Leopardi Giacomo

Storia di un'anima. Scelta dall'epistolario

Autore: 
Leopardi Giacomo

A MEMORIA DI SÉ

Di quella gita a Recanati mi sono rimasti il nostro vociare e la spensieratezza.
Oggi, dopo quaranta anni sono tornata; “trascorro” le vie del paese con passo lento…rivedo la casa, la biblioteca, il borgo…il colle del poeta che, più dentro al mondo di quanto un cantore lo sia, da qui fuggì…tornò…ripartì per sempre “straniero” ai suoi stessi luoghi.
Voglio essere piuttosto infelice che piccolo” (lettera al padre, luglio 1819).
La possibilità di una vita più agevole, un’oftalmia cronica, l’indigenza…niente lo convinse a rimanere o lo trattenne dall’andarsene.
La potenza del ricordo però inteso come patrimonio da “rimandare al cuore” accompagnerà le sue “soste” a Roma, Milano, Firenze, Pisa, Napoli.
Nei suoi canti, i colori, gli odori, gli orti, le stagioni sono quelli di Recanati e vivranno per sempre “memorie d’amore”.
Il paese, vergine da ripristini selvaggi e turistici è confortevole e accogliente ma, nel suo insieme, suggerisce “altro”.
Da Recanati si vede il mare che promuove orizzonti “indefiniti” come Leopardi ebbe a precisare quasi ad indicazione della laicità priva di trascendenza nella sua formazione artistica e filosofica. “Privo dell’uso della vista e della distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità e divenire filosofo da poeta ch’io era” (lettera a Giordani del 6 Marzo 1830).
Eppure il sentimento del suo vissuto è dichiarato con piena luminosità e dettaglio di particolari che stupiscono se si pensa all’opacità ormai irreversibile dei suoi occhi (gli ultimi scritti furono dettati a Ranieri).
Il paesaggio, mai in armonia con il suo animo, conosce attraverso la memoria un arcobaleno di mille tonalità.
Gli occhi del poeta cercano, frugano nell’animo, vedono oltre il buio. Quello che invece piano piano si spense fu il conforto delle illusioni.
Aveva partecipato neanche ventenne ad un moto insurrezionale e alla noia come assenza di desiderio a Macerata per constatare presto che la condizione concessa all’uomo dalla natura altro non era che il dolore e iniziò a sistematicizzare filosoficamente il suo pensiero destinato ormai al pessimismo cosmico e alla noia come assenza di desiderio e pulsioni.
Non interruppe comunque il suo cammino di artista e di uomo; con dignità rifiutò la prelatura di Roma e i destini tormentati delle sue opere. Quando l’editore Stella gli propose la pubblicazione delle operette morali a singoli dialoghi nel “raccoglitore”, scrisse “Se non c’è altra possibilità di pubblicare, la pregherei di rimandarmi il manoscritto (…) un’opera che mi costa infinite fatiche non può essere pubblicata a brani”.
I circuiti ufficiali della cultura del tempo gli furono ostili; nell’Italia della Restaurazione, nel conservatorismo della chiesa, il suo essere filosofo del dolore e dell’indifferenza della natura, risultò scomodo e destabilizzante: (Zibaldone, 30/11/28) “Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non sente se non gli oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione”.
La richiesta affettiva rimarrà comunque alta anche in tanta lucidità di pensiero.
Ho bisogno d’amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo e vita” (lettera al fratello Carlo del 25 novembre 1822) “mi protesto suo figlio” (lettera alla madre del 22 novembre 1822).  È del 3 luglio del ‘32 una lettera “difficile” al padre. Per opposizione della censura non aveva potuto pubblicare i canti e gli scritti filologici né dirigere lo “Spettatore fiorentino”; chiederà al genitore la somma mensile di dodici scudi affermando con un’ulteriore prova di dignità che anche ad un diniego non sarebbe tornato a Recanati e che non avrebbe potuto venir meno alle proprie inclinazioni “ella mi perdonerà se le mie forze e il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile a tollerarsi”. Lo ringrazierà in una lettera del 27/5/37.
Morirà 18 giorni dopo, il 14 giugno. Al padre aveva scritto “invoco la morte non per eroismo ma per il rigor del dolore che provo”. Di quest’ultimo e tormentato periodo che si concluderà con “La ginestra” appare degno di attenzione lo scritto “A se stesso” inserito nel ciclo di Aspasia dove ad una struttura insolitamente contratta corrisponde ormai il suo addio alla vita. Mancano i larghi spazi che avevano caratterizzato i canti, la punteggiatura stigmatizza periodi brevi, è aritmica...la parola stentata ma definitiva segnerà la fine del contatto con il mondo e suggerirà “la noia” come unica soluzione nella “infinita vanità del tutto”.
Un epitaffio…un testamento morale che anticiperà di molto la “parola nuda” di Ungaretti
e “ il male di vivere” di Montale.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – Napoli, 1837), poeta, saggista e traduttore, letterato italiano.

Approfondimento in rete:
www.leopardi.it / http://www.giacomoleopardi.it/ (Casa Leopardi, Recanati).

Patrizia Garofalo - Agosto 2004.

ISBN/EAN: 
9788817123693

Commenti

Di quella gita a Recanati mi sono rimasti il nostro vociare e la spensieratezza.
Oggi, dopo quaranta anni sono tornata; ?trascorro? le vie del paese con passo lento?rivedo la casa, la biblioteca, il borgo?il colle del poeta che, più dentro al mondo di quanto un cantore lo sia, da qui fuggì?tornò?ripartì per sempre ?straniero? ai suoi stessi luoghi...

> ?Ho bisogno d?amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo e vita? (lettera al fratello Carlo del 25 novembre 1822"

> E' stato il tuo primo articolo. Bello ritrovarlo qui;).
Ave Patrizia,

gf

"Mancano i larghi spazi che avevano caratterizzato i canti, la punteggiatura stigmatizza periodi brevi, è aritmica?la parola stentata ma definitiva segnerà la fine del contatto con il mondo e suggerirà ?la noia? come unica soluzione nella ?infinita vanità del tutto?.

> Ci regali qualche frammento di queste lettere?
Hai ancora l'edizione sugli scaffali, immagino... sarebbe bello, dai.

alla mamma"non vorrei che piano piano ella si scordasse si me... con tutto il cuore mi protesto suo figlio giacomo alias mucciaccio"
al padre: voglio soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere melanconie, mi nuoce assai più d'ogni disagio del corpo...
ne invierò altre però ricopio volentieri la poesia che di più mi ha sempre fatto leggere Leopardi come anticipatore del male di vivere.
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
che eterno mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti... amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango il mondo...
cosa dire di questa ritmica poco prima della morte, di una destrutturazione anche se parziale del verso in una punteggiatura decisamente sentimentale?
to tentando di inviare altre lettere soprattutto quella di pochigiorni prima della morte........e che A Silvia sia stata scritta a Pisa, quando lo lessi, rimasi basita.
a presto
grazie

lettera del 27 maggio 1837 al padre
"prevedo che il termine prescritto da Dio alla mia vita non sia troppo lontano. i miei patimenti fisici giornalieri ed incurabili sono arrivati con l'età ad una grado tale che non possono più crescere.
Ringrazio teneramente Lei e la mamma del dono di dieci scudi... il suo amorosissimo figlio Giacomo"

sarebbe morto il 14 giugno dello stesso anno.
Se qualcuno di voi amici trovasse la lettera che il poeta scrisse alla Befana quando era molto piccolo vi sarei molto grata

(intanto, grazie;) ).

"io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui a Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo via delle rimembranze. là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti"" prega tanto Babbo a scrivermi qualche riga...mi da una gran pena il non vedere i suoi caratteri da tanto in qua"
alla sorella Paolina , Pisa 25 Febbraio 1828

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