Levison Iain

Ammazzarsi per sopravvivere

Autore: 
Levison Iain

Oggi è il mio compleanno, e ricevo una bella sorpresa. Leggo un annuncio che dice RICHIESTA LAUREA IN LETTERE. Queste tre parole non stanno mai insieme. Mai. Sarebbe come leggere 'cercasi pluripregiudicato' o 'cercasi manodopera con almeno due amputazioni'. Sono di quelle richieste che ti costringono a chiederti che razza di posto è quello che ha messo l'annuncio (…) Se metti un annuncio per qualcuno che abbia una laurea in Lettere, sei consapevole di colpire un vasto campione demografico: persone frustrate e ingenue con comprovata esperienza nel prendere pessime decisioni. L'industria (…) chiamata sistema educativo ci ha fregati, quindi potremmo farci fregare ancora” (p. 39 e p. 44).
A Working Stiff's Manifesto” (“Ammazzarsi per sopravvivere” nell'edizione IT, Socrates 2009) è l'opera prima di Iain Levison, letterato, falegname e scrittore scoto-americano, classe 1963. Questo memoir racconta “dei trenta lavori che ha abbandonato, dei suoi nove licenziamenti e dei tre casi in cui proprio non ricorda come andò a finire”, come riferisce il sottotitolo dell'edizione americana. Siamo dalle parti di quello che ormai è un genere a sé stante delle letterature occidentali, ossia “il romanzo del precariato”. Una generazione di umanisti niente affatto avventuriera si è ritrovata, complici le riforme del mercato del lavoro e le ripetute crisi economiche, a vivere avventurosamente, da Washington sino ad Atene; sono spariti diritti che si davano per acquisiti, e sono crollati i sogni di un futuro autonomo, indipendente; spesso, come racconta Levison, è sparita la prospettiva di farsi una famiglia. Difficile venga voglia di mettere al mondo dei bambini se non si ha la minima idea di come mantenerli, difficile decidere di sposarsi se si è coscienti che non si potrà sempre garantire un tenore di vita almeno dignitoso alla propria moglie.
In cosa è nuovo Levison, per noi italiani, a dispetto dei sette anni di distanza dalla prima pubblicazione? Nella narrazione del contesto americano. Sembra proprio che da quelle parti le cose andassero molto peggio di qui, già qualche anno prima. Il Dottor (in Lettere) Levison, alle spalle 42mila dollari di spese universitarie per una laurea inutile, ci racconta, nell'epilogo, che quando ha scritto questo romanzo, anni fa...
Credevo che quanto stesse accadendo ai lavoratori americani fosse analogo alle rapide che si incontrano mentre si fa rafting. È solo un po' d'acqua mossa, mi dicevo, e poi tutto si calmerà di nuovo. Non avevo idea che quelle fossero le rapide che precedono una cascata. Negli ultimi anni, altri cinque milioni di americani sono scivolati sotto la soglia di povertà e, mentre gli stipendi dei direttori generali sono aumentati di un coefficiente del 535%, quelli degli impiegati non si sono mossi di una virgola. Il Congresso degli Stati Uniti è accorso in aiuto bloccando i tentativi di rialzo del minimo salariale diciannove volte prima che fosse finalmente alzato nel 2006. Durante quel periodo, hanno votato per i propri aumenti due volte (…) God Bless America” (p. 150).
Vi ricorda qualcosa? Obama non cambierà le cose: “è un corporativista di destra che prende i finanziamenti dallo stesso posto in cui li prendeva George W. Bush”. La visione del falegname-scrittore Levison è davvero molto consapevole della decadenza e della depressione economica yankee. Ma quel che più stupisce è l'universalità delle sue osservazioni: sembrano – perdonate il personalismo – prese di peso da “Monteverde”: qualche esempio. Scorre gli annunci, “e imparo sempre di più su competenze che non ho, tirocini a cui non accederò mai e lavori richiesti in campi che nemmeno sapevo esistessero” (p. 11). Passa le giornate a studiare gli annunci (divisi in due gruppi: quelli per i quali non è qualificato e quelli ai quali non ha voglia di rispondere), fantastica sui vacui accenni alla “formazione” e ridacchia per gli anni di esperienza richiesti per le mansioni più improbabili, e per i bizzarri lavori “marketing multilevel” mascherati da annunci neutri, asciutti. Racconta che nel corso dei colloqui di solito passa del tempo ad ascoltare le storie degli addetti alla selezione; maledice la Manpower che specula sui lavoratori, guadagnando robuste percentuali su ogni loro stipendio, e nel frattempo è diventata la prima azienda americana per dipendenti (!); infine, dice che “senza accorgermene sono diventato un lavoratore errante, un moderno Tom Joad. Con delle differenze. Se chiedessi a Tom Joad cosa fa nella vita, risponderebbe: 'Sono un bracciante'. Io non ne ho la più pallida idea. L'altra differenza è che Tom Joad non ha speso 40mila dollari per una laurea in Lettere” (p. 14).
Morale della favola? Tirare avanti. “Mogli e figli sono inimmaginabili. Puoi solo sopravvivere, ma sopravvivere suona così patetico, e questa vita è priva di pathos. Puoi solo tirare avanti. Non doveva andare così. All'inizio c'era un progetto, ma col passare degli anni ho dimenticato quale fosse”.
Regola Numero Uno? Ripetersi: “tu sei importante”. Ti impedisce di impazzire (p. 18). I ricchi non capiranno mai. “Quelli che riescono a raggiungere le scialuppe pensano sempre che la colpa sia di quelli ancora in mano. Non sei stato abbastanza veloce, abbastanza furbo, abbastanza sveglio. Non hai previsto il naufragio economico in tempo” (p. 50).
E così, il lettore condivide una manciata delle sue esperienze, ridacchia un po' qua e là per il registro grottesco, si dispera quando s'accorge che la nostra sorte è stata – con un pizzico di ritardo – esattamente quella della nazione egemone, che ci occupa militarmente da sessant'anni pieni e decide della nostra economia, e solidarizza con il collega yankee, che passa esattamente i nostri guai e non ha nessuna ipotesi per uscirne con le ossa rotte. Può fare filosofia, proprio come noi. Levison dice infine che è stufo di spostarsi di qua e di là, e che ha deciso che il lavoro perfetto non esiste; “o fai qualcosa o muori di fame” (p. 143), serve restare a galla e stringere i denti. Tutto sta nel tenersi un impiego per qualche settimana e tenersi la bocca chiusa, perché “cercare, sperare di trovare qualcosa di meglio là fuori, ti prosciuga più energie del lavoraccio che hai” (p. 143).
E questa grande verità ben la conosce chi, come me, negli anni ha passato e passerà ancora giorni, settimane o mesi in cerca di un dignitoso posto di lavoro. Il paradosso è che se fossi stato in galera sarei stato agevolato da qualche cooperativa a trovare uno stipendio. Così, incensurato e laureato con lode come sono (orrore!), e purtroppo ben qualificato solo per l'editoria, io servo solo a ingrossare gli archivi delle agenzie interinali, e delle aziende di ogni ordine e grado. Questo quando spedisco curricula. Altrimenti, me ne sto zitto in un cantuccio a osservare e ascoltare tutti quanti, aspettando che esca fuori una grande occasione. Una volta ogni due, tre anni passa un treno. È statistico (ma è fantastico, no?). Questo vale per piccole e grandi città. Avrete pazienza? Abbiate pazienza. Io ho pazienza. Tutti abbiamo pazienza. Per ora.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Iain Levison (1963, Aberdeen, Scozia), letterato e scrittore scozzese, cresciuto negli States. Ha cambiato una discreta quantità di lavori. Ha esordito pubblicando questo libro nel 2002. In IT, suoi romanzi sono stati tradotti da Instar e Feltrinelli.

Iain Levison, “Ammazzarsi per sopravvivere”,
Socrates, Roma 2009. Collana “Paesi, Parole”. Traduzione di Eleonora Putignano.

Prima edizione:
Soho Press, 2002.

Approfondimento in rete:
Cremona Web / Incipit e Rassegna Stampa / Opifice /

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009.

ISBN/EAN: 
9788872020357

Commenti

?A Working Stiff?s Manifesto? (?Ammazzarsi per sopravvivere? nell?edizione IT, Socrates 2009) è l?opera prima di Iain Levison, letterato, falegname e scrittore scoto-americano, classe 1963. Questo memoir racconta ?dei trenta lavori che ha abbandonato, dei suoi nove licenziamenti e dei tre casi in cui proprio non ricorda come andò a finire?, come riferisce il sottotitolo dell?edizione americana. Siamo dalle parti di quello che ormai è un genere a sé stante delle letterature occidentali, ossia ?il romanzo del precariato?...

Ecco, questo è proprio il genere di libro che mi attrae e mi respinge contemporaneamente.

ti capisco.

for in that reality of death what dreams may come..

In effetti, quando ho visto l'argomento, mi sei proprio venuto in mente tu con Monteverde.
Che dire? Fa rabbia, ma la situazione è questa e ovviamente coinvolge tutti gli aspetti dell'esistenza e della mentalità e non riguarda solo gli umanisti, ormai, riguarda un po' tutti quelli di una certa generazione (e si tramanderà alle generazioni successive, vedrai, sarà lunga).
Alla fine vedo che però, siccome senza un minimo di progettualità non si vive, le persone vanno avanti lo stesso, solo più faticosamente.

"Il paradosso è che se fossi stato in galera sarei stato agevolato da qualche cooperativa a trovare uno stipendio" eh!

la copertina è pazzesca, ma molto efficace :)

“cercare, sperare di trovare qualcosa di meglio là fuori, ti prosciuga più energie del lavoraccio che hai”. Quant'è vero!
Che tristezza...

ma noi cambieremo le cose:). E senza doverci "comprare il lavoro" come fanno certi giovani comunistelli (d'accatto) in editoria... :)))

6, dici che dovrei pensarci?

5. assolutamente.

10. ma pensi...che prospettiva...eh?

eheh:)

La presa di parola:

la sua è una presa di parola che ha il potere di porre una serie di nodi difficili da sciogliere: come agire politicamente in una situazione dove non ci sono luoghi dove altri simili sono costretti a vivere una parte della loro giornata? I precari sono nomadi come ormai è nomade il lavoro. L’incontro con altri precari è sporadico, episodico. Anche quando sono in trenta, quaranta su peschereccio, sanno che le loro vite si intrecciano per un tempo delimitato, circoscritto, terminato il quale ognuno seguirà strade solitarie.

Benedetto Vecchi su il manifesto

Ho letto il tuo Monteverde e credo che questo vi accomuni. Avere avuto il coraggio della parola,del racconto. Non è questo forse il senso della letteratura?
Troppo spesso nei vuoti lasciati dal senso si insinuano dei nulla.
E come ben si capisce un nulla nel vuoto è un bel casino.

Non è il caso di questi libri: c’è in entrambi una testimonianza a vole “esistere” ma a non voler essere diponibili, supini, omertosi.
A noi tocca non lasciarvi soli.

Filippo

Ehilà Filippo, benvenuto su Lankelot.
Grazie per questo bellissimo commento. Credo anch'io che la chiave di volta sia l'espressione: un vecchio maestro mi ha insegnato che quando si nomina il male allora si comincia a guarirlo. Si stabiliscono i presupposti per vincerlo, per rovesciarlo.
*
Vorrei parlare di questo libro a radiocapodistria, domenica. Saprò dirti;)

Grazie,
nel week-end scrivo la mia recensione per luminol di Monteverde.
Un pò in ritardo... ma ci tengo

A presto

danke:).
A proposito, Luminol - per chi non ricordasse - è stato segnalato già a maggio nel forum:
www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2892.0

buona lettura:)

domenica tra le 14 e le 14.30 se ne parlerà nell'Agenda In Orbita di Ricky Russo: RADIO CAPODISTRIA!
www.radiocapodistria.net/

olè,
gf

non me lo perderò.

grazie

fil

Manca poco!

Iniziato con De André, sarà contento Franchi :))

Ecchelo!

E' sempre bello ritrovare Franchi in radio.

speriamo mandino il podcast:)
Ero a sistemare libri & carte, fuori casa, non ho sentito nulla...

Doppia copertina e carattere.

Doppia copertina e carattere.