Eutanasia, complesso di colpa di chi ha avuto successo, turbolento rapporto con le proprie origini sono gli assi portanti di questo romanzo del medico e scrittore francese Christian Lehmann, “Il seme della colpa”, pubblicato da Meridiano Zero nell'autunno 2009, a sette anni di distanza dalla prima edizione francese (“Une question de confiance”, 2002: letteralmente, “Una questione di fede”). È uno strano ibrido tra un giallo – ma come giallo è abbastanza fiacco, la trama non è imprevedibile; gioca tutto sull'introspezione del protagonista, e giustamente – e un romanzo esistenzialista.
Laurent, medico, è diventato uno scrittore di successo e una star della televisione francese. Il suo vecchio amico e collega Thierry è rimasto uno dei pochi medici di famiglia della cittadina di Villers. Adesso è sotto inchiesta: eutanasia. Si sta sollevando un polverone. E così Laurent torna a Villers, la sua madrepatria, per dargli manforte. E per ritrovare qualcosa di sé stesso, probabilmente. Per prima cosa, lo sostituisce in studio: dopo tredici anni, ricomincia a fare il medico generico, ritrovandosi surclassato da tutta una serie di innovazioni amministrative e burocratiche che lo spiazzano e lo disorientano. Man mano, si sente felice: ha voglia di celebrare il ritorno del figliol prodigo, del medico che un tempo era stato (p. 28) e che s'accorge d'essere rimasto. E ritrova il ragazzo che sognava l'amore, e che invece non ha avuto altro che storielle, ed è stato contento di quella stupida leggerezza: bruciando, strada facendo, un matrimonio. Senza troppi pentimenti.
Era uno che s'illudeva che tutti i vecchi amici sarebbero rimasti sempre al loro posto, “che avrebbero continuato all'infinito ad andare su e giù per le statali e per i corridoi della rianimazione” (p. 65) come aveva fatto anche lui, tanto tempo prima. Ma era uno che i vecchi amici li aveva traditi. Comportarsi bene con Thierry significava riscattarsi, in un certo senso. Non solo ritornare sui propri passi. Nel frattempo, Laurent “indaga”, diciamo così. Cos'è successo a Thierry? Un altro dottore lo ha accusato di aver fatto qualcosa di sbagliato. Laurent è convinto che non sia vero niente. E in ogni caso, vuole difendere l'amico. L'eutanasia è spesso un atto di umanità: non c'è niente di amorale o di ingiusto, è soltanto che le leggi europee non sono ancora state adeguatamente aggiornate, punto. Lasciar morire chi non ha più nessuna speranza di guarire, e se ne va agonizzando giorno per giorno, senza più riuscire a camminare, a mangiare, a dialogare, è una questione di civiltà e di amore. Chi c'è passato non ha dubbi. Lasciateci morire in pace, quando è il momento.
Laurent non ha mai amato il primario dell'ospedale, Grenier; si ricorda bene che aveva la coscienza sporca per tre o quattro strani decessi. Si sbriga subito a ricordarglieli, al primo incontro: giusto per stabilire le distanze e per avvertire che Thierry non va toccato. Nel frattempo, bada allo stato d'animo della moglie del suo amico e dei suoi figli, come può, e valuta una nuova opportunità di lavoro per tornare in televisione. Lo scandalo che sta ferendo Thierry potrebbe, paradossalmente, restituire linfa alla sua carriera. Il destino è una questione di prepotenza, certe volte.
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La morte dolce protagonista del romanzo è una questione – Welby insegna – di civiltà, ribadisco, e di sensibilità. Rivendicarla come un diritto per ognuno di noi è sacrosanto, giusto e normale. “Normale” è l'aggettivo più corretto. Se l'intento di Lehmann era ricordarci tutto questo, mi sembra che l'artista sia riuscito nell'impresa. È un romanzo sulla pietà che possiamo e dobbiamo avere per chi ci abbandona, per chi indietro non può tornare: sperando di riuscire ad averla anche per noi stessi, un giorno, o che qualcuno sappia averla per noi. Quando la vita non è più vita ha senso assecondare la natura, e spegnere le macchine. Il lutto è un fatto privato e non comunicabile.
Un medico che decide di accompagnare nell'aldilà una sua paziente ormai incurabile, agonizzante e muta, spezzando per sempre le sue sofferenze, è un uomo buono, e non un boia. Non siete d'accordo? Io sono con quel medico.
BREVI NOTE
Christian Lehmann (Parigi, 1958), medico, giornalista e scrittore francese.
Christian Lehmann, “Il seme della colpa”, Meridiano Zero, Padova 2009. Traduzione di Giovanni Zucca. Collana MeridianoNero, 80.
Prima edizione: “Une question de confiance”, 2002.
Approfondimento in rete: sito ufficiale di CL
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2009.
Commenti
Eutanasia, complesso di colpa di chi ha avuto successo, turbolento rapporto con le proprie origini sono gli assi portanti di questo romanzo del medico e scrittore francese Christian Lehmann, ?Il seme della colpa?, pubblicato da Meridiano Zero nell?autunno 2009, a sette anni di distanza dalla prima edizione francese (?Une question de confiance?, 2002: letteralmente, ?Una questione di fede?).
Argomento tosto. Se vuoi che te la dica tutta, io sono ancora in mezzo ai dubbi e sai che ho dovuto prendere qualche decisione piuttosto notevole. Ancora mi chiedo se ho fatto bene o male....e non è ancora finita.
Invidio la tua sicurezza, stavolta. Io trovo che la casistica e le stesse reazioni personali, dei parenti dico, siano così soggettive e diverse, che mi sembra impossibile una legislazione, che comunque taglia "a fette grosse" questi argomenti. Forse un consenso dato dal diretto interessato mentre è consapevole, altrimenti come puoi delegare a un altro certe decisioni? Che responsabilità gli lasci?
Veramente stavolta io ho il casino in testa, da anni.
"Il lutto è un fatto privato e non comunicabile. "
Secondo me è comunicabile, ma solo a chi può capire (poche persone a scelta), troppo faticoso gestirselo tutto da soli. Certo non è uno spettacolo, ma condividerlo aiuta a prenderne atto senza rimuoverlo, in fondo la morte è il più grande tabù del nostro tempo, è spettacolarizzata soltanto.
3. Forse è questo il problema. E' un fenomeno naturale che viene percepito come innaturale - e quindi, spettacolarizzato, in certe circostanze. Quanto al resto, sì - noi dovremmo poter firmare certi documenti quando siamo lucidi e sani, per quanto possibile, per evitare problemi di coscienza ai più piccoli - o ai più deboli. E' giusto.
comunque i problemi restano tanti secondo me. Quanto è ancora naturale la morte in certi casi, con tutti i progressi che la scienza ha fatto e con questa capacità di prolungare la vita a lungo, nel bene e nel male? Una volta si moriva e via in certe condizioni, adesso no....
E poi il confine tra cure palliative e accanimento terapeutico? Esempio: idratare è un palliativo o rientra nell'accanimento? In fondo far morire di sete non è il massimo, bisognerà guardare tutto il contesto individuale, caso per caso, penso.
Infine c'è l'ultima ratio: l'eutanasia in senso stretto, cioé fare quello che si fa agli animali quando stanno troppo male. Per me quella no.
In un passato articolo di Enzo Bianchi trovo questo:
" Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: ?Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un?inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l?ora ineluttabile e sacra dell?incontro dell?anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita?.
mi sembra un passo abbastanza chiaro...;)
già.....comunque mi fermo, hai scoperchiato un pentolone con questo argomento, accidenti, ;)
entro dicembre vedrai che ci torniamo su. Ci saranno altri libri importanti;)
devo dire che finito il romanzo si rimane a guardare quella copertina per un po'.
confermo: quella copertina è assolutamente indovinata.
10 e 11 vero!
9 mah! i libri che mi hanno veramente detto qualcosa d'importante su argomenti così difficil, in verità, sono quelli che trovo impossibile recensire. Penso tu abbia già un'idea di quello a cui mi sto riferendo.
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