che lo conserva perché gli permette di vivacchiare. Milo è uno che alla fine perde tutto ma proprio tutto e che per questo motivo ho come il sospetta che raccoglierà le battute di scherno di gran parte dei lettori e di quelli che lo incontreranno per strada eppure io me lo sono trovato così vicino, vicinissimo, perché non ha nemmeno il fascino del perdente, perché non c’è quasi nessun fascino in quest’uomo oppure sì, non lo so, ma è quel tipo di fascino che se lo incontri magari ti rovina la vita, io so solo che con uno come Milo Burke ci andrei a bere una birra e non so quanti altri lo farebbero.
Da qualche parte ho letto che si ride (magari col freno tirato ma si ride) leggendo "Chiedi e ti sarà tolto", io ho riso forse per le prime 10 pagine su 371, da lì in poi basta, sulla mia la bocca si è disegnata una smorfia e ogni pagina era un pugno nei reni e un altro sulla faccia, uno dietro l’altro, senza mai tirare il fiato e anche quando sono finito al tappeto, le prendevo e basta e non c’era nessun arbitro che interrompeva l’incontro, c’era solo qualcuno, lassù, in alto, uno che non riuscivo a vedere e che mi picchiava sempre più forte ma con metodo, con precisione, con quell’arte che appartiene al grande autore/pugile e desideravo che non smettesse mai di picchiarmi, avanti, avanti, senza respiro, fino all’ultima goccia di sangue e poi ancora e ancora senza mai smettere di picchiare, fino all’ultimo colpo, quello che lascia senza respiro e ti fa spegnere il cervello e precipitare nel buio.
Edizione esaminata e brevi note:
Sam Lipsyte (1968), scrittore americano.
Sam Lipsyte, "Chiedi e ti sarà tolto", Minimum Fax, Roma, 2011. Traduzione di Anna Mioni. Titolo originale "The Ask", 2010.
Sam Lipsyte su Lankelot:
Andrea Consonni, dicembre 2011
Commenti
[Chiedi e ti sarà tolto] Un
[Chiedi e ti sarà tolto] Un bellissimo romanzo di Sam Lipsyte.
[Chiedi e ti sarà tolto]
[Chiedi e ti sarà tolto] Tutte le schede Minimum Fax qui:
[chiedi e...] alè, in home!
[chiedi e...] alè, in home!
[Chiedi e ti sarà tolto]:
[Chiedi e ti sarà tolto]: And, splendida la tua chiusa, arriva forte e chiara:
"Da qualche parte ho letto che si ride (magari col freno tirato ma si ride) leggendo "Chiedi e ti sarà tolto", io ho riso forse per le prime 10 pagine su 371, da lì in poi basta, sulla mia la bocca si è disegnata una smorfia e ogni pagina era un pugno nei reni e un altro sulla faccia, uno dietro l’altro, senza mai tirare il fiato e anche quando sono finito al tappeto, le prendevo e basta e non c’era nessun arbitro che interrompeva l’incontro, c’era solo qualcuno, lassù, in alto, uno che non riuscivo a vedere e che mi picchiava sempre più forte ma con metodo, con precisione, con quell’arte che appartiene al grande autore/pugile e desideravo che non smettesse mai di picchiarmi, avanti, avanti, senza respiro, fino all’ultima goccia di sangue e poi ancora e ancora senza mai smettere di picchiare, fino all’ultimo colpo, quello che lascia senza respiro e ti fa spegnere il cervello e precipitare nel buio."
Ti segnalo due refusi, credo, nelle prime righe: "l'epoca d'orA" e poco più avanti "assalto" invece di "assaltato". Saluti!
[Chiedi e ti sarà tolto]
[Chiedi e ti sarà tolto] Grazie Franz e grazie a chi ha corretto.
[chiedi e ti sarà tolto] tag
[chiedi e ti sarà tolto] tag importante: Anna Mioni: http://www.lankelot.eu/Anna-Mioni
[lipsyte] la rassegna
[lipsyte] la rassegna stampa: http://www.minimumfax.com//libri/scheda_libro/496
[the ask] NYT sul
[the ask] NYT sul romanzo: "Sam Lipsyte’s third novel, “The Ask,” is a dark and jaded beast — the sort of book that, if it were an animal, would be a lumbering, hairy, cryptozoological ape-man with a near-crippling case of elephantiasis. That’s not to say “The Ask” isn’t well hewn, funny or sophisticated, because in fact it’s all three..."
http://www.nytimes.com/2010/03/07/books/review/Millet-t.html
[Chiedi e ti sarà tolto] Uno
[Chiedi e ti sarà tolto] Uno legge questo libro e vede l'Europa e l'Italia fra qualche tempo non troppo lontano. La sensazione è stata proprio questa mentre lo leggevo.