Dostoevskij Fëdor Michajlovic

Le notti bianche

Autore: 
Dostoevskij Fëdor Michajlovic

“E voi sapete, signori, che cosa sia un sognatore? È l’incubo pietroburghese, è il peccato personificato, è una tragedia, silenziosa, segreta, cupa, selvaggia, con tutti i suoi violenti orrori, le sue catastrofi, peripezie, intrecci e svolgimenti…”.
Esattamente un anno dopo la pubblicazione del quarto ed ultimo feuilleton su Pietroburgo, Dostoevskij ritorna sul tema del sognatore e modella il protagonista de “Le notti bianche” sull’esempio dei sognatori anni Quaranta, di quei tempi in cui l’ “escapismo” alla base del quale si riscontra la teoria di Schiller sull’educazione estetica dell’uomo, costituiva espressione di un’ira che si trasformava in utopia estetica. Il racconto, dunque, diventa terreno di trasposizione a livello artistico della polemica intorno all’educazione estetica schilleriana sperimentata dai russi nella prima metà dell’Ottocento, quando oppressi e delusi dalla patria, definita dall’intellighenzia “fortezza del dispotismo”, potevano, secondo l’ideologia propria dell’autore del Don Carlos, raggiungere la libertà non tanto nella sfera dell’azione politica, quanto nello spazio ideale del bello al quale aveva accesso soltanto l’uomo che possedesse la “schone Seele” (anima bella). Tra le pagine del moscovita fedele ammiratore di Schiller, capace di arrivare persino ad imparare a memoria le parole del tedesco, la dimensione del sogno viene pertanto presentata quale rifugio e insieme protesta e sede privilegiata di un dissidio interiore che consuma, lacerando irrimediabilmente, il rapporto con la realtà. Dissidio testimoniato dalle righe di quello che, definito da André Gide il più grande dei romanzieri, scrive: “Come non stancarsi poi come non cedere all’impotenza inseguendo eternamente le impressioni, tormentandosi nella sete di un’attività esteriore, diretta e spaventandosi, fino a farsene una malattia, delle proprie illusioni e di tutti quegli artifizi con i quali ai nostri giorni ci si sforza di riempire in qualche modo il vuoto avvizzito della consueta e incolore esistenza quotidiana?”
Il sognatore di Dostoevskij, riconosciuto da Gesemann come cugino di primo grado di German della “Dama di picche” di Puskin per la comune natura demoniaca, o da Kirpotin, come rappresentazione artistica dell’atteggiamento critico dell’autore stesso nei confronti del “sognatore romantico” definito nel quarto feuilleton come un fenomeno di indifferenza nei confronti del progresso e della vita sociale, altri non è, quindi, che un giovane schilleriano il cui regno dell’ideale, creato dalla letteratura romantica, è colmo anche della disperazione che accompagna e tormenta la consapevolezza di chi si rende conto di quale sofferenza attenda il sognatore fuori dal “paradiso dell’illusione”.
Per l’eroe de “Le notti bianche” come per Hoffmann, infatti, il sogno è felicità e tuttavia al tempo stesso bruciante veleno. Il sognatore vive vergognandosi del proprio isolamento dal mondo, subisce la solitudine perdendosi per poi consumarsi nella sua fantasia “mobile, leggiadra, volatile”, cupo e conscio della natura illusoria più che ideale della sua “Schonseeligkeit”. E i giorni sembrano scorrere senza soluzione di continuità, anelli disgiunti di una catena che imbriglia l’anima, annullando il corpo e con esso la speranza di riagganciarsi alla vita concreta.
Speranza che nel protagonista del racconto datato 1859, pare riaccendersi a seguito dell’incontro con una ragazza capace di risvegliare in lui l’amore e di infliggergli contemporaneamente la sofferenza più crudele, nel tentativo di includerlo in un triangolo di sentimenti che, sulla scorta del Werther goethiano, porta alla disintegrazione. Il sognatore affacciatosi timidamente alla vita, dopo aver mostrato la sua fragilità e confidato nel conforto di Nasten’ka, fugge nuovamente nella sua tana di sogni, reso ancora più debole dalla presa di coscienza del fallimento che lo condanna ad un’esistenza di illusioni. E le notti bianche piene di luce del titolo, lontane dal buio mistico di Novalis o dal firmamento stellato della nostalgia di Byron e Puskin, registrano per la prima volta in Dostoevskij, la crudele vendetta del destino, la sconfitta dei malinconici seguaci di Schiller, tema al quale il nostro ritornerà in “Umiliati e offesi”, in “Delitto e castigo” e ne “I fratelli Karamazov”, ma con lo sguardo disincantato di chi “ha assistito, ormai, al crollo definitivo degli ideali romantici, distrutti impietosamente dal cinismo e dalla volgarità della nuova generazione fattasi spazio in Russia”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Fiodor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 1821, secondo di sette figli, da Michajl Andreevic, medico di origine lituana e aristocratico decaduto. Nel 1837 muore la madre affetta da tisi: la famiglia si disgrega completamente. Fiodor, su insistenza del padre fa domanda d'ammissione alla Scuola Superiore di Ingegneria di Pietroburgo, dove dal 1838 al 1843 studia, lottando in segreto per difendere la propria vocazione letteraria. Nel 1839 muore misteriosamente il padre, forse ucciso dai suoi contadini che era solito maltrattare sotto i fumi dell'alcool. Si dice che dopo aver ricevuto la notizia, Fiodor ebbe il suo primo attacco di epilessia, malattia che si presenterà più volte nel corso della sua vita Il 12 agosto 1843 Fiodor termina gli studi ed ottiene il diploma, il grado di ufficiale e un modesto impiego come cartografo in un distaccamento di Pietroburgo. Lo stipendio è miserabile ed inoltre comincia in questo periodo la sua passione per il gioco. Nel 1844, preferisce ritirarsi dal servizio presso il comando d'Ingegneria militare. A 23 anni è scrittore a tempo pieno. Il 25 aprile 1849, Dostoevskij viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l'accusa di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Il 16 novembre è condannato alla pena di morte mediante fucilazione, esecuzione che all'ultimo momento viene commutata in condanna ai lavori forzati in Siberia. Nel 1854, terminata la pena, viene mandato a Semipalatinsk, non lontano dal confine cinese, come soldato semplice. Là si innamora della moglie di un doganiere del luogo e dopo la morte di questo prende la donna, Marija Dmitrevna, come sposa. Il 28 gennaio 1881 muore a Pietroburgo, per il peggioramento dell'enfisema polmonare da cui è affetto. Viene sepolto nel cimitero del convento Aleksandr Nevskij, accompagnato da una folla immensa.

Fiodor Dostoevskij, “Le notti bianche” (Dalle memorie di un sognatore. Racconto sentimentale), Mondadori, Milano, 1991

Titolo originale dell’opera: “Belye noci. Sentimental’nyj roman”
Traduzione di Giovanna Spendel.

Approfondimento in rete: Antenati

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Angela Migliore

Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8804516046

Commenti

Una storia che mi ha affascinato. L'ho vista anche a teatroin una riuscita trasposizione.

"Il sognatore affacciatosi timidamente alla vita, dopo aver mostrato la sua fragilità e confidato nel conforto di Nasten?ka, fugge nuovamente nella sua tana di sogni reso ancora più debole dalla presa di coscienza del fallimento che lo condanna ad un?esistenza di illusioni e le notti bianche piene di luce del titolo, lontane dal buio mistico di Novalis o dal firmamento stellato della nostalgia di Byron e Puskin, registrano per la prima volta in Dostoevskij, la crudele vendetta del destino, la sconfitta dei malinconici seguaci di Schiller, tema al quale il nostro ritornerà in ?Umiliati e offesi?, in ?Delitto e castigo? e ne ?I fratelli Karamazov?, ma con lo sguardo disincantato di chi ?ha assistito, ormai, al crollo definitivo degli ideali romantici, distrutti impietosamente dal cinismo e dalla volgarità della nuova generazione fattasi spazio in Russia?.

Complimenti per l'analisi: è ineccepibile.

Ops, ho fatto incetta di complimenti. Troppo gentile, grazie