…MA NON HO ANCORA CAPITO MOLTO
“Ho viaggiato molto, nonostante i miei pochi anni: ho collezionato settantuno città, e i miei occhi, in questo continuo viaggiare, in questo disfare e rifare le valigie, in questa vasta serie di fotogrammi hanno scelto di fermarsi su di un’immagine sola, un’immagine piccolissima: hanno scelto Dmitrij K.
Nell’eleganza a buon mercato di questo bambino russo si nasconde tutto il disagio dell’Europa che non avevo mai conosciuto, preso com’ero da Venezia e da Parigi, dalla loro eleganza formale.
E ho scoperto quanta bellezza ci può essere anche nella tristezza e nella disarmonia, quando Dmitrij K. mi ha accompagnato nelle stanze perfette della disciplina: l’improvvisa violenza sui tasti del pianoforte, il suo collo rigido, come sorretto da un busto, l’irrimediabile assenza dello sguardo poco umano, rapito dalla perfezione e ingrato verso la miseria umana: tutto questo mi ha stravolto.
Inevitabilmente prevale su ogni altro ricordo” (Lecca, “Mosca”, pp. 56-57).
Per quanti non siano estranei alla produzione del giovanissimo (classe 1976) scrittore sardo Nicola Lecca, questo frammento assume rilevanti significati: in prima battuta, mostra che l’idolatria nei confronti della musica classica è rimasta immutata; in secondo luogo, annuncia finalmente una almeno embrionale sensibilità nei confronti dell’altro da sé – pure filtrata dal riconoscimento d’un’analogia (dedizione alla musica “alta”); infine, promette non dico partecipazione e testimonianza empatica, ma almeno deviazione dalla prospettiva borghese ed esclusiva d’osservazione della realtà precedentemente riconosciuta.
Sono segni di un progressivo miglioramento, ma sintomi d’una narrativa ancora piuttosto acerba: ben distante dal rappresentare appieno le potenzialità che la scrittura (attualmente) equilibrata e ben calibrata dell’autore lascia intravedere.
Terzo libro di Nicola Lecca, “Ho visto tutto” è una raccolta di racconti strutturata in due parti, “Il silenzio” e “Il dolore”, suddivise rispettivamente in quattro + quattro racconti. La scrittura è certamente più asciutta rispetto al discutibile esordio, “Concerti senza orchestra”; meno facile reperire quelle ossessive ripetizioni lessicali e stilistiche che altrove avevo segnalato.
La struttura è sostanzialmente immutata: Lecca s’affida alla prosa breve, alla narrazione d’un momento: bozzettistico, non di rado apodittico, ma interessante nella neo-vocazione alla sobrietà, a una lingua più scarna (o: più levigata) e meno artificiosa.
Narrazione regolarmente in prima persona. Dialogo, di norma (eccezione: secondo racconto “Vienna”), assente – ciò non stupisce, considerando l’esordio.
Questo libro dimostra che Lecca sa scrivere con equilibrio e misura – quindi, attendiamo un romanzo, e non l’ennesima raccolta di racconti, per capire cosa intende comunicare con la sua narrativa. Ad oggi, Lecca è uno scrittore borghese – scrivo questo da borghese: per quanto mi riguarda, la parola “borghese” non ha nessuna accezione offensiva: triste doverlo chiarire, ma opportuno – che si rivolge a un pubblico maturo e borghese: non c’è traccia di sperimentalismo, d’evoluzione della lingua letteraria, di coscienza “sociale”: il narratore, tendenzialmente, appare sballottato dall’epifania d’una miseria e d’una povertà e d’una serie di difficoltà esistenziali che stentava a credere fossero reali: tragico, ma vero. Spesso ho avuto l’impressione di leggere poco più che appunti di viaggio d’un individuo slegato e indipendente rispetto a qualsiasi ideologia, e tuttavia miracolosamente “nuovo” alla coscienza (e: alla visione) della realtà; in grado quindi di stupirsi di eventi e rovesci della sorte piuttosto comuni, al di là di certi gruppi sociali. È come se l’autore avesse fatto capolino – o talvolta fosse riuscito a sprigionarsi – da un guscio di decoro, buon gusto e buona educazione; inevitabile che accada, per evitare l’intossicazione dall’artificio d’una visione alto borghese dell’esistenza; ma incredibile che venga pubblicato, questo sì, come esempio di letteratura nuova.
Manca qualsiasi intenzione di evoluzione e progresso: Lecca s’uncina a una scrittura compassata, trattenuta e – per quanto possibile, nella sua pretesa asetticità – moraleggiante. È il compitino di un bravo ragazzo dotato di sensibilità: non Letteratura.
È una forma di letteratura – e non fa male come antidoto a quanti si sono nutriti delle volgarità e della scrittura di genere dei cannibali. Soltanto – come dire – non è ancora panacea; è una sorsata d’acqua. Calda.
Io non voglio leggere esercizi o frammenti. Almeno, non in due libri su tre, di un autore classe 1976. Da lettore, pretendo qualcosa di immortale e di grande. Voglio un romanzo. Se vivere è tempo rubato al dovere di leggere, non posso non dedicarmi ad opere destinate a restare nel tempo.
Non dubito dell’equilibrio e della misura della scrittura di Lecca, né della sua (oggi) diversa sensibilità o della sua autentica vena, ed estrazione, borghese: adesso auspico che scriva di vita, di morte, di sogni, di difficoltà, di varia umanità, di amore; di sacrifici, incomprensione, silenzi e rovesci della sorte. Non una foto: voglio un film. Non un’immagine: ma immagini montate con criterio e senso e “visione” di base.
Le impressioni sono queste: ho incontrato sprazzi e momenti di buona letteratura, e nessuna credibile coesione o coerenza tra una e un’altra prosa. Questo è un libro “assemblato”: e ben confezionato. Si veda la copertina, o si pensi al titolo, per capire al volo.
Sbaglio? Spero di sì. Ossia: vorrei sapere se esisteva un disegno originario, e non un tenace taglia-e-cuci di pagine scritte, a volte con la mano sinistra, tra una e un’altra città.
Prendiamo la prima parte – tenendo presente che il libro si intitola “Ho visto tutto”, e che quindi ci si potrebbe attendere, a ragione, qualcosa di discretamente universale. Al di là della vicenda del povero moscovita Dmitrij, che suona dimentico della miseria, bambino povero ma elegante nella sua dedizione alla ricerca della perfezione, le altre storie sono ambientate in Vienna, Malbork (ex Marienburg) e alle isole Faer Øer. I nomi non ingannino: a parte la storia isolana, le altre potrebbero essere ambientate altrove (un castello, nel caso di Malbork, non giustifica l’esotismo). Simbolicamente interessante la tragica vicenda della povera musicista (…) isolana, costretta a trasferirsi in un’isoletta sperduta, unica consolazione le lezioni d’arpa. Suonano sempre gli stessi brani: mancano gli spartiti: lei s’addestra alla perfezione immaginando un concerto che forse non terrà mai. La sua parabola si conclude nell’estraniamento totale dall’alterità, in un villaggio già dimenticato da dio: del suo espressionismo non sapremo nulla, purtroppo: dobbiamo immaginarcelo. Peccato.
È un’artista, ed è povera: il neo-leit motiv di questo libro è la scoperta della povertà. Nel racconto “Malbork”, il piccolo Jaceck si mangia una bella bistecca (“bistecca popolare”: che significa?) per il suo undicesimo compleanno. È magro, povero, destinato a diventare “una comune persona infelice: un uomo con la pelle troppo sottile tra le unghie degli altri uomini” (p. 26). L’incontro con le banconote verdi del turista anglofono sarà scioccante – ancor più quello con la grassezza dell’uomo raffigurato su quei denari.
In “Vienna”, lo scrittore incompreso Friedrich, autore di parole “belle, lisce e bianche” (p. 26), in grado di leggere proprio quei dettagli che sfuggono al prossimo, scampa ad un’orrenda presentazione per rifugiarsi nella contemplazione occasionale dell’infanzia perduta: votarsi al silenzio per rinunciare all’incomprensione sarà la sua scelta.
Il silenzio è un flebile filo rosso, che regge – forzando parecchio – questi quattro frammentini. Forse è scelta meno xenofila, ma il sardo Lecca può trovare altrettanta povertà nella sua isola (retroterra, forse: no?), e in centinaia di paesi italiani. Capisce meglio la lingua, e può farsi raccontare storie assai interessanti. Senza bisogno di trasfigurarle.
È un suggerimento, questo. Personalmente, preferirei, se l’intenzione dell’artista fosse quella di rifugiarsi nel neo-realismo, che abbracciasse la letteratura figlia della fastidiosa ideologia che l’ha adottato come arma: la povertà spiegata da Levi o da Silone è un po’ più credibile, a voler essere onesti. Nessuna scorciatoia e nessun esotismo di maniera: “verità” (per loro aveva senso, questa parola), e “rappresentazione” (del dolore e del male: del popolo).
La seconda parte, “Il dolore”, è ambientata in Kiruna, ancora Vienna, Dresda e Berlino. Il primo racconto torna scrupolosamente all’invenzione dell’acqua calda: “Che strano – mi sono detto il giorno in cui mio padre è morto – crediamo di conoscere a fondo le persone con le quali viviamo e, invece, all’improvviso, ci accorgiamo che non le conoscevamo per niente” (pp. 66-67). Eh, già. Già. E non manca una citazione a Bergman (Stromberg, invece, giocava nell’Atalanta: Corneliusson nel Como: Dahlin nella Roma, ma per poco). Ambientazione sempre popolana, ma raccontata da filtro e sensibilità borghese. Quindi, finta. Il secondo racconto è la storia di un incesto: raccontata per “la durata della cartuccia della mia penna stilografica” (p. 87). Ambientata a Vienna: c’è il Prater. “Dresda” è un tuffo nel passato del Lecca: musicista suona l’Appassionata di Beethoven, dieci summa cum laude, distacco paranoide dall’alterità. Siamo precipitati al mediocre livello di “Concerti senza orchestra”, e dispiace accorgersene. Interessante l’egolatrico ed egoarchico ultimo racconto, “Berlino”: non mancano Mahler, Bach e Mozart infilati qua e là ad insaporire l’insalatina, sebbene si registri l’epifania della “musica strana” dei Sisters of Mercy (ma va?); tuttavia l’adesione fanatica alle ossessioni (congetturo) autoriali mi sembra sia l’unica strada da battere.
Quando non si nasconde la propria essenza, e si esasperano vezzi, manie, ossessioni, idolatrie, attitudini e amori – allora, ecco, nasce letteratura. Preferibile lasciare la poetica de “i poverelli” o de “i miserabili” a chi sa di cosa deve parlare (e quanto guadagnerà, perché no?): e ne parla con amore, giustizia e umiltà (e: tessera di partito). Non per fare letteratura – almeno, non solo: ma per denunciare e contribuire a correggere il dolore. Non effetti, ma: cause. Quelle servono. Il resto è retorica, e assai popolana. Non popolare, attenzione. Popolana: demagogica.
Tre libri in una manciata d’anni: ancora attendiamo un libro che sia estraneo al tempo, e alle logiche del mercato editoriale. Non importa essere o meno presuntuosi o fortunati: importa avere talento. Lecca non ha dimostrato ancora niente, se non garbo e – adesso – velleitaria misura. Da lettore, pretendo grandezza. Sono stanco degli esercizi di stile – di tutti.
Consigliato come lettura d’occasione, tra un cocktail (ma: nella terrazza giusta) e una grattatina alla nuca. Copertina simil-Leroy. Ma Lecca non è Leroy.
Razze diverse. Simile vocazione alla “vacuità complessa”. Qui: di maniera. Là: di marketing.
Commenti
prima o poi dovrò. certo che la tua brillante esecuzione me lo fa rimandare
ho letto anche la tua altra brillante esecuzione: concerts sans rien.
detesto a pelle. prima o poi dovrò, ma tra borghese e borghese meglio adorno! almeno più competente
beato lui che ha visto. il cocktail lo farà andare di traverso.. ;-)
mi scuso per ridondanze, ma non caricava i commenti.
Questo autore è uno dei misteri più curiosi della nostra editoria. Non è eccessivamente pubblicizzato, eppure recentemente è passato a Mondadori (...). Mi sembra incredibile che sia partito da Marsilio, altrettanto incredibile che possa essere tradotto all'estero (sembra sia successo). Ho cercato di argomentare le ragioni di tutte le mie perplessità - ma sarei felice prima o poi di incontrare anche 1 solo suo lettore; meglio ancora, 1 lettore vero, e veramente appassionato. Non ho conosciuto pochi lettori in vita mia. Nessuno, dico nessuno, mi ha mai parlato di lui. E dire che non dovrebbe essere un autore underground, stando alle edizioni. Ognuno tragga le conclusioni che crede.
Ti suggerisco - in ogni caso - di leggerlo. Dobbiamo leggere tutto, anche chi scrive "ho visto tutto" e crede che sia davvero così. Magari, ecco, se ti capitasse di apprezzare o di amare quel che ha scritto sarei felice di leggere un controcanto. Onestamente ne dubito:). Dedicati al suo esordio. Da musicista potrai dirci meglio se c'è qualche arcano che mi è sfuggito...
ave!
bella lettura. ci sono cose che mi invoglierebbero a leggerlo, ed altre proprio no. magari Hotel Borg è migliore, no? boh.
ciao;-)
Ecco, questo mi piace: "ci sono cose che invoglierebbero a leggerlo". Almeno ne ho parlato, e in qualche modo ho seminato. Credo che una delle cose più belle che mi sono state dette in questi anni è che invito alla lettura di chi ho stroncato, certe volte. A me piace pensare che sia sempre così. C'è chi giudica miracolosi anche i sentimenti e le emozioni negative: tutto, purché siano. Quindi perché no? Il Marchese de Sade insegna.
Hotel Borg? Su IBS c'è qualche commento (molto) negativo seppellito vivo da molti altri positivi. Tendo a non credere ai giudizi di quei lettori (basta un indirizzo e-mail qualunque, libero o yahoo o tiscali...), ma qualcosa di vero ci sarà. Magari ce lo racconti tu, Andrea. Io per qualche anno devo leggere altro. Due su 3, a suo tempo, mi sembrano abbastanza. Magari lo scoprirò come guida per gli alberghi di lusso, così scopro qualcosa di nuovo (ha scritto "Grandi alberghi d'Europa", poco tempo fa, scopro ora su IBS: pensa che curioso interesse che ha. Curioso... c'è chi si interessa a problemi politici, chi a problemi estetici, chi a dove andare a dormire e perché, e con quali suggestioni, nel nostro vecchio continente. Meno male).
ah. una cosa, ecco. "sito ufficiale dell'artista". ora, non è che si potrebbe cambiare la dicitura? tipo, "sito ufficiale", e basta. perché la parola "artista", altrimenti...no? perché non tutti sono artisti, ecco. e questo dar dell'artista, così, mi fa male. l'ho detto.
ciao;-)
ndr
Era per essere democratico. Se Marsilio e Mondadori pensano che sia un artista, assieme a migliaia di lettori in Italia e in tante nazioni europee, sarei un teppista a scrivere il contrario addirittura nelle note bibliografiche. Sono un letterato educato:).
ehi! ma sai che ci ho scambiato due parole? sono stato ad un incontro, in occasione del Premio Il ceppo, di Pistoia (un premio che, ad anni alternati, si rivolge a poesia e...tadàn, RACCONTI!!!).
In somma c'erano i tre finalisti:
Pietro Grossi con Pugni, Sellerio
Elena Varvello con L'economia delle cose, Fandango
Nicola Lecca e Laura Pariani con Ghiacciofuoco, Marsilio.
un incontro carino, in cui penso di essere stato l'unico ad essere lì che non era nell'organizzazione del premio o tra il personale della biblioteca che ospitava l'incontro. credo, non sono sicuro.
comunque, la cosa interessante è che dopo un'introduzione del "presentatore" Paolo Fabrizio Jacuzzi, non si è parlato poi molto dei libri in questione, ma di letteratura e scrittura più in generale. hanno letto passi degli autori e delle autrici che preferiscono. e così via. molto informale, e molto leggero. c'era anche Roberto Piumini, che era in giuria.
si cita roth, hemingway, munro, fitzgerald...e lecca ti piazza un dagerman che non ti aspetti. non ho letto nessuno dei suoi libri, né degli altri autori, ma tutti quanti (la Pariani non c'era per motivi personali, ci sarà però domani, mi sembra) aldilà del talento di cui non posso dire niente, erano molto appassionati parlando.
buona impressione, dunque.
per la cronaca, la giuria dei giovani lettori ha premiato Ghiacciofuoco (racconti su donne ai due poli opposti del mondo, proprio in senso geografico), mentre la giuria del premio ha dato la vittoria a Pugni.
E niente. Lecca è persona dalla parlantina spedita, con una spiccata attenzione per i "tipi" di persona, in due parole ha tratteggiato un cameriere in modo molto efficace, devo dire. forse incline al lezioso, ecco. persona aperta, dopo i primi minuti dell'incontro, come non mi sarei aspettato.
ecco tutto.
eh.
Spero di vederlo dal vivo, un bel giorno.
Vi divertirete tutti.
Copertina, tags e archivio.
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