Levi Mario

Istanbul era una favola

Autore: 
Levi Mario

I lettori coraggiosi, e pazienti, si facciano avanti! Aprendo le pagine di Istanbul era una favola ci si addentra nella scrittura che un amico ha efficacemente definito “un enigma letterario”. Bisogna essere disposti ad essere disorientati e spaesati per più di ottocento pagine, seguendo una scrittura ondivaga, allusiva, eterea, a volte quasi priva di un referente. Siamo di fronte al tentativo di un complesso recupero di una 'geo-storia etnica' che dà come risultanza lo scrittore e quindi il romanzo, sviscerando le carni di una complessa famiglia di personaggi, passandone in rassegna i traumi o le piccole conquiste.  

Lo scrittore si impegna a costruire storie non vissute da lui, raccontate da altri, cercando di renderle palpabili attraverso l'indagine dei sentimenti sedimentati sul volto delle persone, nei loro gesti, tra gli oggetti di cui si lasciano circondare e che si trascinano dietro. Siamo condotti all'interno delle varie biografie di personaggi legati fra loro da rapporti di parentela o d'amore, quasi a voler ricostruire una sorta di albero genealogico da cui lo scrittore proviene, con un senso di tristezza e sconfitta: come se all'interno di questa famiglia allargata fosse trascorsa una diaspora relazionale, di cui Mario Levi è l'unico superstite.

È apprezzabile l'abilità di entrare con delicatezza e con moto circolare, quasi assediando il nucleo emotivo delle persone, nella solitudine dei personaggi, mentre il romanzo in fondo non c'è, non c'è struttura narrativa; c'è un processo di addizione che pian piano crea il paesaggio di un romanzo; c'è una lunga sequenza, un plurimo dischiudersi di 'eventuali' romanzi, 'eventuali' protagonisti. Ma non c'è racconto. I nodi dei personaggi, presi uno per uno, appaiono con poetica evidenza sulla superficie dell'affabulazione, per poi riaffondare nelle correnti profonde senza lasciare tracce concrete. Le presentazioni di Olga, Madame Estreya, Zio Kirkor, Berti, Tante Tilda, di Monsieur Jacques o di altri, non sono mattoni su cui costruire un intreccio; sembra più che altro di star sfogliando un lungo album di fotografie, soffermandoci con attenzione su ognuna delle persone ritratte per poi cambiare pagina e passare ad altri, venendo componendo pian piano (come facendo il puzzle degli sfondi delle fotografie) la figura di Istanbul, la sua favola. O meglio una, cento, mille fra le infinite sue favole. 

Infatti questa ricognizione sentimentale dopo una catastrofe è ispirata da Istanbul, dal suo intricato groviglio. Perciò la scrittura sembra imitare la città ed il vario intrecciarsi dei suoi abitanti, piena di dubbi, di ripetizioni, di pause, di scorci, di vicoli ciechi, di schiarite e abbuiamenti. Qui il linguaggio contorto del primo romanzo (La nostra più bella storia d'amore) trova in parte la sua giustificazione nell'addentrarsi, con fare proustiano, fra le pieghe di storie e relazioni antiche e immaginate, calandosi nella loro “quotidianità sentimentale”. E la città, queste storie, sembra viverle anch'essa ed incarnarle, sostenerle ed influenzarle (le storie così come la scrittura) col suo respiro di poetica malinconia (hüzün), con il suo volto di bimba vivace dagli occhi tristi. Nelle prime pagine si può avvertire la presenza di una città che sembra muovere le vite delle persone come un burattinaio. Poi questa sensazione si perde, il focus è quasi sempre dentro la psiche dei protagonisti. L'attenzione è sempre sull'invisibile delle relazioni, sul non detto. Lo sfondo di Istanbul, purtroppo, svanisce.  

Rimane in mente la storia di Berti che lascia il cuore a Londra, nella sua esperienza giovanile di studio all'estero e vive ad Istanbul e dentro ad altre storie d'amore come un esule. La storia di Sedat l'Arabo, che trascorre la sua vita girando per l'Anatolia con il suo fedele minibus, vendendo profumi. Quella di Schwartz, ufficiale dell'impero austro-ungarico, dimenticato ad Istanbul dal suo esercito e deciso a costruirsi sul Bosforo una nuova vita. La storia di Tante Tilda che insegue il suo sogno “cinematografico” cercando di far assomigliare la vita ad un film in vuote serate di gala, in rituali mondani che finiranno col lasciarla sola. Personaggi accomunati da un esilio linguistico, che abitano una lingua fatta di infinite commistioni fra turco, ebraico, spagnolo, greco.  

Istanbul “interviene” sulle vite di queste persone sbattendole qua e là, Istanbul non dà mai ricovero, non offre pace, ma ebollizione, tramestio, confusione; per trovare la pace bisogna fuggire verso le isole dei principi, da dove Istanbul la si può guardare da lontano, senza essere travolti dalla sua piena. Alle isole si va anche per fuggire gli scontri etnici, i saccheggi dei quartieri di quelle etnie (greci, ebrei, armeni) che agli occhi dei nazionalisti “sporcano” l'identità turca della città. In generale è il romanzo decadente le ultime discendenze di quelle borghesie istanbuliote di origini svariate, e qui per lo più degli ebrei profughi dalla Spagna dei re cattolici e accolti dal Sultano immerse nei linguaggi più diversi, lo yiddish, lo spagnolo, il turco, il greco; una società intrisa di francese e di modi parigini ma allocata sul Bosforo, dentro quella canzone crepuscolare che Istanbul ha cantato per tutto il novecento, guardando al suo crollo inesorabile, allo svanire del vecchio meting-pot ottomano.  

Nel complesso la scrittura di Levi è stancante e pesante. L'assenza di una trama non è gratificata dalla presenza di una scrittura piacevole. C'è un empito letterario continuo e sentito, ma non è difficile saziarsene dopo alcune pagine e solo con estrema pazienza e con estrema motivazione si può arrivare alla fine del libro. Resta da interrogarsi sull'operazione compiuta dell'editore: diremmo coraggiosa, per non dire “icaresca”. Tradurre un librone di ottocento pagine scritto in uno stile che pochi davvero possono reggere e apprezzare, è scelta quantomeno difficile. L'impresa del traduttore, Giampiero Bellingeri, è davvero mastodontica nelle dimensioni e invidiabile sotto l'aspetto della pazienza. Le sue dotte note apportano al lettore italiano molte conoscenze importanti su Istanbul. Ma in generale è una profusione di energie che mi lascia un po' perplesso.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE: Edizione Baldini e Castoldi Dalai, Milano 2007, da Istanbul bir masaldı, Istanbul 1999. Traduzione di Giampiero Bellingeri.

Mario Levi è uno scrittore turco di origini ebraiche, molto famoso in patria. In italiano oltre a questo libro sono stati tradotti, La nostra più bella storia d'amore e La vita è un bagaglio a mano.

Per approfondire: MARIO LEVI in Lanke.

ISBN/EAN: 
978-88-8490-952-7

Commenti

[istanbul era una favola]

[istanbul era una favola] neo FRANZ! buona lettura.

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[mario levi] Per approfondire: MARIO LEVI in Lanke.

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[istanbul] altro sentiero di letture... http://www.lankelot.eu/Istanbul

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[istanbul, franz] "il romanzo di constantinopoli" di Ronchey & Braccini è formidabile. Non ti dico niente più dell'altra volta... se non "leggi prima le note biografiche scritte dalla ronchey", in appendice.

(Istanbul): Merci beaucoup,

(Istanbul): Merci beaucoup, ne terrò conto. Il libro l'ho ordinato, mi aspetta sulla scrivania in Italia, ma mi aspetterà fino a Natale...

[istanbul] che darei per

[istanbul] che darei per vedere la tua espressione attorno a pagina 100. E' un libro che si legge tenendo almeno 3 segni: uno sulle note biografiche, uno sulle note a pie' di pagina, uno sui frammenti che stai leggendo...