Lindgren Torgny

Per non saper né leggere né scrivere

Autore: 
Lindgren Torgny

“Un libro non contiene di per sé nient’altro che i suoi segni, esso è un raffinatissimo vuoto, sì, esso rappresenta il vuoto umano più esclusivo, il vuoto stracolmo che è stato creato attraverso millenni di sforzi spirituali. Nel tempo stesso in cui chi scrive si immagina di richiamare nei segni ciò che vuole esprimere, lascia che tutto si volatilizzi e si decomponga. I vuoti passati vengono compressi in un vuoto moderno, contemporaneo. (…) Attraverso il suo lavoro lo scrittore esegue un drenaggio del passato, ma anche un prosciugamento del proprio stesso io. Tutto ciò che con l’impegno estremo delle sue forze cerca di unire, lo disperde. Il materiale che credeva di vedere, e che forse anche c’era, lo riduce in cenere. Così egli distrugge anche il suo stesso io, e distrugge sé stesso. E perde la propria anima.”

Attacco alla scrittura, a quel codice alfabetico che misura il tempo con lettere e punteggiatura, allo scrittore stesso e al foglio fitto di righe. Lindgren sceglie l’ingenuità malata di un analfabeta, per dissacrare la parola scritta nell’ambito di un costante confronto con la forza delle immagini, affrontando, pertanto, la contrapposizione storica tra arti figurative e letteratura.
Tuttavia “Per non saper né leggere né scrivere” è qualcosa di più di un classico saggio. Lontano dal tono accademico dei dotti trattati in materia, succedutisi nei secoli, lo svedese batte la strada del paradosso, in forza dell’ironia corrosiva che fa del suo romanzo un apologo scritto dell’alessia.

Un libro da considerare, quindi, come un delizioso ossimoro sin dalla sua genesi, che vuole la narrazione scaturire dalla paziente registrazione audio ad opera del suo stesso protagonista. Perché “ai giorni nostri, scrivere libri è un’inezia perfino per gli analfabeti”. “Sotto le mani medicamentose di un bravo redattore, quasi tutto può essere nobilitato al rango di limpida e scintillante letteratura”.
E allora non si fa certo fatica a cogliere il sarcasmo di Lindgren che affida all’innominato personaggio principale del libro, la narrazione di quelle che prima d’essere le sue pagine, vuol farci credere siano state la voce di lui. Dell’alessico “ustionato” dalle illustrazioni bibliche del Dorè e per cui non vi fu mai alcuna lettera tra sé e il mondo.
Il racconto nasce da quell’esilio, da quella distanza colmata solo grazie alla lettura indiretta e che passa per l’ascolto di una memoria capace di assorbire, infallibile, l’intera letteratura universale, giacchè “la letteratura non bisogna leggerla, bisogna averla dentro di sé”.
I libri si fanno, quindi, fiato e pause e intonazione, superando l’equilibrio della scrittura, perché “ogni cosa scritta ha un controllo ammirevole. La voce al contrario è nuda e sola e impotente”. 
Proprio come il protagonista del romanzo, disarmato nella sua assoluta innocenza. Proprio come la sua stessa parabola esistenziale, totalmente permeata da quell’ossessione che sarà, al contempo, perdizione e salvezza: le tavole dell’incisore francese. La Bibbia del Dorè è, infatti, l’unico libro cui abbia accesso, un testo di sole illustrazioni, senza neppure una sillaba. Un libro “dove, però, c’è tutto quello che occorre sapere: il cielo e la terra, l’intelletto e il corpo, i genitori, gli amici e i nemici, gli averi e la povertà, il successo e la disgrazia, la salute e la malattia. E il disprezzo. E Dio”
Ed è intorno a questo libro che la storia si sviluppa piana eppure priva di linearità, procedendo, invece, per infinite divagazioni. Dove luoghi, fatti e persone, costituiscono parentesi a spezzare le riflessioni e le stilettate dell’autore scandinavo, che ridisegna i confini del Västerbotten natio, mescolando elementi reali a pure invenzioni e si serve dell’innocenza trasognante della sua creatura di carta, per affermare la supremazia dell’immagine sulla parola. Perché è questo il vero tema di “Per non saper né leggere né scrivere”, tutto il resto è cornice. Il grande nord, l’infanzia all’ombra del carisma paterno, le lunghe ore col nonno studiando le illustrazioni del Dorè, il ricordo della madre al pianoforte e l’incertezza delle sue mani sui tasti, la scuola e i ripetuti insuccessi, gli anni nell’istituto per ineducabili, le chiacchierate con l’amico cronista, l’incontro con la parlamentare, il lavoro al museo: semplicemente cornice. Il nucleo sta nelle considerazioni sull’arte e nell’approccio assolutamente critico nei confronti della scrittura.
Allora la prima persona di queste pagine, è un io bugiardo che si fa letteralmente prestavoce, con lo stile di Lindgren a ricalcare ritmi e cadenze dell’oralità, non senza insinuarsi tra le pieghe della trama mediante l’umorismo insito nei suoi ripetuti paradossi.
Questa la sola chiave che permette di cogliere il pieno significato del libro e, nel dettaglio, di certi personaggi che diversamente resterebbeo marginali. È il caso, ad esempio, della figura di Manfred Marklund: corrispondente locale, maniacalmente dedito ai suoi trafiletti, nella cui ansia di trovare il giusto argomento da proporre alla redazione; nella cui dipendenza dagli avvenimenti e nella cui facile disponibilità ad interpretarli secondo la propria convenienza, se non addirittura ad inventarli del tutto, si intuisce con faciltà l’idea poco lusinghiera di Lindgren sul giornalismo, inteso come mero artigianato della scrittura, lontano dal rappresentare, al pari di arte e letteratura, quello specchio attraverso il quale “l’uomo si mostra per ciò che è veramente, realizzandosi in ogni parola e interpunzione e in ogni singola macchia di colore e linea”.
A questo proposito non è casuale che Manfred pretenda la diretta successione del figlio al proprio incarico. Come se il ruolo del giornalista andasse naturalmente tramandato di generazione in generazione, quale mestiere da bottega, eredità. Staffetta in cui ricevere il testimone non implichi nessun genere di vocazione o attitudine personale. Ben diverso è invece il rapporto del protagonista col genitore, nonostante le idilliache convinzioni in cui non smette di crogiolarsi neppure con l’età adulta, incurante di una verità che scoprirà solo il lettore. Ben diversa è la sua fame di immagini in grado di portarlo ad un vero e proprio matrimonio con l’arte, con i dipinti e i disegni di cui riesce a catturare ogni minimo particolare senza che gli sfugga un'unica traccia di colore, o contorno o sfumatura. E arrivando a portarli dentro di sé, custoditi in una memoria che non è cultura, è essenza.
 
In quest’ottica, allora, interessa poco l’evolversi del plot, perchè è la simmetria di certi particolari a fare la ricchezza di “Per non saper né leggere né scrivere”. Il riferimento al rogo dei libri operato dai nazisti; la riga al vetriolo sugli scrittori comunisti che Lindgren definisce come “quelli che schiacciavano sotto i piedi la libertà di parola. E che facevano in modo che ad altri scrittori fosse proibito scrivere”; il plagio del direttore dell’istituto per ineducabili; la figura della parlamentare inizialmente devota e poi divenuta repentinamente estranea al programma di partito in virtù del mancato appoggio per la ricandidatura; la scrittrice che raccomanda di non leggere le proprie pubblicazioni; il discorso del soprintendente del museo di Stoccolma sulla detestabilità delle falsificazioni d’ogni genere; l’ubriacatura per effetto della quale le lettere perdono la loro disordinata bellicosità, agli occhi del protagonista: sono questi i dettagli che offrono le coordinate per una lettura altra e sicuramente più densa.
Sono questi i passaggi in cui si avverte, nitida, la voce dell’autore che conclude l'opera ben prima della fine, quando si eclissa in una lettera mai scritta e che pure ci è permesso leggere. Quando andando oltre la storia e i singoli personaggi, ribadisce esplicitamente l’idea cardine dell’intero libro: quella supreriorità dell’immagine sulla parola di cui nessuno, non solo il nonno, sembra essere davvero consapevole. Forse neppure lui stesso pienamente, giacchè  continua a spendersi nell’arte del romanzo, dimostrando di non essersi “mai reso conto che il mondo non si può descrivere, ma soltanto ritrarre”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Torgny Lindgren è nato nel 1938 nel Västerbotten. Rivelazione negli anni Ottanta, è stato uno degli autori più originali per temi e scrittura della narrativa scandinava contemporanea, eletto fra gli Accademici di Svezia e Premio del Consiglio Nordico. I suoi romanzi sono tradotti nelle principali lingue. Oltre ai numerosi riconoscimenti in patria, per Betsabea ha ottenuto il prestigioso Prix Fémina in Francia.
 
Torgny Lindgren, “Per non saper né leggere né scrivere”, Iperborea, Milano, 2007
Titolo originale: Dorés Bibel
Traduzione e postfazione di Carmen Giorgetti Cima
Pp. 236
 
Approfondimento in rete: Panorama / Tuttolibri / Il Foglio / Avvenire

Angela Migliore, agosto 2008
ISBN/EAN: 
9788870911565

Commenti

Pagina pre-partenza.
Spero di riuscire a scrivere con maggiore continuità, al rientro da Praga.
I buoni propositi non mancano, ma tra il dire e il fare....

"Ed è intorno a questo libro che la storia si sviluppa piana eppure priva di linearità, procedendo, invece, per infinite divagazioni. Dove luoghi, fatti e persone, costituiscono parentesi a spezzare le riflessioni e le stilettate dell?autore scandinavo, che ridisegna i confini del Västerbotten natio, mescolando elementi reali a pure invenzioni e si serve dell?innocenza trasognante della sua creatura di carta, per affermare la supremazia dell?immagine sulla parola. Perché è questo il vero tema di ?Per non saper né leggere né scrivere?, tutto il resto è cornice".

Complimenti. Un'esposizione chiara ed esaustiva. Per un libro che par essere davvero interessante.

O.T. Praga è bellissima.

E' un libro che apprezzi solo se vai oltre la banalità della storia. Ripiegata la copertina, bisogna ricostruirne il valore partendo dai frammenti, altrimenti rischia di deludere. Ma di elementi interessanti ne ha davvero moltissimi.
Contenta ti sia piaciuta la pagina.

OT: sì, è voce unanime. Non vedo l'ora di andarci!!

"Forse neppure lui stesso pienamente, giacchè continua a spendersi nell?arte del romanzo, dimostrando di non essersi ?mai reso conto che il mondo non si può descrivere, ma soltanto ritrarre?."

> gran clausola.

:)

ha l'aria di un libro strano, evidenzierei lo stesso passo di Léon....

Il titolo è, da queste parti, un motto popolare ironico....

dimenticavo: ottimo articolo come sempre :)

Comprato ieri (grazie anche al fatto che avevo finito la tessera-punti di una libreria), scelto con la mia ragazza. Per la primavera cercherò di farcela (anche se l'ipotesi di leggerlo insieme allungherà i tempi - come se altrimenti fossero brevi! ahah!).
Bella pagina Angela.

Aspetto di conoscere il tuo parere, allora!

Recensione con i fiocchi e i controfiocchi. Complimenti alla sig.ra Migliore. Sempre Migliore, spero!

No, ho solo un bel cognome.
Contenta abbia apprezzato la pagina, grazie!

La recensione e' fatta benissimo. Magari sarei in disaccordo con il contenuto del libro recensito: secondo me la parola evoca l'immagine tanto quanto avviene il contrario. Solo che la superiorita' delle parole sta nel riuscire ad esprimere anche concetti non ritraibili con immagini di nessun tipo.

Grazie a Lei
Buonanotte
Sergio

P.S.
Inoltre, se io SCRIVO ''blu'', ognuno quel blu lo vede con la propria fantasia ''cromatica'', coi suoi toni individuali. Se mostro il blu, quel colore diviene piu' oggettivo - almeno in parte. E dunque la mia capacita' interpretativa cala. E cala la mia fantasia, di conseguenza, la mia creativita'. La parola e' ambigua ma nella sua ambiguita' ci concede, infatti, la grande liberta' di ricreare individualmente il mondo descritto con le lettere. Gran cosa.

Concordo pienamente.
L'immagine è immediata, ma la parola arriva in profondità.
(I superlativi mi fanno arrossire)

'Notte.

Non uso superlativi, di solito: mi fanno arrabbiare, in genere. Ma quando leggo una cosa scritta a dovere lo dico chiaro e tondo.

Buonanotte a Lei

9. Sì (-: